Cavalli famosi · Curiosita' · Micropillole · Storia

Micropillola / Le cavalle di Diomede

Diomede divorato dalle sue cavalle, dipinto di Gustave Moreau (dettaglio)

Celeberrimo è il personaggio di Ercole (o Eracle) e altrettanto celebre il mito delle sue dodici fatiche. A noi in particolare interessa l’ottava, quella in cui l’eroe avrebbe dovuto liberare le 4 giumente di Diomede e portarle da Euristeo (colui che impose a Eracle “le fatiche”). Diomede, re della Tracia, era figlio del dio Ares, e come il padre era spietato e crudele: aveva abituato le sue splendide e terribili cavalle a nutrirsi della carne umana dei soldati nemici caduti in guerra, e in assenza di combattimenti, le sfamava con gli sventurati che naufragavano sulle coste del suo regno, o con gli ignari ospiti che invitava nel suo palazzo. Ercole riuscì a rabbonire le giumente dando loro in pasto Diomede stesso, e dopo averle caricate sulla nave le portò a Micene da Euristeo. Quest’ultimo pare poi che le abbia liberate sul monte Olimpo e lì siano state divorate dalle bestie feroci che vi abitavano.

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The caparisoned horse

Se aveste assistito alla solenne cerimonia funebre del presidente americano John Fitzgerald Kennedy il 25 Novembre del 1963, avreste notato che la processione era guidata da 6 cavalli grigi che su un affusto di cannone trainavano la bara, seguiti da un soldato che conduceva a mano un morello dall’insolita bardatura:

un sottosella nero col bordo bianco, una sella con una sciabola sul fianco e, infilati nelle staffe, due stivali posizionati al contrario, come se il cavaliere fantasma che li indossava fosse rivolto all’indietro. Questo cavallo, chiamato caparisoned horse (caparison=gualdrappa) o riderless horse, (riderless=senza cavaliere) è stato un simbolo spesso presente nelle cerimonie funebri riservate a capi di stato, presidenti, ufficiali militari di alto grado o, anticamente, a grandi guerrieri; sembra infatti che le radici di questa tradizione affondino nel XIII secolo a.C., quando il cavallo di Gengis Khan venne condotto alla tomba del suo padrone e sacrificato per riposare al suo fianco. Allora il significato di questo rituale sarebbe stato quello di permettere al valoroso guerriero di raggiungere l’altro mondo un’ultima volta in sella al suo destriero, mentre in epoca moderna, dove fortunatamente il cavallo non è più sacrificato, si aggiunge la simbologia degli stivali infilati nelle staffe al contrario, come ad inscenare l’ultimo saluto del condottiero caduto alle sue fidate truppe.
Nella processione del presidente Kennedy il compito era stato assegnato a Black Jack, probabilmente un incrocio tra Morgan e Quarter Horse che era finito a ricoprire quel ruolo perché non si era rivelato un cavallo adatto né alla sella né ad essere attaccato. Durante la cerimonia tuttavia si era mostrato piuttosto nervoso e restio a seguire in modo mansueto il soldato che lo conduceva da terra; l’esercito si era quindi scusato con la famiglia Kennedy per l’imprevisto, ma questa aveva risposto che nell’animosità del cavallo avevano rivisto quella voglia di vivere un tempo propria dello sfortunato presidente.
Durante la sua carriera militare di quasi 30 anni, Black Jack ha partecipato alle esequie di altri due presidenti americani, Herbert Hoover e Lyndon Johnson. Dopo essere andato in pensione, un trottatore americano, Sergeant York, ha preso il suo posto in qualità di caparisoned horse.

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Il cavallo bianco di Uffington

Questa incredibile incisione sulle colline dell’Oxfordshire si trova vicino al villaggio di Uffington, tra le città di Oxford e Swindon. Si tratta di una figura lunga 110 metri riprodotta scavando dei solchi nel terreno, profondi circa un metro, poi riempiti di gesso bianco. Secondo gli archeologi l’opera risalirebbe alla fine dell’epoca del Bronzo (3300-1200 A.C.).
Il sito è proprietà del National Trust, un organizzazione che si impegna a preservare “coste, campagne e costruzioni di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord”; i bordi dell’incisione sono stati rafforzati con del cemento per limitarne il deterioramento e periodicamente volontari si adoperano per rinnovare il candore dell’opera con del nuovo gesso.
Ovviamente il posto migliore per ammirare il cavallo di Uffington è dall’alto, ma si può ammirare anche a distanza, dai vicini villaggi di Great Coxwell, Longcot e Fernham.
Si è a lungo dibattuto sul significato di questa figura, e se l’intento fosse proprio quello di rappresentare un cavallo piuttosto che un cane o una tigre dai denti a sciabola, ma dall’XI secolo almeno ci si è sempre riferiti ad essa come ad un cavallo bianco: in un manoscritto ritrovato nel monastero benedettino di Abingdon Abbey, si parla infatti del “mons albi equi” ovvero della collina del cavallo bianco.
Per quanto riguarda lo scopo dell’incisione, ci sono diverse teorie: una rappresentazione tribale, un’incisione in memoria di una battaglia, il simbolo di un culto, oppure una versione primordiale di un cartellone pubblicitario, messo lì da un mercante di cavalli.
Una curiosità sul cavallo di Uffington è che venne coperto durante la seconda guerra mondiale per evitare che i piloti tedeschi dall’alto potessero usare la figura per orientarsi durante i raid aerei.
Inoltre in Inghilterra non è l’unico, ma sono presenti molti altri cavalli bianchi incisi sulle colline, ognuno risalenti ad epoche diverse: il White Horse di Westbury, di Osmington, di Cherhill, di Kilburn e di Mormond.

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Black Beauty: il messaggio dietro al romanzo

Scritto da Anna Sewell e pubblicato nel 1877 con il titolo di Black Beauty: his grooms and companions, the autobiography of a horse, Black Beauty non sono è uno dei libri di cavalli più famosi in assoluto, ma è anche nella lista dei maggiori best sellers di tutti i tempi, con più di 40 milioni di copie vendute. La particolarità di questo romanzo è che il narratore della storia è proprio il protagonista, un bellissimo morello con una balzana e una stella sul muso che racconta la sua vita, tra alti e bassi, e tutti i suoi incontri con altri cavalli o persone.
Quello che potrebbe sembrare un libro per bambini, è in realtà un libro che vuole denunciare le condizioni spesso crudeli in cui i cavalli erano costretti a lavorare; Anna divenne particolarmente sensibile alla tematica del maltrattamento degli animali perché a causa di un incidente che le aveva danneggiato fortemente le caviglie, costringendola all’inizio ad avere sempre con sé delle stampelle e poi a vivere confinata nel suo letto, faceva grande uso della carrozza per muoversi. Venne così a conoscenza dei maltrattamenti che i cavalli attaccati alle carrozze subivano nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana. (1837-1901).
Questo è infatti quello che Anna scrive ad un amico:

Sono stata confinata in casa sul divano per 6 anni e ho avuto modo di tanto in tanto di scrivere quello che penso diventerà un piccolo libro, il cui scopo speciale è di indurre alla gentilezza, alla compassione e a un trattamento consapevole dei cavalli.

Immagine tratta dal film “Black Beauty” del 1994

Anna si scaglia in particolar modo contro la crudeltà della “bearing rein“, (chiamata anche checkrein o overcheck; negli attacchi italiani viene chiamata strick) una cinghia collegata all’imboccatura, che passando in un piccolo anello del sovranuca, scorre sui lati del collo e si attacca al sellino. Aveva come unico scopo quello di fare apparire più maestosi ed eleganti i cavalli costringendoli a tenere la testa molto in alto, una posizione scomoda e fortemente dannosa per la schiena e per il collo.
Nel libro Anna parla attraverso le parole di Black Beauty stesso; l’animale chiede all’altro cavallo insieme a cui tira la carrozza se il loro padrone sapesse quanto fosse dolorosa questa cinghia per loro. L’altro cavallo (Max) risponde:

Non lo so, ma il venditore e il veterinario lo sanno molto bene. Una volta ero dal venditore e mi stava addestrando insieme ad un altro cavallo per andare in coppia; ci faceva tenere la testa in alto, ogni giorno sempre un po’ più in alto. Un signore che era lì gli chiese il perché e lui rispose “Le persone non li compreranno se non lo facciamo. I londinesi vogliono che i loro cavalli tengano sempre la testa in alto; ovviamente è una cosa molto deleteria per il cavallo, ma buona per gli affari”.

Dopo la pubblicazione del libro, chi già si opponeva all’uso della bearing rein guadagnò ancora più forza e nel 1883, 500 veterinari firmarono una petizione contro questo finimento, che venne sempre meno usato e tollerato. Si formò anche un vero e proprio movimento l’Anti-Bearing-Rein Association che denunciava i danni serissimi al collo e alla spina dorsale che questa moda estrema causava ai cavalli; si evidenziava come queste cinghie impedissero all’animale di allungare l’incollatura per meglio distribuire il peso che doveva trainare, causandogli tra le altre cose, “dislocazione e parziale lussazione delle cartilagine superiore della trachea” oltreché una “costante tensione del legamento cervicale” e a dolori e tagli in bocca dovuti all’eccessiva tensione esercitata sull’imboccatura.
Ad oggi negli attacchi convenzionali lo strick non è accettato, oppure nel caso degli attacchi di tradizione, se è presente nei finimenti, deve essere agganciato in modo che le cinghie risultino morbide e non creino nessuna tensione al cavallo nemmeno quando abbassa la testa.
E’ invece ancora in uso nelle corse di trotto.

By Hippodrome de Deauville – Clairefontaine, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1181688
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Micropillola / Galoppo falso vs galoppo rovescio

Prima di tutto, un piccolo ripasso sul galoppo: è un andatura in tre tempi più uno di sospensione, in cui il cavallo appoggia nell’ordine 1)posteriore esterno, 2)anteriore esterno e posteriore interno 3)anteriore interno (e successivo tempo di sospensione). Questa è la successione corretta che avremo, o dovremmo avere, in risposta alla nostra richiesta.

Il posteriore esterno è già a terra; poi toccherà a posteriore interno e anteriore esterno e per ultimo all’anteriore interno.

Ma se la successione degli arti non è corretta, e quindi l’ultimo arto a poggiare a terra risulta essere l’anteriore esterno, il cavallo avrà un galoppo “sbagliato”; si parlerà di galoppo falso se le intenzioni del cavaliere erano quelle di ottenere un galoppo dritto, ma così non è stato (solitamente per un errore nella sua richiesta), e di galoppo rovescio se invece il cavaliere ha specificatamente chiesto al cavallo di galoppare sull’anteriore esterno. Il galoppo rovescio infatti è proprio un esercizio in piano, anche di un certo livello, che porta ad una maggiore decontrazione ed ingaggio del posteriore, quindi in definitiva a migliorare in generale la qualità del galoppo stesso.