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L’ippoterapia – Intervista all’equipe dell’Associazione Rubens

Già nel 1600, il filosofo inglese John Locke era convinto che per l’educazione dei bambini, indurli a prendersi cura e ad avere rispetto delle creature più piccole, fosse fondamentale affinché questi potessero sviluppare sentimenti positivi ed empatia e un giorno diventare adulti benigni e compassionevoli.
L’osservazione di come gli animali possano essere anche un grande aiuto terapeutico, è molto recente (fine del 1800), ma d’allora gli studi e le annotazioni di infermieri, psicologi e psicoterapeuti non hanno fatto altro che rendere sempre più evidente e inconfutabile quanto cani, cavalli e altri animali, potessero rappresentare un modo per avvicinarsi e dare sollievo agli animi più tormentati e feriti.


Con l’intervista di oggi voglio dare la parola all’eccezionale equipe dell’Associazione Rubens, un gruppo di professionisti che opera nel settore della terapia assistita con il cavallo (e non solo), e che, come si legge nel loro sito, “aiuta a far riaffiorare un sorriso sul volto di chi ha qualche difficoltà ad esprimerlo, perché sa quanto il legame che può nascere con un animale sia intimo, puro e speciale.”

1. Che cos’è l’ippoterapia?

Quella che fino a pochi anni fa tutti chiamavano ippoterapia, era una versione dell’attività di Pet Therapy, svolta con l’ausilio del cavallo.
Queste attività oggi sono inserite in un settore lavorativo molto più ampio, che vanta normative nazionali e regionali, un Centro di Referenza Nazionale (CRN IAA) e molti professionisti formati, le cui competenze sia sugli animali impiegati ma soprattutto in ambito educativo pedagogico e terapeutico, sono cresciute in modo esponenziale.
La professionalità media spesa oggi in quelli che chiamiamo gli interventi assistiti con animali (IAA) non può nemmeno essere paragonata a quella impiegata anche solo cinque o sei anni fa.
Tornando all’ippoterapia o riabilitazione equestre, oggi identifichiamo con questo nome gli interventi di terapia assistita con il cavallo (TAA), ma esistono anche gli interventi di educazione assistita (EAA) e le attività ludico ricreative assistite (AAA).
Tutti questi diversi ambiti di intervento sono compresi negli IAA e possono essere svolti con la collaborazione di cavalli, asini, cani, gatti e conigli.
Il nostro settore è cambiato e siamo chiamati a seguire e ad adeguarci alle nuove normative richieste dal Ministero della Salute; in particolare, il testo che regola l’intero ambito lavorativo è denominato “Linee Guida Nazionali per gli IAA” (LGN IAA) ed è stato siglato in Conferenza Stato Regioni il 25 marzo 2015. Questo ha rappresentato un nuovo inizio, l’alba degli IAA, il punto zero da cui si è ripartiti, ne consiglio la lettura a tutti gli interessati.
– Carlo Tavella (Tecnico e Giudice Equestre, Tutor formazione IAA, Presidente Associazione Rubens) –

2. Cos’è e come nasce l’Associazione Rubens? Quali sono i suoi valori e obbiettivi?

L’Associazione Rubens nasce da un rapporto importante che ho vissuto con un cavallo, che mi ha accompagnato ed aiutato nell’affrontare la vita in modo corretto, efficace e positivo…per quanto potesse essere complicata. Il suo nome era Rubens.
Oggi la nostra Associazione è composta da un gruppo di professionisti del settore degli IAA, da molti utenti e pazienti, dai ragazzi dei nostri centri estivi, dalle loro famiglie, dai volontari, dai tirocinanti universitari che ci affiancano e da molti amici simpatizzanti.
Ci occupiamo di attività educative e di terapia assistita con gli animali, prevalentemente ci facciamo aiutare dai cavalli, ma lavoriamo anche con altri animali.
Abbiamo un’organizzazione del lavoro multi-centrica, operiamo in diverse sedi operative sparse sul territorio. Da poco abbiamo aperto una nuova sede centrale in Torino, il “Borgo Rubens”, nel quale svolgiamo tutte le attività che facciamo nelle sedi esterne, ma qui amplieremo l’offerta dei nostri servizi. E’ un posto bellissimo venite a visitarci.
Tra i nostri valori spicca il rispetto per l’altro al di là delle differenze e fragilità e la capacità di accogliere le debolezze senza giudizio. Crediamo fortemente che l’educazione di giovani a questi valori potrà fare la differenza
Crediamo fortemente nello sviluppo delle autonomie personali, nell’interazione e nella ricchezza della differenza.
Lavoriamo da anni con serietà e competenza, ogni nostro progetto è volto a migliorare la qualità della vita di tutti coloro che ci frequentano e, di conseguenza, anche la nostra.
Francesca Bisacco (Biologa, Master in Pet Therapy, Direttore Associazione Rubens) –

3. Quali sono le caratteristiche del cavallo che lo rendono un animale adatto agli interventi assistiti con animali?

Il cavallo è un animale sociale, abituato a vivere in branco per cui è predisposto a condividere spazio, tempo ed attività con l’uomo e altre specie animali. Inoltre l’evoluzione della storia dell’uomo è sempre stata affiancata dal cavallo per cui, anche a livello di domesticazione, è abituato a convivere al nostro fianco, riconoscendoci come “controparte sociale”. Altre caratteristiche fondamentali sono la socievolezza (tendenza a ricercare il contatto con l’uomo) e la docilità (tendenza ad accettare la manipolazione e i nostri atti di volontà). E’ vero che il cavallo nasce preda e quindi ha insito in sé l’istinto di fuga per sopravvivere, ma ormai parlando appunto di una vera e propria co-evoluzione con l’uomo ha appreso che, in generale, si può fidare e ci regala ogni giorno la fortuna di stare al nostro fianco, portandoci a guardarci dentro e a comprendere i nostri stati d’animo e le conseguenze di alcuni nostri comportamenti. In ultimo, una caratteristica fondamentale che fa del cavallo un ottimo co-terapeuta è il fatto di poter essere montato, permettendoci di lavorare anche dal punto di vista motorio su patologie fisiche e psico-fisiche anche molto importanti.
– Verena Caratti (Etologa) –

4. Ci sono alcuni tipi di problematiche per cui la vicinanza con un cavallo da effettivamente risposte migliori rispetto ad altri animali?

L’attività e la vicinanza con il cavallo si stanno dimostrando molto efficaci in soggetti affetti da varie patologie e di diverse fasce d’età grazie alle molteplici possibilità di strutturare l’attività in relazione alle esigenze degli utenti.
Il movimento ritmico e cadenzato dell’animale è in grado di stimolare a livello muscolare pazienti con problemi motori (diplegia, tetraplegia, ictus, ipotonicità muscolare).
L’attività a cavallo richiede poi una certa concentrazione, equilibrio e coordinazione; ciò può essere molto efficace in pazienti affetti da disprassia (difficoltà nella gestione dei movimenti comunemente utilizzati nelle attività quotidiane e nel compiere gesti espressivi) e disturbi dell’attenzione.
Anche la preparazione e cura del cavallo porta ad un buono sviluppo della motricità fine, dell’organizzazione e del rispetto dei tempi.
Avvicinarsi a questo animale molto sensibile richiede inoltre una modulazione del tono corporeo e un atteggiamento deciso ma delicato, che può essere uno stimolo utile per soggetti affetti da iperattività ma anche per varie forme di depressione.
Il cavaliere, mentre monta, è a stretto contatto con l’animale, può stabilire il grado di interazione e modificare il suo movimento ritmico, che è ripetitivo e rassicurante; pertanto questo va a beneficio di soggetti affetti da dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) e psichiatrici.
Il cavallo richiede poi molte cure, per cui l’attività a terra è complessa ed importante; per questo anche pazienti anziani possono trarre giovamento dall’accudimento dell’animale andando così a rafforzare il senso di autoefficacia.
Per concludere, grazie ai recenti sviluppi della riabilitazione equestre e degli altri interventi assistiti con il cavallo, ad una maggiore consapevolezza delle molteplici possibilità e risorse di questo animale, è possibile coinvolgere il cavallo in svariate attività e con differenti metodologie di lavoro, sganciandosi dalla visione classica del cavallo. Ciò consente di accogliere varie tipologie di utenza e con esigenze differenti.
Silvia Agosta e Michela Torretta (Etologhe)

5. Di solito qual è la reazione degli utenti durante il primo approccio col cavallo?

Quando veniamo a contatto con un animale, questo non porta con sé solo la sua parte reale e concreta, ma anche una serie di evocazioni simboliche, racconti e fantasie.
Nell’ambito della riabilitazione equestre, il cavallo viene percepito con enfasi, come fosse un prolungamento di sé e del proprio corpo, un mediatore con cui instaurare un dialogo e un oggetto transizionale di forte impatto.
La relazione con il cavallo, la sua conoscenza e il suo accudimento da terra, rappresentano la messa in atto delle fantasie evocate dallo stesso, in quanto animale che rappresenta fortemente la parte più istintiva e primordiale dell’uomo.
Grazie alle sue caratteristiche intrinseche, con il cavallo è possibile sviluppare una relazione di fiducia, rassicurante e di graduale controllo. Questi aspetti favoriscono la creazione di un profondo senso di fiducia e di autoconsapevolezza, che saranno poi le basi necessarie per una seguente fase di lavoro in sella.
Il lavoro da terra permette di poter lavorare anche sulla comunicazione non verbale, la quale assume un ruolo importante all’interno della relazione, poiché l’animale utilizza questa modalità per esprimere i suoi bisogni, i suoi stati d’animo e le sue aspettative nei nostri confronti. Riuscire a comprendere il significato delle sue espressioni, consente non solo di rendere più funzionale la comunicazione ma anche di mettere l’animale in una condizione di benessere. Le posture, l’orientamento del corpo, la gestualità, la mimica facciale, la prossemica (tendenza dell’uomo a frapporre tra sé e gli altri delle distanze materiali), il para-linguaggio (insieme di elementi che accompagnano il linguaggio verbale come l’intonazione, la gestualità ecc), l’olfatto e il tatto sono espressioni che assumono un significato specifico nella relazione con l’animale. Infatti, per riuscire ad entrare in contatto con quest’ultimo in modo efficace, l’utente deve riuscire a mandare messaggi, il quanto più chiari e congrui possibile.
Il rapporto con l’animale è una dimensione in cui si concede spazio alle sensazioni e alle emozioni e in cui si sviluppano e accrescono le capacità di comprensione e produzione in tutti canali comunicativi. Infatti, in questo contesto, si potenziano le capacità di ascolto, l’empatia, l’intenzione comunicativa, la comprensione e la produzione di nomi di oggetti e di azioni specifiche, la comprensione e la produzione di comandi semplici e complessi. Inoltre accrescono l’assertività e il senso di efficienza e di efficacia. Riuscire a prendersi cura di un animale di 500kg, condurlo per mezzo di una longhina fino al target prestabilito, riconoscere e soddisfare i suoi bisogni quando necessario, sono tutti elementi che consentono di instaurare una profonda relazione di empatia e di fiducia.
Il lavoro da terra consente inoltre di poter lavorare su diversi processi e abilità cognitive quali percezione, funzioni esecutive, memoria, linguaggio, working memory e l’attenzione. La capacità di discriminare i diversi strumenti necessari per prendersi cura del cavallo, ricordarsi la sequenzialità con cui vanno utilizzati e saperne riconoscere la diversa funzionalità, consente di poter stimolare i diversi domini cognitivi come una vera e propria palestra per la mente.
Marica Materazzo e Luca Scali (Terapisti della riabilitazione psichiatrica)

6. L’intervento assistito con il cavallo è un percorso efficace solo se la persona monta a cavallo?

Il pensiero comune spesso e volentieri identifica visivamente l’ippoterapia con l’immagine di un bambino in sella ad un cavallo. In realtà, saper condurre il cavallo è un traguardo subordinato e non sempre necessario ai fini del trattamento. Le possibilità di intervento in sella sono molteplici e permettono il raggiungimento di obiettivi quali il movimento finalizzato, il controllo motorio, l’attenzione e l’organizzazione spaziale. Parallelamente, da terra è possibile lavorare sulla sfera legata all’accudimento, all’affiliazione, alla comunicazione e alla partecipazione emotiva, oltre ai compiti di natura occupazionale durante la fase di preparazione del cavallo attraverso la pulizia e la bardatura dell’animale.
Sia da terra che in sella, il cavallo si dimostra quindi sempre un eccezionale supporto nella regolazione del proprio comportamento poiché reagisce immediatamente agli stimoli, fungendo così da specchio per l’utente e aiutandolo ad essere più adeguato al contesto.
Giulia Facciotto (Psicologa) e Francesca Stramazzo (Triennale di psicologia, Master in disturbi dello spettro autistico)

7. I percorsi sono individuali o possono essere anche di gruppo?

I percorsi possono essere sia individuali che di gruppo, in base agli obiettivi sui quali si intende lavorare.
Nei percorsi individuali è possibile concentrarsi maggiormente sulle esigenze specifiche del singolo individuo, quali ad esempio il senso di autostima ed autoefficacia, le autonomie, la regolazione emotiva. Possono essere prese in carico lo sviluppo della sfera neuromotoria e cognitiva con attività ed esercizi mirati ad ottenere un miglioramento delle singole competenze.
I percorsi di gruppo pongono invece il loro focus sulle dinamiche relazionali. È possibile intraprendere il percorso sia con i gruppi di appartenenza (ad esempio la famiglia, il gruppo classe o il team di lavoro) o con gruppi di sconosciuti costruiti ad hoc per il progetto (ad esempio gruppo di coetanei adolescenti). Cooperazione, comunicazione efficace, rispetto e ascolto dell’altro sono alcuni esempi di obiettivi perseguibili in un lavoro di gruppo.
La progettazione di ogni percorso, che sia individuale o di gruppo, parte sempre dalle esigenze e dai punti di forza degli attori partecipanti.
Martina Salvi (Triennale di psicologia) e Valeria Gerbo (Biologa, Psicomotricista) –

8. Quali sono le figure professionali che intervengono in un percorso di ippoterapia?

Le linee guida nazionali degli IAA, definiscono il nostro settore lavorativo dando indicazioni chiare su tutti i temi di maggiore rilievo. In particolare descrivono gli ambiti di intervento dividendoli in ludico-ricreativi, educativo-pedagogici e terapeutici; citano gli animali che possono essere coinvolti (cavalli, asini, cani, gatti e conigli); elencano le figure professionali coinvolte negli IAA (responsabile di progetto, referente di intervento, veterinario esperto in IAA, coadiutore dell’animale); scrivono nero su bianco che è obbligatorio lavorare in multi equipe; parlano della formazione specifica per ottenere l’Idoneità agli IAA, obbligatoria per lavorarci; danno indicazioni sulle strutture ospitanti e molto altro.
Tornando alla domanda, la multi equipe prevista per lo svolgimento di un percorso di ippoterapia o riabilitazione equestre deve comprendere: un responsabile di progetto (medico specialista o psicologo-psicoterapeuta) che fa la presa in carico del paziente, definisce gli obiettivi ed i feedback di restituzione dei risultati; un referente di intervento (sanitario o tecnico sanitario) che si occupa del paziente nella seduta; un veterinario esperto in IAA che certifica l’animale coinvolto dal punto di vista fisico e comportamentale; un coadiutore dell’animale, che si occupa del cavallo nella seduta. Come già detto, tutte queste figure devono essere in possesso dell’idoneità agli IAA.
Con il cavallo, però, si possono anche svolgere interventi educativi ed attività ludiche che prevedono equipe con caratteristiche differenti da quelle elencate per la terapia.
– Carlo Tavella –

9. Ci sono delle caratteristiche specifiche che rendono un cavallo più o meno idoneo ad essere utilizzato negli IAA? (razza, sesso, età, morfologia…)

Certamente. Innanzitutto il cavallo deve presentare una buona indole, e un carattere lineare; quindi sono da scartate soggetti paurosi e nervosi, troppo giovani o troppo anziani e non in buona forma fisica. La scelta prevalentemente ricade su castroni e femmine in quanto meno soggetti a sbalzi ormonali rispetto agli stalloni. Tutti i cavalli devono essere abituati e desensibilizzati all’uso e alla vista di strumenti ausiliari: scale, scalette, carrozzine, girelli, stampelle, nonché a tutti i giochi e agli strumenti non convenzionali che saranno usati in campo.
Fisicamente dovrà rispondere a precisi requisiti a seconda del lavoro che dobbiamo far svolgere al paziente. Per una persona con difficoltà motorie dovremo avere un cavallo non particolarmente alto per permettere sia una facile salita che un facile controllo da terra. Lo stesso per una guida in autonomia. Il cavallo ideale quindi sarà un cavallo mesomorfo alto circa 145-150 cm del tipo Haflinger, Bardigiano o similare.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è il tipo di movimento del cavallo che può essere più saltato e sollecitante o più morbido e cullato; la scelta dell’uno o dell’altro sarà utile per modulare l’intervento a seconda se il paziente necessiti di essere stimolato nelle sue funzioni di equilibrio o viceversa rassicurato da un movimento più comodo e cullante.
Non sono da escludere a priori cavalli alti più di 160 cm con un passato agonistico purché abbiano ottimo equilibrio mentale e buona docilità. Potranno essere utili per aumentare l’autostima in pazienti che necessitino di questo percorso di crescita.
Fondamentale sarà infine montare regolarmente i cavalli co-terapeuti per monitorarne lo stato fisico e psichico ed effettuare eventualmente un lavoro correttivo o di recupero in modo da avere soggetti sempre sereni e predisposti a questo delicato lavoro.
– Laura Panfani (Tecnico equestre, Artista, responsabile di Azienda agricola didattica) –

10. C’è la storia di qualche ragazzo/ragazza di cui ci vuole parlare perché la ritiene essere la prova effettiva che l’ippoterapia sia davvero d’aiuto in alcuni casi?

Sicuramente la storia di R. ci fa comprendere l’enorme importanza dei nostri interventi e i benefici che gli animali possono apportare nel migliorare la qualità di vita di una persona, piccola o grande che sia.
R. ha cominciato il suo percorso insieme a noi con grandi ansie e paure, che non gli permettevano di vivere una vita simile agli adulti della sua età. Seguito dal Centro di Salute mentale, ha provato a svolgere alcuni lavoretti come il volantinaggio ma le relazioni con gli sconosciuti e gli spostamenti in autobus lo mettevano a disagio e non si sentiva gratificato. Così iniziò da noi un percorso di riabilitazione equestre volto a sviluppare in lui una maggiore fiducia in se stesso e nelle proprie capacità. E da quel momento non ha più smesso. R. ha imparato ad accudire in maniera autonoma qualsiasi cavallo a lui proposto e ha sviluppato una serie di abilità in sella che tuttora lo fanno sentire competente ed esperto. Al fine di premiare il suo impegno, gli è stata offerta una borsa lavoro presso la nostra Associazione, e ad oggi R. gira diversi maneggi prendendo i mezzi pubblici, di cui aveva paura, e ci aiuta nella preparazione e nella conduzione dei cavalli con bimbi affetti da disabilità varie. Il suo percorso non è certo finito, ad oggi viene nella nostra nuova sede al Borgo Rubens e per lui abbiamo in serbo lo sviluppo di tante altre abilità (autonomie culinarie, gestione del verde, cura dell’orto per incrementare le sue capacità di coordinazione motoria etc)
Quale è stato il movente di tutto ciò? L’avere incontrato un cavallo che con atteggiamento non giudicante ha accolto le sue paure e le ha trasformate in risorse!
– Carlotta Bruno (Psicologa) –

11. Possono esserci dei casi in cui il cavallo non sia la miglior risposta per accompagnare il percorso riabilitativo di una persona?

Secondo la mia esperienza, il cavallo è un ottimo co-terapeuta nel percorso terapeutico-riabilitativo. Quasi sempre le persone che arrivano da noi mostrano una difficoltà nella comunicazione con l’altro. Spesso il significato delle parole dette non trova una corrispondenza con il loro equivalente affettivo. La comunicazione verbale, può non corrispondere a quella non verbale, ma con il cavallo sono fondamentali la gestualità, la mimica, l’espressione corporea e l’intenzionalità emotiva. La persona è quindi spronata a essere “vera” e “reale”, lasciando fuori doppi messaggi, paradossi e incoerenze. Per questo motivo ritengo che avere un cavallo come co-terapeuta sia sempre vantaggioso. Penso anche che in determinati momenti dell’intervento terapeutico-riabilitativo, si possano integrare altre strategie, come ad esempio l’utilizzo di un altro animale per gli IAA (cane, gatto, asino, coniglio) o altre tecniche analogiche, come ad esempio l’arteterapia, la musicoterapia, la psicomotricità ecc. Ho sempre ritenuto che più strumenti usiamo in terapia, più i nostri pazienti avranno la possibilità di sperimentare parti di sé rimaste magari latenti, sino a quel momento.
Olga Sassu (Psicologa Psicoterapeuta)

12. Qual è la situazione dell’ippoterapia in Italia anche in relazione ad altri paesi?

In Italia siamo all’avanguardia, abbiamo normative nazionali e regionali che hanno permesso di qualificare il settore. Molti giovani con competenze educative e sanitarie hanno deciso di formarsi per svolgere le loro professioni coadiuvati dagli animali. Lavoriamo sempre più spesso con educatori, pedagogisti, psicologi, psicoterapeuti, tecnici della neuropsicomotricità, terapisti occupazionali, fisioterapisti, logopedisti, terapisti della riabilitazione psichiatrica…solo per citarne alcuni. Tutti svolgono il loro lavoro coadiuvati dagli animali. Sempre di più le istituzioni educative e sanitarie riconoscono la serietà delle prestazioni e dei servizi svolti e utilizzano questo metodo come invianti di utenti o pazienti. Oggi nessun altro Stato è così strutturato come noi. Speriamo che il brutto periodo che stiamo vivendo non debba rallentare l’importante percorso di crescita e riconoscimento degli IAA e speriamo di continuare a rimanere un eccellenza ed un esempio da imitare.
– Carlo Tavella

Associazione Rubens
Web: www.associazionerubens.it
Facebook: Associazione Rubens – la relazione che cura
Instagram: Rubens_larelazionechecura

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Il manto pomellato

Il mantello pomellato nasce come sistema di difesa mimetico molto probabilmente durante la preistoria; prove evidente sono le pitture rupestri a Lascaux e Pech-Merle in Francia, risalenti al 20.000 a.C.
Cavalli pomellati compaiono in moltissimi manufatti ritrovati nelle tombe di sciiti, celti ed etruschi; dall’ VIII secolo poi, arazzi e manoscritti testimoniano come i pomellati fossero presenti in un’ampia area che andava da Costantinopoli fino in Spagna, per poi diffondersi anche in Inghilterra, Danimarca e Scandinavia. Le varietà pomellate europee nacquero dalla razza spagnola, dove appunto era presente un gene pomellato, come testimoniano diversi dipinti che rappresentano esemplari spagnoli dell’allevamento di Lipizza e Vienna.
L’Appaloosa e il Knabstrup, le razza pomellate per eccellenza, discendono entrambe dai cavalli spagnoli.
Le caratteristiche tipiche di questo mantello sono la cornea bianca, la pelle chiazzata intorno al muso e ai genitali e gli zoccoli striati.

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Le principali razze americane

La storia del cavallo in America comincia “solo” 4 secoli fa, e quindi vive uno sviluppo molto più breve rispetto alle altre razze equine. I cavalli americani discendono da quelli importati dai conquistadores spagnoli e vennero allevati in parte nella zona delle prime colonie, in parte nella vasta area delle grandi pianure, dove vissero le più famose tribù indiane. L’ubicazione di queste razze sulla cartina non può quindi essere molto precisa…perciò leggetela come un’indicazione generica. Ora iniziamo!

Fonte : Pironato Reining Horses

L’Appaloosa in principio venne allevato dalle tribù indiane Nez-Percè e Palus o Palouse, dal nome della fertile prateria sita tra gli stati di Washington e Idaho e da cui prende origine anche la denominazione di questa razza. La caratteristica che rende l’Appaloosa famoso in tutto il mondo, è il manto pomellato; i tipi di mantello previsti dallo Stud Book di razza sono diversi, senza contare che ad essi si aggiungono infinite variazioni e combinazioni; tra i principali troviamo il leopard, dove su uno sfondo bianco ci sono macchie scure sparse ovunque, il blanket, quando la zona delle cosce e della schiena, è di colore bianco con delle macchie scure, e il roan, quando su uno sfondo scuro si mescolano peli bianchi sparsi più o meno uniformemente su tutto il corpo. Cavalli con entrambi i genitori Appaloosa, possono nascere senza alcuna pomellatura, in quel caso si parla di mantello solid. I puledri inoltre possono cambiare diverse volte la colorazione del mantello durante la crescita, prima di arrivare a quella definitiva che si sviluppa intorno ai 3 anni.

Chi come me ha visto e rivisto il film della Dreamworks “Spirit”, saprà bene chi sono i cavalli Mustang. Il termine è una deformazione del termine spagnolo “mesteño” che vuol dire “senza padrone”, “non domato”; infatti dei primi cavalli importati in America, alcuni fuggirono o vennero abbandonati e sopravvissero adattandosi all’ambiente e spostandosi in branchi soprattutto nelle regioni dell’America occidentale. Attualmente si trovano in Messico e in California e sebbene ci siano stati alcuni momenti in cui questa razza sembrava destinata ad estinguersi, è ora una specie protetta dalla legge americana. I mustang vivono in branchi di circa 15 individui, e lo stallone capobranco difende sé e gli altri cavalli da altri stalloni o da predatori come puma, orsi e coyote che minacciano i puledri.

Fonte : Pironato Reining Horses

Un’altra grande razza americana è quella del Paint Horse: il nome deriva da “pinto” che in lingua spagnola significa dipinto e, sebbene inizialmente il nome indicasse solo un mantello, dal 1936 sta ad indicare una razza equina a tutti gli effetti. La selezione che ha portato alla formazione di questa razza si deve al particolare interesse che il mantello pezzato ebbe presso gli indiani; furono apprezzati, tanto da divenire quasi un loro segno distintivo, soprattutto dai Comanche, perché grazie alla loro colorazione si mimetizzavano facilmente nell’ambiente. Si parla di mantello tobiano quando su fondo bianco si presentano pezzature di tinta differente, e di mantello overo quando ci sono pezzature bianche su un fondo di diverso colore.

Fonte : Pironato Reining Horses

E infine arriva lui, il Quarter Horse, la razza più antica d’America; creato dai coloni della Carolina e della Virginia e derivata dagli incroci di cavalli Arabi, Berberi e Spagnoli con cavalli di razza inglese, è un cavallo muscoloso, scattante, dalla grossa mandibola e le orecchie piccole, imbattibile sulle brevi distanze (venivano fatti correre sulle strade principali dei paesi, su una distanza di circa un quarto di miglio, in inglese quarter). Si scoprì in questo animale un’ innata predisposizione per ciò che viene definito “cow sense”, e si dimostrò utile nel controllo del bestiame soprattutto per isolare un vitello dal resto del branco. La razza è tutt’ora una delle più popolari d’America ed è il protagonista indiscusso di molte discipline western.

Ci sono altre razze americane come il Morgan, il Tennesse Walking Horse o il Palomino…tu ne conosci altre? Vuoi parlarcene? Scrivici nei commenti!!!

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Il nitrito della buonanotte / Il circo equestre

Sento necessario fare una piccola premessa: spero che gli spettacoli circensi che prevedono l’uso di animali, spesso esotici, costretti ad esibirsi e a vivere in condizioni fortemente contrarie alla loro natura, vengano presto aboliti in Italia, come già è successo in altri paesi del mondo.
Detto questo, ciò che vi voglio raccontare stasera è il particolare legame che c’è sempre stato tra l’arte equestre e la storia degli spettacoli circensi.
Il circo inteso come esibizione di capacità fisiche, tecniche e di intrattenimento, ha una storia molto antica, ma è soprattutto nell’antica Roma che svolge il ruolo importante di intrattenimento del popolo dell’urbe. Allora come per molti secoli dopo, i cavalli erano i principali protagonisti, e il circo mantenne sempre un rapporto stabile con gli aspetti più evoluti dell’arte equestre.

Il circo moderno nasce nel 1700 a Londra, quando un ex sergente della cavalleria britannica, Philip Astley, fondò l’Astley’s Amphitheatre: l’ambiente era costituito da una pista circolare di 13 metri di diametro attorno a cui si sviluppavano a 360 gradi gli spalti per gli spettatori paganti. La pista circolare fu preferita al rettilineo poichè si era osservato che era più facile fare numeri acrobatici quando si galoppava in un cerchio stretto.
Alle esibizioni dei cavalli, che rappresentavano i più alti livelli di destrezza e virtuosismo equestri, si aggiunsero solo in seguito i numeri di funamboli, giocolieri, acrobati e clown. Gli intrattenimenti circensi ebbero grande fama anche a Parigi, dove Astley aprirà un secondo circo, l’Amphithéâtre Anglais; qui la fama di Astley continuerà sotto il nome di un suo socio, l’italiano Antonio Franconi, cavaliere e circense con cui i numeri di Alta Scuola rimasero una parte fondamentale e popolare del programma.

Un numero famoso era quello in cui il cavaliere rimaneva in piedi sul dorso di due cavalli lanciati al galoppo fianco a fianco; si tratta di un virtusismo già inventato dai cosacchi che se ne servivano in battaglia, ma con Astley venne eseguito per la prima volta all’interno di un circolo.
Le razze equine maggiormente utilizzate nei circhi erano gli addestratissimi Lipizzani dell’Alta Scuola, gli esili Arabi, che occupavano meno spazio sulla pista, e altre razze pesanti come i Frisoni. In ogni caso, ovviamente, si prediligevano soggetti dal temperamento calmo, con la schiena ampia e piatta e dall’andatura regolare e ritmica.

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Il nitrito della buonanotte – Holy Roller

Molti campioni, prima di diventarlo, sono esseri come tanti altri, o addirittura più sfortunati di altri. Sembra questo il caso di Holy Roller, un purosangue destinato alle corse che nasce nel 1992 in Australia e che già dalle prime ore di vita, sembra avere la sorte avversa: il parto dura più di un’ora, e lascia madre e puledro sfiniti, tanto che alcuni pensano che i due abbiano poche chances di sopravvivere. Dopo quasi un’altra ora però il puledro finalmente riesce ad alzarsi sulle gambe tremolanti, e quello che si troverà davanti lo stalliere, ha dell’incredibile. Il nuovo arrivato è più alto dei puledri di Clydesdale con cui divide il paddock! Holy Roller infatti è ricordato per la sua altezza, oltre il metro e 80, ben oltre quella dei normali cavalli da corsa, alti intorno ai 160cm.

Per quanto riguarda il peso, non fu possibile calcolarlo perchè il cavallo era troppo grosso per la bilancia, ma si stima che si aggirasse intorno agli 800 kg. Venne castrato in giovane età nella convinzione che questo avrebbe rallentato gli incredibili ritmi di crescita, ma così non fu.
L’essere così grosso, creava qualche difficoltà tecnica ai jockey che lo montavano: nelle gare Holy doveva stare verso l’esterno del campo da corsa, per aver abbastanza spazio per muoversi e distendersi senza finire schiacciato tra più cavalli; dalla sella poi non si riusciva a vedere bene i cavalli che correvano davanti, coperti dal collo e dalla testa di Holy. Quindi bisognava avere fiducia nel cavallo e lasciare che fosse lui a guidare il sorpasso. Anche la ferratura risultò essere un problema, perchè a differenza degli altri cavalli che avevano ferri lunghi circa 20 cm, Holy necessitava di un ferro lungo oltre 30.
Il cavallo vinse 12 delle 26 gare disputate; una delle più incredibili è la Waterford Crystal Mile corsa nel 1997, dove il cavallo, rimasto ultimo per buona parte della corsa, riuscì a superare tutti piazzandosi in prima posizione e tagliando il traguardo con uno stacco di 6 lunghezze dal secondo!

Guardate il video qui sotto.

Video Youtube – Holy Roller, Waterford Crystal Mile

Il cavallo venne ritirato dalle corse dove alcuni problemi ai legamenti, e venne acquistato da un veterinario, il dottor Hoare, che prima di mettere definitivamente in pensione Holy, ne scoprì un atleta di completo, sembra stando molto attento a non causare nuovi problemi alle gambe del cavallo. Disse di lui “sebbene venga ricordato per la sua taglia, non è questo il ricordo che abbiamo di lui. È la sua personalità e natura che lo faceva risaltare. La sua mole era intimidatoria ma era un gran gentiluomo. ”