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Il cavallo Zangerscheide

Ultimamente si sente molto parlare di cavalli “Zangerscheide“, soprattutto nel salto ostacoli di alti livelli. Non si tratta di una vera e propria razza, ma di uno Studbook, quindi di un registro genealogico o più semplicemente di un allevamento che si è posto lo scopo di selezionare esemplari che avessero particolari doti nel salto.
La storia della nascita di tutto questo è alquanto singolare e merita secondo me di essere conosciuta.
Il protagonista della nostra storia è tale Leon Melchior, uomo d’affari nel mondo dell’edilizia, lontanissimo da tutto ciò che riguardava i cavalli; tuttavia il consiglio del medico di praticare sport all’aria aperta lo porta ad incontrare questi animali, ed inevitabilmente nasce una passione travolgente. Forte anche di grandi possibilità economiche, negli anni ’70 Melchior crea una grande scuderia col nome di Zangerscheide nelle sue tenute di Lanaken in Belgio, che sarà presto frequentata da cavalieri e istruttori di alti livelli. Egli stesso acquisterà la cavalla Heureka, fresca vincitrice del GP di Acquisgrana e seguito dall’allenatore Hermann Schridde, campione olimpico, arriverà ad indossare i colori della squadra olandese in Coppa delle Nazioni ad Aachen, nel 1971.

Av Just chaos – https://www.flickr.com/photos/7326810@N08/
4339075443/sizes/o/in/photostream/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=33392619

Ma le ambizioni di Melchior non si fermano qui. Heureka, cavalla holsteiner di 13 anni, diventerà la prima fattrice dell’allevamento Zangerscheide, ad oggi uno dei più rinomati al mondo e che si è sempre distinto per metodi all’avanguardia (uno tra i primi ad utilizzare l’inseminazione artificiale e il congelamento del seme).
All’inizio i cavalli che venivano utilizzati provenivano da diverse linee di sangue e nazioni, poi alla fine degli anni 70 si creò la linea Zangerscheide e i puledri venivano marchiati con una Z sulla coscia (e presente anche alla fine del nome).
Ad oggi i cavalli prodotti da questa “fabbrica” di campioni, sono utilizzati in tutto il mondo nelle competizioni di alto livello.

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Man o’ War

Il nome di questo cavallo è scritto nel libro d’oro del galoppo mondiale e come tale penso non si possa non conoscere almeno un po’ della sua storia. Il nome di Man o’ War, letteralmente uomo della guerra, fu dato a questo purosangue inglese nato in America nel 1917, dalla moglie di uno dei più potenti uomini del mondo delle corse degli USA, per onorare il marito partito per la guerra. Il puledro fu poi comprato da Samuel Ridde, un grande magnate dell’industria tessile per solo 5,000 dollari (a fine carriera gli saranno offerti 1 milione di dollari!) e si guadagnerà il soprannome di “the big red” per la sua altezza al di sopra della media. Questo sarà lo stesso nomignolo che verrà dato 60 anni dopo a un altra grande leggenda degli ippodromi, Secretariat. Man o’ war discendeva per linea paterna da uno dei capostipiti della razza purosangue, Godolphin Arabian, perciò aveva tutte le carte in regole per diventare un grande campione. E così fu. La sua carriera agonistica sarà molto breve, solo 2 anni, ma molto intensa; su 21 gare disputate, ne vincerà 20 e sempre con diverse lunghezze di vantaggio. Per altro pare che i motivi della sua unica sconfitta furono diversi errori commessi dal fantino Johnny Loftus e da una sfortunata partenza: nei primi anni del 1900 non esistevano ancora le gabbie ma veniva usato una sorta di canape dietro al quale dovevano allinearsi tutti i cavalli, e Man o’ War finì per partire girato di 90° perdendo preziosi secondi.
All’età di soli 3 anni ci fu il suo ritiro dalle gare e sembra che questo sia stato fortemente richiesto dagli altri proprietari di cavalli, stanchi di essere sconfitti dall’imbattibile sauro. Man o’ War cominciò così la sua vita da riproduttore e ad oggi molti grandi campioni dell’ippica possono dire di essere (alla lontana) imparentati con lui: tra i più conosciuti War Admiral e Hard Tack, padre di Seabiscuit.

Di David Ohmer – originally posted to Flickr as Lexington Kentucky – Kentucky Horse Park “Man ‘O’ War”, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11251173

Man o’ war morirà all’età di 30 anni nel 1947, e la notizia fece il giro del mondo; per lui venne fatto anche un vero e proprio funerale al quale parteciparono migliaia di persone. Le sue ceneri sono al Kentucky Horse Park dove c’è anche una statua a lui dedicata.
Una curiosità: il proprietario di Man o’ War, prima di ritirarlo dalle corse, chiese all’handicapper quale peso avrebbe assegnato al cavallo se l’avesse fatto correre ancora, e la risposta fu “il peso più massiccio che sia stato mai assegnato a un purosangue”.

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Le corse ad handicap

l termine “handicap” originariamente faceva parte del linguaggio sportivo e indicava lo svantaggio assegnato in una gara al concorrente con statisticamente maggiori probabilità di vincere, per dare uguali possibilità a tutti i partecipanti e rendere più avvincente e meno scontata la competizione.
Nello specifico, nel mondo dell’ippica e principalmente nel galoppo, handicap indica una particolare categoria di corse dove ogni cavallo è chiamato a portare un peso differente, calcolato secondo le valutazioni di esperti chiamati handicapper in modo da uniformare le chances dei partecipanti; quindi più il cavallo è veloce, maggiore sarà il peso che dovrà portare.
Un cavallo viene valutato in base ai risultati recenti e in generale alla sua carriera complessiva.

Il peso assegnato comprende il peso della sella e del fantino ed eventualmente, se questo non fosse sufficiente, quello di piccoli piombi aggiunti nella sella.
Se il lavoro dell’handicapper è stato eseguito correttamente, tutti i cavalli taglieranno il traguardo con poca distanza l’uno dall’altro.
Proprio per l’incertezza del risultato, queste competizioni sono molto gradite dagli appassionati, e conseguentemente il volume medio delle scommesse è più alto rispetto alle altre gare classiche.

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Micropillola / Il Derby

Si tratta di un termine che si sente utilizzato oggi soprattutto nel mondo calcistico, ma in realtà la sua origine è proprio legata al mondo equestre perché il derby è una gara importante nel mondo delle corse, che un cavallo può disputare una sola volta nella sua vita, e cioè all’età di 3 anni.
Ogni nazione ha il suo derby e il montepremi ammonta solitamente a svariati milioni di dollari.

Tornando all’origine del nome, pare sia collegato a quello di Edward Smith Stanley, 12° conte di Derby, una città a nord di Londra; il nobiluomo organizzò una corsa di cavalli riservata ai puledri di 3 anni nella sua tenuta di Epsom, ma Sir Charles Bunbury voleva arrogarsi la paternità dell’idea. I due si sfidarono allora con un semplice tiro di monetina, e la sorte decise per la vittoria del conte, perciò la gara venne chiamata “derby“. A vincere però questo primo derby disputato nel 1780 sarà, ironia della sorte, il cavallo di Sir Bunbury.
I discendenti di Lord Derby hanno mantenuto la tradizione rimanendo grandi allevatori e proprietari di purosangue inglesi e i colori della scuderia sono rimasti invariati: neri con copricasco bianco.

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5 curiosità su Monty Roberts

By user:borsi112 – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=112873774

Al di là di quelli che sono i suoi metodi e principi sull’addestramento e sulla comunicazione con il cavallo, condivisibili o meno, quando ho letto della vita di quest’uomo nella sua biografia “The man who listens to horses“, ne sono rimasta davvero colpita. Ciò che lo rende ai miei occhi un uomo eccezionale è il suo grande desiderio di cambiare le cose, la sua intuizione che il modo con cui ci si approcciava ai cavalli non poteva essere quello giusto; una persona che si è fatta carico della sofferenza che questi animali erano costretti a sopportare per il capriccio dell’uomo, e che ha cercato di mettersi in comunicazione con loro ascoltandoli, osservandoli, studiandoli, in un epoca dove tutto questo era follia, una perdita di tempo.
Oggi voglio svelarvi solo 5 piccole curiosità su Monty Roberts, ma per saperne di più, vi invito a leggere il suo famosissimo libro, tradotto anche in lingua italiana.

  1. fin da piccolissimo dimostrò grande talento a montare, e fu spinto a partecipare ad importanti gare western dall’età di soli 4 anni; le sue capacità vennero sfruttate principalmente per pubblicizzare la scuola di equitazione gestita dal padre e dalla madre a Salinas, in California;
  2. il padre si “riforniva” periodicamente di mustang che venivano catturati per essere utilizzati nei ranch o nelle competizioni e, com’era di norma, si serviva di metodi brutali per addomesticarli, instillando in loro terrore e sottomissione nei confronti dell’uomo; egli non accettò mai che il figlio avesse trovato un metodo alternativo nemmeno quando assistette di persona alla dimostrazione della sua efficacia;
  3. Monty, desideroso di studiare da vicino i mustang, convinse il padre ad essere mandato insieme ad altri nel deserto del Nevada a catturare altri cavalli che sarebbero serviti per un rodeo. Qui, osservando il loro comportamento all’interno del branco, gettò le basi di quello che divenne il metodo del “Join-up”. Aveva solo 15 anni;
  4. all’età di 20 anni assistette alle riprese del film “East of Eden” e gli fu affidato il compito di illustrare la vita da cowboy a un giovanissimo James Dean. Passarono molti mesi insieme e diventarono grandi amici, tanto che James espresse il desiderio di comprare un ranch e dirigerlo insieme a Monty e alla moglie; purtroppo come sappiamo l’attore morì in un incidente stradale nel 1955;
  5. nel 1989 le idee di Monty arrivarono fino all’orecchio della regina Elisabetta, che lo invitò al castello di Windsor per assistere di persona a una delle sue famose dimostrazioni; sarà proprio la regina ad esortarlo a documentare e a scrivere di questo suo metodo innovativo, cosa che si era promesso di non fare dopo la reazione avversa del padre.