I Gonzaga furono una potente famiglia signorile che visse e governò a Mantova per quasi 400 anni (1328-1707). Il nome di questa famiglia è strettamente legato ai cavalli: a partire infatti da Ludovico II, considerato il Gonzaga più eminente perché rese la città uno dei fulcri del Rinascimento italiano, si attuò il progetto di creare, usando le parole dei Gonzaga stessi “la raza nostra de casa“: un allevamento di cavalli che potessero portare alla famiglia ancor più gloria e onore. E così fu; vennero costruite numerose scuderie in più zone (Pietole, Marmirolo, Bagnolo..) e presto i cavalli mantovani furono famosi in tutta Europa per la loro velocità, forza e bellezza. Dice Claudio Conte, maestro italiano di equitazione al servizio di sovrani come Elisabetta I di Inghilterra:
“(…)è ben vero che in Italia ne sono alcune razze, tra le quali quella de’ Barbari di Mantua è la più eccellente, che ce sia et da essa escono barbari molto eccellenti, et belli, li quali sono maggiori di quelli di Tunisi, et de gli Africani, sono di buono, et raro inteletto, leggieri, presti, atti al maneggio, di buono animo, et di velocità grandissima. Et ancora che paiano delicati, sono di honeste forze, et resistono alle fatiche”
Sono rimaste tantissime fonti, tra cui soprattutto lettere, che ci informano su come i Gonzaga venissero costantemente informati sulla salute dei cavalli, i nuovi nati, i vincitori di pali e giostre, e sull’andamento delle trattative che venivano affidate ai loro emissari per l’acquisto di nuovi soggetti; a tale scopo questi venivano mandati nei lontani Regni di Napoli e di Sicilia, fino alle coste settentrionali dell’Africa.
Con Francesco II Gonzaga (1466-1519) l’allevamento arrivò a contare più di 2000 capi.
Il cavallo era certamente un simbolo di potere e levatura sociale, un’arma diplomatica potente che andava a sancire e consolidare alleanze; ma sappiamo anche che i Gonzaga erano realmente affezionati ai loro cavalli: la loro salute era al primo posto, spesso si recavano in visita alle loro stalle per coccolare e visitare i loro favoriti di cui erano gelosissimi.

Tra i preferiti ci fu sicuramente Morel Favorito, un morello che insieme ad altri 5 destrieri ha l’onore di essere celebrato nella Sala dei Cavalli di Palazzo del Te, a Mantova. In questi ritratti i cavalli sono rappresentati in un atteggiamento composto, quasi statico; non sono sellati ma hanno solo dei sottili finimenti ed ad alcuni sono stati posti dei pennacchi sulla testa. Questa semplicità nel ritrarre i cavalli è, secondo una mia personale considerazione, riprova del fatto che l’intento di Federico II è sicuramente quello di celebrare la bellezza dei suoi cavalli, ma anche il commuovente tentativo di un affettuoso padrone di rendere immortali i suoi amati animali. E questo è espresso molto bene da Giancarlo Malacarne che dice :
“Morel Favorito (…) è ancora là, per il diletto dello spirito ed il piacere dell’arte. E doveva volergli proprio bene Federico se, con altri, lo volle dipinto per l’eternità in quel suo splendido palazzo.”

Fonti:
G. Malacarne, Il mito dei cavalli gonzagheschi. Alle origini del purosangue
M. Fratarcangeli, Dal cavallo alle scuderie. Visioni iconografiche e architettoniche
