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Le corse ad handicap

l termine “handicap” originariamente faceva parte del linguaggio sportivo e indicava lo svantaggio assegnato in una gara al concorrente con statisticamente maggiori probabilità di vincere, per dare uguali possibilità a tutti i partecipanti e rendere più avvincente e meno scontata la competizione.
Nello specifico, nel mondo dell’ippica e principalmente nel galoppo, handicap indica una particolare categoria di corse dove ogni cavallo è chiamato a portare un peso differente, calcolato secondo le valutazioni di esperti chiamati handicapper in modo da uniformare le chances dei partecipanti; quindi più il cavallo è veloce, maggiore sarà il peso che dovrà portare.
Un cavallo viene valutato in base ai risultati recenti e in generale alla sua carriera complessiva.

Il peso assegnato comprende il peso della sella e del fantino ed eventualmente, se questo non fosse sufficiente, quello di piccoli piombi aggiunti nella sella.
Se il lavoro dell’handicapper è stato eseguito correttamente, tutti i cavalli taglieranno il traguardo con poca distanza l’uno dall’altro.
Proprio per l’incertezza del risultato, queste competizioni sono molto gradite dagli appassionati, e conseguentemente il volume medio delle scommesse è più alto rispetto alle altre gare classiche.

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Micropillola / Il Derby

Si tratta di un termine che si sente utilizzato oggi soprattutto nel mondo calcistico, ma in realtà la sua origine è proprio legata al mondo equestre perché il derby è una gara importante nel mondo delle corse, che un cavallo può disputare una sola volta nella sua vita, e cioè all’età di 3 anni.
Ogni nazione ha il suo derby e il montepremi ammonta solitamente a svariati milioni di dollari.

Tornando all’origine del nome, pare sia collegato a quello di Edward Smith Stanley, 12° conte di Derby, una città a nord di Londra; il nobiluomo organizzò una corsa di cavalli riservata ai puledri di 3 anni nella sua tenuta di Epsom, ma Sir Charles Bunbury voleva arrogarsi la paternità dell’idea. I due si sfidarono allora con un semplice tiro di monetina, e la sorte decise per la vittoria del conte, perciò la gara venne chiamata “derby“. A vincere però questo primo derby disputato nel 1780 sarà, ironia della sorte, il cavallo di Sir Bunbury.
I discendenti di Lord Derby hanno mantenuto la tradizione rimanendo grandi allevatori e proprietari di purosangue inglesi e i colori della scuderia sono rimasti invariati: neri con copricasco bianco.

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5 curiosità su Monty Roberts

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Al di là di quelli che sono i suoi metodi e principi sull’addestramento e sulla comunicazione con il cavallo, condivisibili o meno, quando ho letto della vita di quest’uomo nella sua biografia “The man who listens to horses“, ne sono rimasta davvero colpita. Ciò che lo rende ai miei occhi un uomo eccezionale è il suo grande desiderio di cambiare le cose, la sua intuizione che il modo con cui ci si approcciava ai cavalli non poteva essere quello giusto; una persona che si è fatta carico della sofferenza che questi animali erano costretti a sopportare per il capriccio dell’uomo, e che ha cercato di mettersi in comunicazione con loro ascoltandoli, osservandoli, studiandoli, in un epoca dove tutto questo era follia, una perdita di tempo.
Oggi voglio svelarvi solo 5 piccole curiosità su Monty Roberts, ma per saperne di più, vi invito a leggere il suo famosissimo libro, tradotto anche in lingua italiana.

  1. fin da piccolissimo dimostrò grande talento a montare, e fu spinto a partecipare ad importanti gare western dall’età di soli 4 anni; le sue capacità vennero sfruttate principalmente per pubblicizzare la scuola di equitazione gestita dal padre e dalla madre a Salinas, in California;
  2. il padre si “riforniva” periodicamente di mustang che venivano catturati per essere utilizzati nei ranch o nelle competizioni e, com’era di norma, si serviva di metodi brutali per addomesticarli, instillando in loro terrore e sottomissione nei confronti dell’uomo; egli non accettò mai che il figlio avesse trovato un metodo alternativo nemmeno quando assistette di persona alla dimostrazione della sua efficacia;
  3. Monty, desideroso di studiare da vicino i mustang, convinse il padre ad essere mandato insieme ad altri nel deserto del Nevada a catturare altri cavalli che sarebbero serviti per un rodeo. Qui, osservando il loro comportamento all’interno del branco, gettò le basi di quello che divenne il metodo del “Join-up”. Aveva solo 15 anni;
  4. all’età di 20 anni assistette alle riprese del film “East of Eden” e gli fu affidato il compito di illustrare la vita da cowboy a un giovanissimo James Dean. Passarono molti mesi insieme e diventarono grandi amici, tanto che James espresse il desiderio di comprare un ranch e dirigerlo insieme a Monty e alla moglie; purtroppo come sappiamo l’attore morì in un incidente stradale nel 1955;
  5. nel 1989 le idee di Monty arrivarono fino all’orecchio della regina Elisabetta, che lo invitò al castello di Windsor per assistere di persona a una delle sue famose dimostrazioni; sarà proprio la regina ad esortarlo a documentare e a scrivere di questo suo metodo innovativo, cosa che si era promesso di non fare dopo la reazione avversa del padre.
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Il cavallo di Przewalski

Quando si parla di cavalli selvaggi, si pensa immediatamente ai Mustang americani; ma è un errore, forse indotto dal fatto che questa razza è stata notevolmente pubblicizzata da film, libri e campagne per la sua salvaguardia. Sarebbe più preciso definire il mustang non con come “selvaggio” (wild) ma come “selvatico” (feral), cioè un cavallo i cui antenati erano cavalli addomesticati, ma che poi, fuggiti o abbandonati, si sono dovuti riadattare a una condizione di vita allo stato brado.

By Claudia Feh – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40820924

L’unico vero cavallo selvaggio ancora esistente è il cavallo di Przewalski, o cavallo selvatico dell’Asia, o Taki. E’ un animale che ha rischiato molto volte l’estinzione a causa principalmente della caccia; poi diversi esemplari vennero catturati e trasferiti in zoo e in strutture e infine, a partire dagli anni ’90, partirono diverse progetti per la reintroduzione di questi animali nel loro habitat naturale per ripopolare così le steppe mongole. Attualmente vivono in quelle che sono diventate riserve naturali protette, circa 400 soggetti e lo stato conservativo del cavallo di Przewalski rimane “ad alto rischio di estinzione in natura” (EN = endangered).
Il nome di questo cavallo deriva da quello di Nikolaj Michajlovic Przewalski, esploratore e colonnello russo che guidò diverse spedizioni in Asia, importantissime a livello geografico e per lo studio di flora e fauna di queste zone. In una di queste sue missioni si imbatté in branchi selvaggi di cavalli mongolici, sui quali si avevano poche e confuse notizie; le prove di questa scoperta o meglio riscoperta arrivarono nelle mani dello zoologo Ivan Semenovich Polyakov, che nel 1881 descriverà questa come una nuova razza, e una tra le più primitive, l’Equus Przewalski Poliakov.

Il cavallo di Przewalski è piccolo con arti corti e robusti, il garrese poco evidente; il muso è tozzo dal profilo dritto o convesso, gli occhi alti e vicini alle orecchie; il manto color sabbia si schiarisce intorno agli occhi e al muso, e nel basso ventre; coda e criniera sono nere. La criniera è la caratteristica che lo differenzia maggiormente dal cavallo moderno, perché cresce dritta e ispida, con la quasi totale assenza di ciuffo. Altra particolarità di questo cavallo è quella di avere 66 cromosomi a differenza del cavallo comune che ne ha 64.

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Saresti capace di fare un box?

La gestione e pulizia delle lettiera è un argomento molto importante per la salute e il benessere dei cavalli; essendo il box un ambiente in cui tendono a crearsi polvere, umidità e cattivi odori, se non adeguatamente gestito possono insorgere problemi anche gravi di salute (problemi respiratori e di salute dello zoccolo).
Mi rendo conto che per quanto importante, questo sia un argomento che non ci riguarda da vicino, poiché solitamente nei maneggi c’è sempre qualcuno che si occupa della pulizia dei box; tuttavia ritengo che come tante altre nozioni, sia anche questo un pezzo di quel bagaglio di cultura equestre che può aiutarci ad essere amazzoni e cavalieri più informati e consapevoli, e soprattutto pronti a gestire anche le evenienze.

Per quanto riguarda i tipi di lettiera, la scelta è molto ampia: truciolo, paglia macinata, paglia in pellet, torba, lolla di riso ecc. Le differenze tra una e l’altra riguardano sostanzialmente 3 aspetti, prezzo – reperibilità – proprietà assorbente; sarà compito del gestore/proprietario del maneggio considerare queste variabili e decidere quale lettiera sia più indicata per le esigenze e la disponibilità dello stesso.
Ricordiamoci tuttavia che i compiti di una buona lettiera devono sempre essere: assorbire le urine, evitare il più possibile la formazione di polveri e di un ambiente ideale alla proliferazione di patogeni e insetti e non da ultimo, essere un giaciglio confortevole per il cavallo, sia da sdraiato che in piedi.

Vediamo ora i passaggi di uno dei metodi che consente di pulire in moto ottimale la lettiera:

  1. rimuovo tutti gli escrementi e le parti di lettiera compattata (perché bagnata) immediatamente visibili;
  2. ammucchio sui lati la lettiera a formare delle montagnette, in modo che rotolino giù escrementi e parti di lettiera bagnata nascosti;
  3. eliminati feci e urine lascio la lettiera che ha ancora potere assorbente sui lati del box, per consentire alla parte centrale sottostante, quella che generalmente è più bagnata, di asciugarsi; tale processo di asciugatura può essere agevolato con prodotti specifici come creolina e argilla bianca;
  4. nel momento in cui il cavallo deve rientrare nel box, la lettiera viene sistemata a formare una zona più voluminosa al centro, perché come già detto è qui che ho bisogno della massima assorbenza (e comfort durante la permanenza del cavallo)

Questo modo di “fare un box” presuppone che ci sia il tempo a disposizione per eseguire tutti i passaggi e che il cavallo abbia la possibilità di essere altrove mentre noi puliamo la lettiera, condizioni non sempre possibili. Ricordiamoci in ogni caso di impegnarci a rendere il box un luogo confortevole e funzionale e alla fine del lavoro, proviamo a valutare il nostro operato ponendoci la fatidica domanda “io ci dormirei qui dentro?”; se la risposta è no, beh allora forse è il caso di riprendere in mano la forca e ricominciare da capo.