Cavalli famosi · Curiosita' · Storia

Micropillola / La verità dietro un quadro

Tutti sappiamo che farsi ritrarre a cavallo, un tempo, era un modo per ostentare la propria ricchezza e le proprie capacità militari ed atletiche, fino anche ad esprimere concetti più metaforici come la capacità della ragione di prevalere sull’istinto selvaggio..
Queste, insieme anche ad un fine propagandistico, sono le ragioni anche che probabilmente spinsero Napoleone a commissionare a Jacques Louis David il famosissimo dipinto qui sotto.

“Napoleone che attraversa le Alpi” Jacques-Louis David 

Il quadro, che ora si trova al castello di Malmaison vicino Parigi, ritrae il condottiero francese mentre valica il Gran Sanbernardo insieme alla sua armata durante la seconda campagna d’Italia: Bonaparte ha l’uniforme da generale, con in testa un bicorno gallonato d’oro, armato di una spada e con un mantello gonfiato dal vento che si avvolge attorno alle sue spalle. Monta un cavallo pezzato e mentre con la mano sinistra tiene le redini, con la destra sembra indicare al suo esercito la strada, verso la vittoria.
Un quadro certo che fa apparire Bonaparte come un valoroso e potente generale, un eroe.
Ma in realtà le cose andarono diversamente. La cavalcatura ideale per affrontare i terreni impervi delle Alpi era l’asino, molto più solido e resistente, e quella fu anche la scelta di Napoleone: oltrepassò il valico in sella ad un asino, condotto a mano da una guida esperta, proprio come lo ritrae un altro pittore, Paul Delaroche.
La figura di Napoleone qui non appare più come quella di un coraggioso condottiero, ma di un normale soldato, infreddolito e probabilmente stanco della lunga marcia. Nel dipinto non ci sono più colori vivaci e uniformi splendenti, ma tutto è pervaso dal grigiore della pietra e dal biancore della neve.

“Napoleone che attraversa le Alpi” Paul Delaroche

Fonti delle immagini :Wikipedia

Cavalli famosi · Curiosita' · Il nitrito della buonanotte

Il nitrito della buonanotte / Il kelpie

Si dice che l’esistenza del kelpie sia nota all’uomo perché una sera un viandante coi vestiti fradici e il volto pallido si avvicinò a un piccolo villaggio in cerca di soccorso; l’uomo raccontò di essersi imbattuto in uno splendido cavallo bianco nei pressi di un lago lì vicino. L’animale nitriva e colpiva l’acqua con lo zoccolo quasi volesse invitare l’uomo a montargli in groppa, ed egli estasiato da tanta bellezza si era avvicinato posando una mano sul mantello immacolato…poi di scatto il cavallo aveva voltato il muso verso di lui, fissandolo con occhi infuocati; dopo un basso e infernale nitrito si era gettato in una corsa folle verso il centro del lago, trascinandosi dietro il viandante. Fortunatamente l’uomo portava alla cintura un pugnale e presolo con la mano libera, si era tagliato di netto quella rimasta attaccata al cavallo. E allora tutti si resero conto che il mantello dell’uomo non era bagnato solo di acqua ma anche del sangue che scendeva copioso dalla terribile ferita. Un gesto scellerato che era stato tuttavia l’unico modo per potersi salvare la vita…
Il kelpie è un essere maligno del folclore celtico che si trova soprattutto nei racconti irlandesi e scozzesi; esso si manifesta nelle vicinanze di un fiume, di un lago o di un corso d’acqua con le sembianze di un cavallo bianco, (o nero in alcune versioni) la criniera e la coda bagnate. Il suo intento è quello di irretire e ingannare viandanti e viaggiatori che, rimasti incantati dalla bellezza dell’animale, cercherebbero di montarlo o toccarlo, scoprendo però poi di non riuscire più a scendere o a staccare le mani dal suo manto. A quel punto il kelpie trascinerebbe il malcapitato nell’acqua affogandolo (e in alcuni casi divorandolo).
Questa leggenda sembrerebbe aver originato tanti altri miti di entità oscure che infestano laghi e fiumi di Scozia e Irlanda, primo tra tutti il celeberrimo mostro di Loch Ness.
Si trovano rimandi al kelpie poi in diversi film e libri, anche nella pellicola del 2018 “Animali fantastici: i crimini di Grindelwald” si trova un’originale rivisitazione di questa creatura, una sorta di drago marino dalla testa di cavallo e col corpo ricoperto di alghe.

Un fotogramma del film “Animali fantastici: i crimini di Grindelwald”

The Kelpies è anche il nome di una enorme scultura di acciaio alta 30 metri rappresentante le teste di due cavalli, realizzata dall’artista scozzese Andy Scott. Il nome dell’opera, che si trova a un ora da Glasgow, tra i canali Forth e Clyde, prende evidentemente spunto dalla creatura che si dice infesti molti dei laghi scozzesi, ma è anche un omaggio al cavallo da tiro che è stato fondamentale per lo sviluppo agricolo e industriale del paese.

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Micropillola / La storia di Prometea

6 anni dopo la pecora Dolly, il 28 maggio 2003 nasce in Italia la prima cavalla clonata.
Si chiama Prometea ed è una puledra avelignese identica alla madre, nata da un esperimento condotto con successo da un équipe del laboratorio di tecnologia della riproduzione di Cremona.

Prometea e la madre

La particolarità dell’esperimento sta nel fatto che la madre è stata anche la donatrice della cellula utilizzata, mentre fino a quel momento si credeva che per una buona riuscita dell’esperimento, il feto dovesse essere riconosciuto dal corpo della madre come estraneo da un punto di vista genetico.
Prometea non solo è nata e cresciuta in salute, ma nell’aprile del 2008 diventa anche mamma di Pegaso, nato attraverso l’inseminazione artificiale con uno stallone Avelignese.

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Errori in Spirit, cavallo selvaggio

Nonostante il cartone della Dreamworks sia sicuramente nella lista dei film preferiti di un cavaliere che si rispetti, in questo film d’animazione sono stati commessi alcuni errori “imperdonabili” che riguardano proprio il mondo del cavallo. Sinceramente, sebbene l’abbia guardato innumerevoli volte, io non li avevo notati tutti…e tu?

  • All’inizio del film si vede uno Spirit appena nato con una dentatura già completa, quando invece ancora non dovrebbe avere denti (immagine1)
  • sempre all’inizio, il puledrino si ferma a bere, ma lecca l’acqua come un cane, quando invece i cavalli la succhiano (immagine 2)
  • Spirit racconta di essere diventato capobranco del Cimarron “come mio padre prima di me” ma questo non è possibile; i giovani stalloni si separano dal loro branco, altrimenti finirebbero per accoppiarsi con cavalle che sono loro madri e/o sorelle;
  • nel branco di Spirit ci sono due puledri, protagonisti della scena dell’attacco di un coguaro; e nonostante Spirit starà via per diverse stagioni, quando torna i due puledri non sono minimamente cresciuti; (immagine 3-4)
  • nel campo dei Lakota si vede un recinto per i cavalli, ma gli indiani d’America non ne avevano; li lasciavano pascolare liberi supervisionati dai giovani della tribù.

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Xanto e Balio, i cavalli di Achille

Il mito di Achille è uno dei più ricchi e famosi della mitologia greca: tutti sanno dell’assedio di Troia, dell’inganno del cavallo, del tallone che gli costò la vita. Ma forse pochi conoscono i suoi due cavalli immortali, Xanto (che significa “fulvo, baio”) e Balio (che significa “pezzato, pomellato”).

I due animali erano figli dell’arpia Podarge e di Zefiro, il più veloce dei venti, ed erano stati regalati al re Pelèo da Poseidone; erano cavalli eccezionali non solo per l’incredibile velocità e per il fatto di essere immortali, ma anche perché avevano il dono della parola.
Pelèo li dona poi al figlio, Achille, affinché conducano il suo carro durante la guerra di Troia.

“Questi, dunque, per lui strinse al giogo i veloci cavalli, Xanto e Ballo, che al pari correvan col soffio dei venti.”
(Iliade canto XVII)

A Xanto e Balio si affezionerà molto anche lo sfortunato Patroclo, grande amico di Achille, e quando il giovane cadrà in battaglia, i due animali lo piangeranno, rifiutandosi di tornare a combattere, la testa abbassata e le criniere fluenti che sfiorano il terreno. Anche Zeus si impietosisce di fronte alla forte compassione dei cavalli nei confronti del loro auriga, ma poi interviene affinché ritornino alla guerra, scuotendo via la polvere dalle loro criniere.

Condurranno il carro di Achille anche nell’infelice gesto di trascinare il corpo del rivale Ettore lungo tutte le mura di Troia.
Sarà Balio infine a predire all’eroe la morte imminente:

“E Baio a lui rispose, corsiere veloce, dal giogo,
sùbito giù chinando la testa (…)
n Certo, anche adesso te salveremo, divino Pelide;
ma t’è vicino il giorno che devi morire; e la colpa
noi non abbiamo”
(Iliade canto XIX)