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Micropillola / OTTB

La sigla OTTB significa “off track thoroughbred“, letteralmente “purosangue fuori pista” quindi un cavallo che non corre più nei tracciati di galoppo, o più semplicemente un “ex cavallo da corsa”. Si tratta perciò di un cavallo allevato ed addestrato per correre nelle corse ippiche che però non partecipa più ad esse. I motivi per cui un cavallo viene ritirato possono essere molteplici; dalla semplice mancanza di attitudine a questa disciplina, all’infortunio, all’essere arrivato a fine carriera. Nessuna di queste motivazioni in linea di massima preclude però all’animale la possibilità di potersi cimentare in altre discipline equestri, anche perché questi cavalli risultano spesso soggetti molto versatili e sportivi.

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Il groom – Intervista ad Alice Boni

La vita di Alice è un intreccio unico con i cavalli, tanto che si mette a ridere quando le chiedo di raccontarmi brevemente la sua storia e mi confida che vorrebbe scriverci un libro.
Già da piccola capisce che vive l’agonismo diversamente dagli altri, la gara è solo un test finale, ma lo scopo principale è la costruzione di un rapporto con il cavallo a casa; c’è quindi in lei la volontà di essere una “preparatrice” più che un’amazzone vincente. Il primissimo cavallo che riceve in gestione e con cui fa veramente binomio è Lieto, soprannominato Kiko; lui l’ha salvata da tristi momenti della sua vita privata e quando se n’è andato prematuramente, ammette, è stato uno shock. Per fortuna poi è arrivato Sirio, un cavallo che vecchi amici le chiedono di gestire per loro; Sirio ora ha 28 anni, vive tutt’ora con Alice, ed è l’amore della sua vita.

All’età di 16 anni circa, ho capito che volevo diventare groom, dedicare il mio impegno alla gestione dei cavalli, a farli stare bene, a fare in modo che non gli mancasse nulla. L’obiettivo era anche quello di arrivare a seguire cavalli di un certo livello, ma per me non esistono cavalli di serie A e di serie B, per me tutti devono stare bene, avere una persona che possa diventare il loro punto di riferimento e a cui possano raccontare quello che hanno da dire.” Il lavoro di groom comincia ad ingranare quando va a lavorare a Bregnano per un maestro di equitazione classica; poi segue alcuni privati soprattutto nel salto ostacoli, ma anche nel dressage e nel completo. Il lavoro grosso arriva poi 4 anni fa, quando va nella scuderia di Mario Rota, un preparatore di giovani cavalli per il salto ostacoli. C’è tanto da fare, tutto il giorno e tutti i giorni, dalla movimentazione dei cavalli, alla pulizia della scuderia e selleria, ma non ha modo di fare tanta esperienza in gara. Poi prende al balzo l’occasione di fare esperienza nel mondo del completo, accettando di lavorare per un anno con Clelia Casiraghi, completista. La segue in due internazionali, di cui il secondo in Germania, la sua prima esperienza all’estero e forse il ricordo a cui è più legata. Realizza quindi di non voler rimanere a casa, in scuderia, ma di voler seguire i cavalli nelle gare; “non mi sembrava giusto portarli in un posto che non conoscevano, senza la persona con cui avevano confidenza, io volevo essere lì con loro”. Inoltre sente l’esigenza di seguire pochi cavalli per offrire loro il massimo: tanti cavalli significa poco riposo e poco riposo significa lavorare male. E i cavalli lo sentono. “Io devo essere al mio 100% per poter garantire ai cavalli che seguo, almeno il 90%”.
Alla fine del 2020 comincia a lavorare per Simone Sordi, ad oggi il suo maggior cliente. Con lui ci sono in progetto i mondiali, gli europei e chissà, forse anche le olimpiadi; in questo lavoro come in tanti altri, si lavora giorno per giorno, “ma la voglia e il materiale su cui lavorare c’è. ” dice Alice.
Con l’umiltà di chi si mette in discussione di continuo mi dice che ha ancora tanto da imparare e che il suo è un lavoro in continuo evolversi, in continuo cambiamento, perché conosci persone e cavalli nuovi, con cui devi imparare a comunicare per creare un team che vada avanti nel tempo. Insieme al lavoro di groom vero e proprio poi fa anche formazione ai giovani che non hanno grande esperienza: “penso che se riesco a trasmettere il mio sapere e la mia voglia di fare bene, allora più cavalli avranno la possibilità di avere una persona su cui contare e a cui rivolgersi.

1.In cosa consiste il tuo lavoro? Com’è la tua “giornata tipo” a casa e in gara?

Il mio lavoro è di occuparmi del benessere e della salute dei cavalli che seguo. È un lavoro che spazia dalla pulizia del box a quella del cavallo, dalla sua alimentazione ed esercizio fisico all’essere semplicemente un punto di riferimento per il proprietario del cavallo. La giornata tipo varia poco, indipendentemente se si è a casa o in concorso, anche se quando non si è in trasferta devo pensare a più cose e in generale a più cavalli.
Di solito mi sveglio presto e come prima cosa do da mangiare ai cavalli, prima il fieno e poi il concentrato a seconda delle necessità di ognuno. Procedo poi con la pulizia dei box e della scuderia, poi con le prime uscite dei cavalli: ci sarà chi lavorerà a sella, chi alla corda, chi andrà a camminare in giostra oppure chi farà relax al paddock. Dopo la pausa pranzo, nel pomeriggio, alcuni cavalli fanno una seconda uscita, oppure arrivano i clienti che andranno a fare lezione. Per tutto il tempo della giornata c’è da gestire la scuderia e le strutture esterne; poi possono esserci particolari mansioni come tosature o assistere a visite veterinarie.
Si finisce con la somministrazione della cena ai cavalli, pulizia dei corridoi, sellerie e lavaggi, in modo da lasciare tutto pulito e in ordine per la mattina successiva.
In concorso la routine cambia di poco, ma il focus maggiore sarà verso i cavalli, per far sì che siano meno stressati possibile, e quindi più performanti.

2. Com’è la situazione in Italia e all’estero di questo lavoro?

Vorrei anzitutto fare chiarezza sul sostantivo groom, intorno al quale c’è un po’ di ignoranza. Per indicare una persona che si prende cura dei cavalli esistono principalmente due termini, artiere e groom, dove il primo è legato al mondo dell’ippica, mentre il secondo agli altri sport equestri come il salto ostacoli, l’endurance o anche le specialità della monta americana. Il problema però è che, pur svolgendo di fatto lo stesso lavoro, cioè quello di curarsi della salute e del benessere del cavallo a partire dalla bassa manovalanza come può essere la pulizia dei box, fino alla preparazione atletica del cavallo, mentre l’artiere è un mestiere riconosciuto, debitamente pagato in base all’esperienza e conoscenze, il groom non gode al momento di alcun riconoscimento e di conseguenza di nessuna tutela da parte dello Stato. Viene svolto 9 casi su 10 da stranieri mal pagati che non hanno alcuna conoscenza nel mondo dei cavalli e che si limitano a pulire i box, dar loro da mangiare e poco altro. Il mio lavoro è molto più ampio e complesso di quello che tanti pensano quando sentono parlare di groom, ma per i motivi spiegati prima è difficile ottenere il giusto compenso e riconoscimento.
All’estero questo mestiere è maggiormente rispettato, sia a livello contrattuale sia a livello umano. Come unica nota positiva la FEI il mese scorso ha firmato un protocollo di intesa con l’International Grooms Association (IGA) volto a riconoscere ufficialmente il ruolo del groom all’interno della Federazione. Aderire a queste associazioni dà la possibilità ai groom di qualsiasi nazione, dietro il versamento di una quota d’iscrizione annuale, di ricevere aiuto legale, assicurativo, psicologico, oltreché sostegno a cercare lavoro fisso e chiamate per i concorsi come freelance.

3. Esiste una scuola per diventare groom?

In Italia, ad oggi, non esistono scuole per groom come invece ci sono all’estero. Ma spero che in futuro ne nascano di valide; io stessa cerco di dare supporto e formazione a chi lo richiede, per far poi coincidere domanda e offerta. La formazione è fatta sia di teoria che di pratica, sarebbe importante riuscire a svolgerle entrambe, magari con la guida di un groom esperto.
A livello di studi ci possono essere degli indirizzi che possono tornare utili a chi vorrebbe diventare groom, come l’istituto tecnico agrario per quanto riguarda l’istruzione superiore, e il corso di laurea triennale “allevamento e benessere animale” o “scienze e tecniche equine” per quanto riguarda l’università; ad essere sinceri però, tutto quello che so l’ho imparato sul campo, stando in scuderia, dietro a persone competenti e documentandomi su libri specifici sulla cura e sul benessere del cavallo, che, neanche a dirlo, sono in inglese.

4. Assodato che il groom non sostituisce il veterinario, quali sono le conoscenze mediche che è bene avere per meglio occuparsi della salute dell’animale?

Bisogna conoscere i parametri vitali di un cavallo in salute, saper vedere e capire se prova fastidio o dolore in base al suo comportamento nel box o fuori durante le attività quotidiane. Di sicuro è utile poi conoscere segnali e sintomi di una colica o di una zoppia, casi purtroppo non rari. E’ vantaggioso poi avere qualche conoscenza di pronto soccorso per intervenire prontamente in caso di ferite.

5. Hai un sogno nel cassetto?

Sicuramente Badminton! Mi piacerebbe viverlo ovviamente come groom, ma sarebbe fantastico anche avere la possibilità di vederlo come spettatrice. Spero di arrivarci un giorno, in un modo o nell’altro.
(Il Badminton Horse Trial è un concorso internazionale di completo di categoria 5 stelle, il massimo, che si svolge in Inghilterra nell’arco di 5 giornate)

6. In cosa pensi si differenzi il rapporto tra cavallo-cavaliere e cavallo-groom?

La differenza è semplice: la maggior parte dei cavalieri passa il tempo strettamente necessario con il cavallo per il lavoro fisico (parlando di ambiente agonistico), il groom invece, specialmente in concorso, passa moltissime ore accanto al cavallo, facendo di tutto. Quello che per molti può sembrare “non far niente”, come il restare seduti all’interno del box accanto al cavallo, è in realtà tutta comunicazione non verbale con l’animale. Di conseguenza penso che tra il groom e il cavallo ci sia una conoscenza reciproca inevitabilmente più ampia e profonda.

Alice Boni, professional horse groom
Instagram: @alice.boni.560
Facebook: Alice Boni

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Il cavallo Zangerscheide

Ultimamente si sente molto parlare di cavalli “Zangerscheide“, soprattutto nel salto ostacoli di alti livelli. Non si tratta di una vera e propria razza, ma di uno Studbook, quindi di un registro genealogico o più semplicemente di un allevamento che si è posto lo scopo di selezionare esemplari che avessero particolari doti nel salto.
La storia della nascita di tutto questo è alquanto singolare e merita secondo me di essere conosciuta.
Il protagonista della nostra storia è tale Leon Melchior, uomo d’affari nel mondo dell’edilizia, lontanissimo da tutto ciò che riguardava i cavalli; tuttavia il consiglio del medico di praticare sport all’aria aperta lo porta ad incontrare questi animali, ed inevitabilmente nasce una passione travolgente. Forte anche di grandi possibilità economiche, negli anni ’70 Melchior crea una grande scuderia col nome di Zangerscheide nelle sue tenute di Lanaken in Belgio, che sarà presto frequentata da cavalieri e istruttori di alti livelli. Egli stesso acquisterà la cavalla Heureka, fresca vincitrice del GP di Acquisgrana e seguito dall’allenatore Hermann Schridde, campione olimpico, arriverà ad indossare i colori della squadra olandese in Coppa delle Nazioni ad Aachen, nel 1971.

Av Just chaos – https://www.flickr.com/photos/7326810@N08/
4339075443/sizes/o/in/photostream/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33392619

Ma le ambizioni di Melchior non si fermano qui. Heureka, cavalla holsteiner di 13 anni, diventerà la prima fattrice dell’allevamento Zangerscheide, ad oggi uno dei più rinomati al mondo e che si è sempre distinto per metodi all’avanguardia (uno tra i primi ad utilizzare l’inseminazione artificiale e il congelamento del seme).
All’inizio i cavalli che venivano utilizzati provenivano da diverse linee di sangue e nazioni, poi alla fine degli anni 70 si creò la linea Zangerscheide e i puledri venivano marchiati con una Z sulla coscia (e presente anche alla fine del nome).
Ad oggi i cavalli prodotti da questa “fabbrica” di campioni, sono utilizzati in tutto il mondo nelle competizioni di alto livello.

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Come si ripone la sella?

La sella è quasi sicuramente il pezzo del nostro equipaggiamento più costoso. Ci sono tantissimi articoli che spiegano come prendersene cura per pulire, ammorbidire e preservare a lungo il cuoio e/o gli altri materiali che la compongono; ma forse poco spazio viene dedicato a dove e come è meglio riporla quando non la utilizziamo. Sì perché essendo stata pensata per adattarsi alla schiena e al corpo del nostro cavallo, se riposta male c’è il rischio che nel tempo si vada a comprometterne la struttura. “La scelta del portasella è tanto importante quanto sottovalutata. Sebbene ne esistano di varie forme e tipologie, non tutti sono adatti alle selle inglesi. Il rischio è quello di ritrovarsi con una sella che ha irrimediabilmente preso la forma del portasella anziché della schiena del cavallo.” ci rivela Ilaria Goldoni, saddle fitter indipendente e certificata in tutta Italia.

Un portasella largo che tocca i cuscini della sella (A), può danneggiarli deformandoli; quello ideale è anche il più semplice, quello a bastone (B), che poggia unicamente sull’arcione. Se proprio non si può sostituire il portasella, si può ridurre il problema mettendo un sottosella grosso (tipo western) o una pila di sottosella inglesi tra questo e la sella.
I danni prodotti da un portasella errato, ci informa Ilaria, non sempre si possono risolvere senza spese salate: se la sella ha cuscini in lana, si possono reimbottire, ma se i cuscini sono in memory o foam, vanno rifatti completamente.

E se invece il portasella non è a disposizione? Magari dobbiamo sellare il nostro cavallo mentre siamo all’aperto, e non abbiamo altra soluzione se non appoggiarla per terra… Per prima cosa mettiamo sotto qualcosa, il sottosella, una copertina o qualcosa di morbido per evitare che la sella sia a diretto contatto con il suolo e quindi che si possa graffiare. Poi facciamo in modo che questa appoggi su tre punti: l’arcione e le due estremità dei quartieri. Non mettiamola mai rivolta con il seggio a terra.

Prima di optare per la soluzione “sella per terra” però, guardiamoci intorno, perché anche una staccionata o la porta del box possono fare al caso nostro ed essere un utile appoggio.

Altri suggerimenti:

  • come luogo per custodire la sella quando non viene usata, prediligi ambienti arieggiati, a temperatura media costante e lontani dal sole e fonti di calore dirette (stufette ecc..);
  • sì al coprisella e al copristaffe;
  • non riponiamo finimenti, sottopancia e sottosella sudati sopra la sella perché il sudore acido secca il cuoio del seggio causando screpolature.

Ilaria Saddle Service
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Man o’ War

Il nome di questo cavallo è scritto nel libro d’oro del galoppo mondiale e come tale penso non si possa non conoscere almeno un po’ della sua storia. Il nome di Man o’ War, letteralmente uomo della guerra, fu dato a questo purosangue inglese nato in America nel 1917, dalla moglie di uno dei più potenti uomini del mondo delle corse degli USA, per onorare il marito partito per la guerra. Il puledro fu poi comprato da Samuel Ridde, un grande magnate dell’industria tessile per solo 5,000 dollari (a fine carriera gli saranno offerti 1 milione di dollari!) e si guadagnerà il soprannome di “the big red” per la sua altezza al di sopra della media. Questo sarà lo stesso nomignolo che verrà dato 60 anni dopo a un altra grande leggenda degli ippodromi, Secretariat. Man o’ war discendeva per linea paterna da uno dei capostipiti della razza purosangue, Godolphin Arabian, perciò aveva tutte le carte in regole per diventare un grande campione. E così fu. La sua carriera agonistica sarà molto breve, solo 2 anni, ma molto intensa; su 21 gare disputate, ne vincerà 20 e sempre con diverse lunghezze di vantaggio. Per altro pare che i motivi della sua unica sconfitta furono diversi errori commessi dal fantino Johnny Loftus e da una sfortunata partenza: nei primi anni del 1900 non esistevano ancora le gabbie ma veniva usato una sorta di canape dietro al quale dovevano allinearsi tutti i cavalli, e Man o’ War finì per partire girato di 90° perdendo preziosi secondi.
All’età di soli 3 anni ci fu il suo ritiro dalle gare e sembra che questo sia stato fortemente richiesto dagli altri proprietari di cavalli, stanchi di essere sconfitti dall’imbattibile sauro. Man o’ War cominciò così la sua vita da riproduttore e ad oggi molti grandi campioni dell’ippica possono dire di essere (alla lontana) imparentati con lui: tra i più conosciuti War Admiral e Hard Tack, padre di Seabiscuit.

Di David Ohmer – originally posted to Flickr as Lexington Kentucky – Kentucky Horse Park “Man ‘O’ War”, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11251173

Man o’ war morirà all’età di 30 anni nel 1947, e la notizia fece il giro del mondo; per lui venne fatto anche un vero e proprio funerale al quale parteciparono migliaia di persone. Le sue ceneri sono al Kentucky Horse Park dove c’è anche una statua a lui dedicata.
Una curiosità: il proprietario di Man o’ War, prima di ritirarlo dalle corse, chiese all’handicapper quale peso avrebbe assegnato al cavallo se l’avesse fatto correre ancora, e la risposta fu “il peso più massiccio che sia stato mai assegnato a un purosangue”.