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Umanizzare il cavallo: i rischi

Di solito quando si parla di umanizzazione o di antropomorfizzazione (dal greco anthrōp, “umano” e morphē “forma”) degli animali, il pensiero va subito ai piccoli animali d’affezione come cane e gatto, e l’immagine che scatta nel nostro cervello è quella di cagnolini costretti in piccole borse o vestiti come bambolotti.
Forse nel caso del cavallo la connessione con l’argomento non è così immediata, ma ammettiamolo, tutti noi almeno una volta abbiamo fatto finta che il cavallo fosse il nostro bambino, e ci piace pensare che abbia nei nostri confronti gli stessi pensieri che un figlio potrebbe avere nei riguardi della propria mamma o papà.
Quante foto scattate mentre gli stampiamo un bel bacio sul muso pretendendo che rimanga fermo o che addirittura ricambi il gesto.
Fondamentalmente non c’è niente di male, e bisogna anche ammettere che l’umanizzazione è qualcosa a cui tendiamo quasi inconsciamente; la tendenza di tradurre comportamenti in qualcosa che ben conosciamo e comprendiamo. Perché se gli animali si comportano come noi, ci sentiamo maggiormente interconnessi.

La cosa importante da fare però è di tenere bene a mente che quello che abbiamo di fronte è un animale con le proprie esigenze e il proprio modo di ragionare, del tutto diversi da quelli di una persona; atteggiamenti che tendono ad umanizzare o antropomorfizzare il cavallo, rischiano di portarci ad ignorare, sottovalutare o fraintendere quelli che sono i suoi reali bisogni, lasciando l’animale vittima di ansia, stress e, nel peggiore dei casi, anche di problemi di salute. Umanizzare il cavallo, così come qualsiasi altro animale, significa di fatto ledere la sua dignità e non rispettare la sua natura. So che qualcuno potrebbe giustificare questo atteggiamento nei confronti del proprio cavallo come di una forma di amore, ma credetemi, è un tipo di amore sbagliato e pericoloso.
Pensate a quante volte si sentono persone che hanno un atteggiamento eccessivamente premuroso e protettivo verso l’animale, arrivando a non farlo uscire in paddock “perché si sporca” o evitando che abbia un’interazione con altri cavalli/animali/persone “perché potrebbe farsi male“; con questo ragionamento neghiamo al nostro cavallo occasioni, esperienze e opportunità per crescere e sperimentare. Un cavallo deve “poter fare il cavallo”, e quindi correre libero, rotolarsi e interagire (in sicurezza) con i suoi simili.
Altro atteggiamento che vediamo spesso in scuderia è il considerare disturbanti e sbagliati alcuni comportamenti che di sbagliato non hanno nulla: ci si arrabbia se il cavallo fa la pìpì o la cacca mentre lo stiamo pulendo, se si mostra aggressivo o interessato nei confronti di un altro cavallo che incontra; ma questo fa parte della sua natura, e sgridarlo significherebbe rimproverargli il fatto di essere un cavallo. Ancora più intollerabile è quando si prendono alla leggera o addirittura sul ridere, atteggiamenti che consideriamo “buffi” e divertenti: poco tempo fa ho visto il video di un cavallo chiuso in box che continua a muovere su e giù la testa, le orecchie all’indietro, i denti che mordevano l’aria con forza. Chi riprende la scena, ride e ci scherza su, ignorando che questo è un comportamento che evidenzia uno stato di profonda ansia e dolore da parte del cavallo.
Altro problema è quando pensiamo che il cavallo, proprio come una persona, sia capace di fare un capriccio, un dispetto, di provare rancore; ebbene questi sono sentimenti che non fanno parte della sua natura, perciò pensare che abbia rifiutato l’ostacolo, mal eseguito l’esercizio o agito unicamente per farci un dispetto, significa ignorare il fatto che dietro a questi atteggiamenti si cela spesso disagio, stress o dolore fisico.
La necessità di trattare gli animali come tali, non solo è una questione di rispetto nei loro confronti, ma è una lezione che dobbiamo dare ai nostri bambini, anche per tutelare la loro sicurezza. Troppe volte e con troppa leggerezza vedo bambini infilare la mano tra le sbarre di un box o allungarla verso un muso sconosciuto con la presunzione di trovare un animale amichevole e desideroso di avere un contatto fisico. Dobbiamo ricordarci che, per quanto mansueto, sempre di un animale stiamo parlando, un animale che ha il sacrosanto diritto di sentirsi minacciato da una persona che non ha mai visto, o di non volere, in quel momento, un’interazione con qualcuno. Abituiamo i nostri bambini a non considerare gli animali alla stregua di pupazzi o giocattoli di cui possono disporre come e quando vogliono, ma di averne rispetto.
Per finire è bene sottolineare che, così come l’umanizzare il cavallo sia sbagliato, anche il comportamento opposto, ovvero quello che ci porta a dire “tanto è solo un animale”, quindi a non riconoscerlo come essere senziente, in grado di provare gioia e dolore, sia altrettanto sbagliato.

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