Cavalli famosi · Curiosita' · Storia

Il cavallo bianco di Uffington

Questa incredibile incisione sulle colline dell’Oxfordshire si trova vicino al villaggio di Uffington, tra le città di Oxford e Swindon. Si tratta di una figura lunga 110 metri riprodotta scavando dei solchi nel terreno, profondi circa un metro, poi riempiti di gesso bianco. Secondo gli archeologi l’opera risalirebbe alla fine dell’epoca del Bronzo (3300-1200 A.C.).
Il sito è proprietà del National Trust, un organizzazione che si impegna a preservare “coste, campagne e costruzioni di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord”; i bordi dell’incisione sono stati rafforzati con del cemento per limitarne il deterioramento e periodicamente volontari si adoperano per rinnovare il candore dell’opera con del nuovo gesso.
Ovviamente il posto migliore per ammirare il cavallo di Uffington è dall’alto, ma si può ammirare anche a distanza, dai vicini villaggi di Great Coxwell, Longcot e Fernham.
Si è a lungo dibattuto sul significato di questa figura, e se l’intento fosse proprio quello di rappresentare un cavallo piuttosto che un cane o una tigre dai denti a sciabola, ma dall’XI secolo almeno ci si è sempre riferiti ad essa come ad un cavallo bianco: in un manoscritto ritrovato nel monastero benedettino di Abingdon Abbey, si parla infatti del “mons albi equi” ovvero della collina del cavallo bianco.
Per quanto riguarda lo scopo dell’incisione, ci sono diverse teorie: una rappresentazione tribale, un’incisione in memoria di una battaglia, il simbolo di un culto, oppure una versione primordiale di un cartellone pubblicitario, messo lì da un mercante di cavalli.
Una curiosità sul cavallo di Uffington è che venne coperto durante la seconda guerra mondiale per evitare che i piloti tedeschi dall’alto potessero usare la figura per orientarsi durante i raid aerei.
Inoltre in Inghilterra non è l’unico, ma sono presenti molti altri cavalli bianchi incisi sulle colline, ognuno risalenti ad epoche diverse: il White Horse di Westbury, di Osmington, di Cherhill, di Kilburn e di Mormond.

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Black Beauty: il messaggio dietro al romanzo

Scritto da Anna Sewell e pubblicato nel 1877 con il titolo di Black Beauty: his grooms and companions, the autobiography of a horse, Black Beauty non sono è uno dei libri di cavalli più famosi in assoluto, ma è anche nella lista dei maggiori best sellers di tutti i tempi, con più di 40 milioni di copie vendute. La particolarità di questo romanzo è che il narratore della storia è proprio il protagonista, un bellissimo morello con una balzana e una stella sul muso che racconta la sua vita, tra alti e bassi, e tutti i suoi incontri con altri cavalli o persone.
Quello che potrebbe sembrare un libro per bambini, è in realtà un libro che vuole denunciare le condizioni spesso crudeli in cui i cavalli erano costretti a lavorare; Anna divenne particolarmente sensibile alla tematica del maltrattamento degli animali perché a causa di un incidente che le aveva danneggiato fortemente le caviglie, costringendola all’inizio ad avere sempre con sé delle stampelle e poi a vivere confinata nel suo letto, faceva grande uso della carrozza per muoversi. Venne così a conoscenza dei maltrattamenti che i cavalli attaccati alle carrozze subivano nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana. (1837-1901).
Questo è infatti quello che Anna scrive ad un amico:

Sono stata confinata in casa sul divano per 6 anni e ho avuto modo di tanto in tanto di scrivere quello che penso diventerà un piccolo libro, il cui scopo speciale è di indurre alla gentilezza, alla compassione e a un trattamento consapevole dei cavalli.

Immagine tratta dal film “Black Beauty” del 1994

Anna si scaglia in particolar modo contro la crudeltà della “bearing rein“, (chiamata anche checkrein o overcheck; negli attacchi italiani viene chiamata strick) una cinghia collegata all’imboccatura, che passando in un piccolo anello del sovranuca, scorre sui lati del collo e si attacca al sellino. Aveva come unico scopo quello di fare apparire più maestosi ed eleganti i cavalli costringendoli a tenere la testa molto in alto, una posizione scomoda e fortemente dannosa per la schiena e per il collo.
Nel libro Anna parla attraverso le parole di Black Beauty stesso; l’animale chiede all’altro cavallo insieme a cui tira la carrozza se il loro padrone sapesse quanto fosse dolorosa questa cinghia per loro. L’altro cavallo (Max) risponde:

Non lo so, ma il venditore e il veterinario lo sanno molto bene. Una volta ero dal venditore e mi stava addestrando insieme ad un altro cavallo per andare in coppia; ci faceva tenere la testa in alto, ogni giorno sempre un po’ più in alto. Un signore che era lì gli chiese il perché e lui rispose “Le persone non li compreranno se non lo facciamo. I londinesi vogliono che i loro cavalli tengano sempre la testa in alto; ovviamente è una cosa molto deleteria per il cavallo, ma buona per gli affari”.

Dopo la pubblicazione del libro, chi già si opponeva all’uso della bearing rein guadagnò ancora più forza e nel 1883, 500 veterinari firmarono una petizione contro questo finimento, che venne sempre meno usato e tollerato. Si formò anche un vero e proprio movimento l’Anti-Bearing-Rein Association che denunciava i danni serissimi al collo e alla spina dorsale che questa moda estrema causava ai cavalli; si evidenziava come queste cinghie impedissero all’animale di allungare l’incollatura per meglio distribuire il peso che doveva trainare, causandogli tra le altre cose, “dislocazione e parziale lussazione delle cartilagine superiore della trachea” oltreché una “costante tensione del legamento cervicale” e a dolori e tagli in bocca dovuti all’eccessiva tensione esercitata sull’imboccatura.
Ad oggi negli attacchi convenzionali lo strick non è accettato, oppure nel caso degli attacchi di tradizione, se è presente nei finimenti, deve essere agganciato in modo che le cinghie risultino morbide e non creino nessuna tensione al cavallo nemmeno quando abbassa la testa.
E’ invece ancora in uso nelle corse di trotto.

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Micropillola / Galoppo falso vs galoppo rovescio

Prima di tutto, un piccolo ripasso sul galoppo: è un andatura in tre tempi più uno di sospensione, in cui il cavallo appoggia nell’ordine 1)posteriore esterno, 2)anteriore esterno e posteriore interno 3)anteriore interno (e successivo tempo di sospensione). Questa è la successione corretta che avremo, o dovremmo avere, in risposta alla nostra richiesta.

Il posteriore esterno è già a terra; poi toccherà a posteriore interno e anteriore esterno e per ultimo all’anteriore interno.

Ma se la successione degli arti non è corretta, e quindi l’ultimo arto a poggiare a terra risulta essere l’anteriore esterno, il cavallo avrà un galoppo “sbagliato”; si parlerà di galoppo falso se le intenzioni del cavaliere erano quelle di ottenere un galoppo dritto, ma così non è stato (solitamente per un errore nella sua richiesta), e di galoppo rovescio se invece il cavaliere ha specificatamente chiesto al cavallo di galoppare sull’anteriore esterno. Il galoppo rovescio infatti è proprio un esercizio in piano, anche di un certo livello, che porta ad una maggiore decontrazione ed ingaggio del posteriore, quindi in definitiva a migliorare in generale la qualità del galoppo stesso.

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Micropillola / OTTB

La sigla OTTB significa “off track thoroughbred“, letteralmente “purosangue fuori pista” quindi un cavallo che non corre più nei tracciati di galoppo, o più semplicemente un “ex cavallo da corsa”. Si tratta perciò di un cavallo allevato ed addestrato per correre nelle corse ippiche che però non partecipa più ad esse. I motivi per cui un cavallo viene ritirato possono essere molteplici; dalla semplice mancanza di attitudine a questa disciplina, all’infortunio, all’essere arrivato a fine carriera. Nessuna di queste motivazioni in linea di massima preclude però all’animale la possibilità di potersi cimentare in altre discipline equestri, anche perché questi cavalli risultano spesso soggetti molto versatili e sportivi.

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Il groom – Intervista ad Alice Boni

La vita di Alice è un intreccio unico con i cavalli, tanto che si mette a ridere quando le chiedo di raccontarmi brevemente la sua storia e mi confida che vorrebbe scriverci un libro.
Già da piccola capisce che vive l’agonismo diversamente dagli altri, la gara è solo un test finale, ma lo scopo principale è la costruzione di un rapporto con il cavallo a casa; c’è quindi in lei la volontà di essere una “preparatrice” più che un’amazzone vincente. Il primissimo cavallo che riceve in gestione e con cui fa veramente binomio è Lieto, soprannominato Kiko; lui l’ha salvata da tristi momenti della sua vita privata e quando se n’è andato prematuramente, ammette, è stato uno shock. Per fortuna poi è arrivato Sirio, un cavallo che vecchi amici le chiedono di gestire per loro; Sirio ora ha 28 anni, vive tutt’ora con Alice, ed è l’amore della sua vita.

All’età di 16 anni circa, ho capito che volevo diventare groom, dedicare il mio impegno alla gestione dei cavalli, a farli stare bene, a fare in modo che non gli mancasse nulla. L’obiettivo era anche quello di arrivare a seguire cavalli di un certo livello, ma per me non esistono cavalli di serie A e di serie B, per me tutti devono stare bene, avere una persona che possa diventare il loro punto di riferimento e a cui possano raccontare quello che hanno da dire.” Il lavoro di groom comincia ad ingranare quando va a lavorare a Bregnano per un maestro di equitazione classica; poi segue alcuni privati soprattutto nel salto ostacoli, ma anche nel dressage e nel completo. Il lavoro grosso arriva poi 4 anni fa, quando va nella scuderia di Mario Rota, un preparatore di giovani cavalli per il salto ostacoli. C’è tanto da fare, tutto il giorno e tutti i giorni, dalla movimentazione dei cavalli, alla pulizia della scuderia e selleria, ma non ha modo di fare tanta esperienza in gara. Poi prende al balzo l’occasione di fare esperienza nel mondo del completo, accettando di lavorare per un anno con Clelia Casiraghi, completista. La segue in due internazionali, di cui il secondo in Germania, la sua prima esperienza all’estero e forse il ricordo a cui è più legata. Realizza quindi di non voler rimanere a casa, in scuderia, ma di voler seguire i cavalli nelle gare; “non mi sembrava giusto portarli in un posto che non conoscevano, senza la persona con cui avevano confidenza, io volevo essere lì con loro”. Inoltre sente l’esigenza di seguire pochi cavalli per offrire loro il massimo: tanti cavalli significa poco riposo e poco riposo significa lavorare male. E i cavalli lo sentono. “Io devo essere al mio 100% per poter garantire ai cavalli che seguo, almeno il 90%”.
Alla fine del 2020 comincia a lavorare per Simone Sordi, ad oggi il suo maggior cliente. Con lui ci sono in progetto i mondiali, gli europei e chissà, forse anche le olimpiadi; in questo lavoro come in tanti altri, si lavora giorno per giorno, “ma la voglia e il materiale su cui lavorare c’è. ” dice Alice.
Con l’umiltà di chi si mette in discussione di continuo mi dice che ha ancora tanto da imparare e che il suo è un lavoro in continuo evolversi, in continuo cambiamento, perché conosci persone e cavalli nuovi, con cui devi imparare a comunicare per creare un team che vada avanti nel tempo. Insieme al lavoro di groom vero e proprio poi fa anche formazione ai giovani che non hanno grande esperienza: “penso che se riesco a trasmettere il mio sapere e la mia voglia di fare bene, allora più cavalli avranno la possibilità di avere una persona su cui contare e a cui rivolgersi.

1.In cosa consiste il tuo lavoro? Com’è la tua “giornata tipo” a casa e in gara?

Il mio lavoro è di occuparmi del benessere e della salute dei cavalli che seguo. È un lavoro che spazia dalla pulizia del box a quella del cavallo, dalla sua alimentazione ed esercizio fisico all’essere semplicemente un punto di riferimento per il proprietario del cavallo. La giornata tipo varia poco, indipendentemente se si è a casa o in concorso, anche se quando non si è in trasferta devo pensare a più cose e in generale a più cavalli.
Di solito mi sveglio presto e come prima cosa do da mangiare ai cavalli, prima il fieno e poi il concentrato a seconda delle necessità di ognuno. Procedo poi con la pulizia dei box e della scuderia, poi con le prime uscite dei cavalli: ci sarà chi lavorerà a sella, chi alla corda, chi andrà a camminare in giostra oppure chi farà relax al paddock. Dopo la pausa pranzo, nel pomeriggio, alcuni cavalli fanno una seconda uscita, oppure arrivano i clienti che andranno a fare lezione. Per tutto il tempo della giornata c’è da gestire la scuderia e le strutture esterne; poi possono esserci particolari mansioni come tosature o assistere a visite veterinarie.
Si finisce con la somministrazione della cena ai cavalli, pulizia dei corridoi, sellerie e lavaggi, in modo da lasciare tutto pulito e in ordine per la mattina successiva.
In concorso la routine cambia di poco, ma il focus maggiore sarà verso i cavalli, per far sì che siano meno stressati possibile, e quindi più performanti.

2. Com’è la situazione in Italia e all’estero di questo lavoro?

Vorrei anzitutto fare chiarezza sul sostantivo groom, intorno al quale c’è un po’ di ignoranza. Per indicare una persona che si prende cura dei cavalli esistono principalmente due termini, artiere e groom, dove il primo è legato al mondo dell’ippica, mentre il secondo agli altri sport equestri come il salto ostacoli, l’endurance o anche le specialità della monta americana. Il problema però è che, pur svolgendo di fatto lo stesso lavoro, cioè quello di curarsi della salute e del benessere del cavallo a partire dalla bassa manovalanza come può essere la pulizia dei box, fino alla preparazione atletica del cavallo, mentre l’artiere è un mestiere riconosciuto, debitamente pagato in base all’esperienza e conoscenze, il groom non gode al momento di alcun riconoscimento e di conseguenza di nessuna tutela da parte dello Stato. Viene svolto 9 casi su 10 da stranieri mal pagati che non hanno alcuna conoscenza nel mondo dei cavalli e che si limitano a pulire i box, dar loro da mangiare e poco altro. Il mio lavoro è molto più ampio e complesso di quello che tanti pensano quando sentono parlare di groom, ma per i motivi spiegati prima è difficile ottenere il giusto compenso e riconoscimento.
All’estero questo mestiere è maggiormente rispettato, sia a livello contrattuale sia a livello umano. Come unica nota positiva la FEI il mese scorso ha firmato un protocollo di intesa con l’International Grooms Association (IGA) volto a riconoscere ufficialmente il ruolo del groom all’interno della Federazione. Aderire a queste associazioni dà la possibilità ai groom di qualsiasi nazione, dietro il versamento di una quota d’iscrizione annuale, di ricevere aiuto legale, assicurativo, psicologico, oltreché sostegno a cercare lavoro fisso e chiamate per i concorsi come freelance.

3. Esiste una scuola per diventare groom?

In Italia, ad oggi, non esistono scuole per groom come invece ci sono all’estero. Ma spero che in futuro ne nascano di valide; io stessa cerco di dare supporto e formazione a chi lo richiede, per far poi coincidere domanda e offerta. La formazione è fatta sia di teoria che di pratica, sarebbe importante riuscire a svolgerle entrambe, magari con la guida di un groom esperto.
A livello di studi ci possono essere degli indirizzi che possono tornare utili a chi vorrebbe diventare groom, come l’istituto tecnico agrario per quanto riguarda l’istruzione superiore, e il corso di laurea triennale “allevamento e benessere animale” o “scienze e tecniche equine” per quanto riguarda l’università; ad essere sinceri però, tutto quello che so l’ho imparato sul campo, stando in scuderia, dietro a persone competenti e documentandomi su libri specifici sulla cura e sul benessere del cavallo, che, neanche a dirlo, sono in inglese.

4. Assodato che il groom non sostituisce il veterinario, quali sono le conoscenze mediche che è bene avere per meglio occuparsi della salute dell’animale?

Bisogna conoscere i parametri vitali di un cavallo in salute, saper vedere e capire se prova fastidio o dolore in base al suo comportamento nel box o fuori durante le attività quotidiane. Di sicuro è utile poi conoscere segnali e sintomi di una colica o di una zoppia, casi purtroppo non rari. E’ vantaggioso poi avere qualche conoscenza di pronto soccorso per intervenire prontamente in caso di ferite.

5. Hai un sogno nel cassetto?

Sicuramente Badminton! Mi piacerebbe viverlo ovviamente come groom, ma sarebbe fantastico anche avere la possibilità di vederlo come spettatrice. Spero di arrivarci un giorno, in un modo o nell’altro.
(Il Badminton Horse Trial è un concorso internazionale di completo di categoria 5 stelle, il massimo, che si svolge in Inghilterra nell’arco di 5 giornate)

6. In cosa pensi si differenzi il rapporto tra cavallo-cavaliere e cavallo-groom?

La differenza è semplice: la maggior parte dei cavalieri passa il tempo strettamente necessario con il cavallo per il lavoro fisico (parlando di ambiente agonistico), il groom invece, specialmente in concorso, passa moltissime ore accanto al cavallo, facendo di tutto. Quello che per molti può sembrare “non far niente”, come il restare seduti all’interno del box accanto al cavallo, è in realtà tutta comunicazione non verbale con l’animale. Di conseguenza penso che tra il groom e il cavallo ci sia una conoscenza reciproca inevitabilmente più ampia e profonda.

Alice Boni, professional horse groom
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