Cavalli famosi · Curiosita' · Storia

Xanto e Balio, i cavalli di Achille

Il mito di Achille è uno dei più ricchi e famosi della mitologia greca: tutti sanno dell’assedio di Troia, dell’inganno del cavallo, del tallone che gli costò la vita. Ma forse pochi conoscono i suoi due cavalli immortali, Xanto (che significa “fulvo, baio”) e Balio (che significa “pezzato, pomellato”).

I due animali erano figli dell’arpia Podarge e di Zefiro, il più veloce dei venti, ed erano stati regalati al re Pelèo da Poseidone; erano cavalli eccezionali non solo per l’incredibile velocità e per il fatto di essere immortali, ma anche perché avevano il dono della parola.
Pelèo li dona poi al figlio, Achille, affinché conducano il suo carro durante la guerra di Troia.

“Questi, dunque, per lui strinse al giogo i veloci cavalli, Xanto e Ballo, che al pari correvan col soffio dei venti.”
(Iliade canto XVII)

A Xanto e Balio si affezionerà molto anche lo sfortunato Patroclo, grande amico di Achille, e quando il giovane cadrà in battaglia, i due animali lo piangeranno, rifiutandosi di tornare a combattere, la testa abbassata e le criniere fluenti che sfiorano il terreno. Anche Zeus si impietosisce di fronte alla forte compassione dei cavalli nei confronti del loro auriga, ma poi interviene affinché ritornino alla guerra, scuotendo via la polvere dalle loro criniere.

Condurranno il carro di Achille anche nell’infelice gesto di trascinare il corpo del rivale Ettore lungo tutte le mura di Troia.
Sarà Balio infine a predire all’eroe la morte imminente:

“E Baio a lui rispose, corsiere veloce, dal giogo,
sùbito giù chinando la testa (…)
n Certo, anche adesso te salveremo, divino Pelide;
ma t’è vicino il giorno che devi morire; e la colpa
noi non abbiamo”
(Iliade canto XIX)


Curiosita' · Eventi · Storia

Il Cadre Noir

Il Cadre noir è un gruppo di ecuyers, letteralmente “cavalieri”, istruttori della scuola di equitazione francese di Saumur (École Nationale d’Équitation, ENE). Cadre fa parte della terminologia militare nata durante le guerre napoleoniche e stava ad indicare un gruppo di ufficiali incaricati di formare e dirigere le truppe; noir invece fa riferimento al colore nero dell’uniforme di questi cavalieri, indossata durante le esibizioni.

La scuola nasce per formare gli ufficiali della cavalleria francese e qui vengono professati gli insegnamenti di grandi esponenti della tradizionale equitazione francese, primo fra tutti François Robichon de La Guérinière, che scrisse molto sull’arte del dressage e fu egli stesso istruttore di equitazione di re Luigi XV.
Dopo la seconda guerra mondiale, quando ormai appariva inutile una scuola di equitazione per fini militari, venne riconosciuto il grande prestigio internazionale della scuola di Saumur, che insieme alla Scuola Portoghese di Arte Equestre a Lisbona, la Scuola Spagnola di Vienna e la Scuola Reale Andalusa di Arte Equestre a Jerez de la Frontera, rappresenta una delle 4 accademie di equitazione classica più autorevoli al mondo.
Nel 1972 nasce la scuola nazionale di equitazione attorno a quello che era la scuola del Cadre Noir, e i suoi insegnanti ne andranno a costituire i maggiori istruttori. Ad oggi la maggior parte dello staff è civile, ma ci sono ancora esponenti dell’esercito.
A differenza per esempio della scuola viennese, dove vengono usati soltanto Lipizzani, al Cadre Noir si trovano diverse razze come il Selle Français, il Purosangue, l’Anglo-arabo e il Lusitano.

Nelle esibizioni del Cadre noir, forse gli esercizi più spettacolari sono i cosidetti sauts d’école o airs relevés, in cui il cavallo, montato o condotto a mano, si stacca da terra:

  • La courbette : il cavallo si impenna sui posteriori e rimane in questa posizione per qualche secondo
  • La croupade : il cavallo da terra scalcia energicamente coi posteriori estendendoli completamente
  • La cabriole : è la combinazione dei due esercizi sopra, per cui il cavallo alza gli anteriori per poi scalciare coi posteriori, compiendo una sorta di salto.
Attualità · Curiosita' · Storia

La villa del sauro bardato a Pompei

L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha reso Pompei e altri piccoli comuni alle falde del vulcano, famosi in tutto il mondo; la lava che ha completamente sommerso l’antica città, ha conservato edifici, manufatti, persino persone ed animali, permettendoci di sapere come si viveva 2000 anni fa in questa zona dell’Italia.
All’inizio del 2018, un eccezionale ritrovamento aveva portato alla luce gli ambienti di servizio di una grande e lussuosa villa, in particolare la stalla in cui era presente la sagoma integra di un cavallo ancora legato, le zampe di un secondo animale e una mangiatoia lignea. La villa venne perciò ribattezzata “tenuta del sauro bardato”.


Con il proseguire delle operazioni, è stato possibile realizzare il calco di tutti e due i cavalli, ed è stata accertata la presenza anche di un terzo equino, che però non si è potuto recuperare per colpa dei danni operati dai tombaroli.
Sono venuti alla luce anche reperti di bronzo e ferro, che facevano parte della ricca bardatura di questi animali. Nello specifico sembra che i resti siano quelli di una sella detta “a quattro corni”: una struttura lignea rivestita di placche di bronzo con 4 corni, due davanti e due dietro che servivano a dare maggiore stabilità al cavaliere, in un’epoca in cui le staffe ancora non esistevano.

I finimenti, insieme a scheletri che fanno intuire si trattasse di cavalli dalla presenza imponente, lasciano intendere che ci si trovi davanti ad importanti animali di rappresentanza, di razza selezionata e utilizzati per lo più durante le parate.
Il fatto che fossero bardati al momento della tragedia, ha fatto avanzare l’ipotesi che fossero stati preparati per la fuga.

Curiosita' · Micropillole · Storia

Micropillola / I simboli sui cavalli degli indiani d’America

Vediamo insieme quelli che erano i principali simboli con cui i nativi americani erano soliti decorare i loro migliori cavalli, all’alba di una battaglia o di una battuta di caccia. Alcuni servivano per mostrare il valore del guerriero, altri erano segni per ingraziarsi la sorte.

  1. Linee orizzontali poste sopra il naso o sulle gambe, mostravano il numero delle vittorie e dei trofei di guerra.
  2. Cerchi attorno agli occhi e/o alle narici servivano ad amplificare i sensi del cavallo.
  3. la freccia dritta era un simbolo di buon auspicio per la riuscita dell’impresa.
  4. ferri di cavallo squadrati o tondeggianti, segnavano il numero delle incursioni (per rubare cavalli) portate a termine dal guerriero.
  5. una forma di serpente con un piccolo cerchio e una linea a zigzag lungo le gambe posteriori, serviva ad augurare al cavallo di agire con velocità e senza essere scoperti.
  6. una o due linee a zigzag, simbolo del fulmine, servivano a dare potenza e velocità.
  7. l’impronta di una mano di qualsiasi colore tranne il rosso, segnalava che una missione era stata portata a termine; se era rossa invece, segnava la morte di un nemico. Inoltre, se era posta sulla spalla del cavallo, era anche un voto di vendetta.
  8. puntini bianchi posti sul petto erano l’auspicio che la grandine si abbattesse sul nemico.
Curiosita' · Storia

Gli indiani d’America e i cavalli

E’ noto che i nativi americani sono stati grandi uomini di cavalli e che l’arrivo di questo animale abbia rivoluzionato completamente la vita di queste tribù, divenendo un mezzo fondamentale per la caccia, gli spostamenti e il trasporto.

Eppure i primi nativi che incontrarono il cavallo portato dagli spagnoli, ne rimasero terrorizzati; non avendola mai vista pensarono fosse una creatura mostruosa e ostile. Poi però, riconoscendogli grandi doti e utilizzi, cominciarono a considerarlo un’animale sacro, portato dagli dei. Essendo il cane l’animale conosciuto che maggiormente assomigliava al cavallo, i nativi lo chiamarono con espressioni come “il grande cane dell’uomo bianco”, “cane misterioso” o ancora “cane daino”.
I Comanche furono una delle tribù maggiormente legata al cavallo; ne possedevano talmente tanti da usarli come merce di scambio per ottenere armi o altri beni. Questo grazie all’allevamento ma anche grazie alla cattura di esemplari selvaggi o tramite il furto. Un guerriero comanche, poteva arrivare a possedere tra i 50 e i 100 cavalli.
I nativi americani utilizzavano ancor prima dell’arrivo dei cavalli cinghie di cuoio che furono poi adattate per diventare briglie, lacci e capezze. Le prime selle, che comunque arrivarono molto più tardi, erano sacche di pelle di animale riempite con paglia e assicurate al dorso del cavallo con cinghie; divennero col tempo poi più elaborate, con staffe e decorazioni.
I cavalli, quando bisognava affrontare delle battaglie o delle battute di caccia, venivano decorati sul manto con simboli dai colori sgargianti e pezzi di stoffa colorati venivano attaccati alla criniera o alla coda; alcune tribù usavano anche delle maschere a forma di testa di bisonte con corna e piume per dar loro un’aria più aggressiva.

Tutto era legato anche alla componente magica che questi animali portavano con sè, essendo considerati esseri divini, soprannaturali. Anche il colore del manto aveva una certa valenza: alcune tribù preferivano i cavalli grigi, altre quelli neri, altre ancora quelli pezzati.
I bambini erano abituati a stare a cavallo fin da piccolissimi, e una delle prime importanti responsabilità di un ragazzino che si avviava verso la maturità, era quello di badare ai cavalli, a non perderli mai di vista ed ad assicurarsi che avessero sempre acqua a disposizione.