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Intrinzen – Intervista a Giorgia Ghizzoni (Hatha Equus Italia)

Quella che ho avuto con Giorgia è stata fino ad ora l’intervista più impegnativa a livello di contenuti ed argomenti trattati; una di quelle che ti apre gli occhi su quanto ancora poco conosci i cavalli e che ti convince più di prima di quanto sia imprescindibile in questo mondo e non solo, un atteggiamento di umiltà e di apertura nei confronti di ciò che non conosciamo.
Avevo già tentato di documentarmi sull’argomento, come d’altra parte faccio sempre per poter fare delle domande che abbiano un minimo di senso e di interesse, e digitando “Intrinzen” su internet e sui social mi ero imbattuta in video di cavalli liberi e gioiosi, impegnati in qualche corsetta, sgroppatina o inseguimenti di strani bastoni con una pallina sulla punta; mi sembrava tutto un semplice gioco per il quale il cavallo veniva incomprensibilmente premiato. Tutto mi sarei aspettata, tranne che di sentire Giorgia rispondere alle mie prime domande parlandomi di neurologia, fisiologia e tecniche della scienza dell’apprendimento; mi sono allora resa conto che dietro a questa parola dal sapore un po’ nordico, c’è molto di più di un semplice gioco.

1.Ci parli un po’ di te, della tua vita passata, del tuo presente e dei tuoi sogni futuri?

Giorgia e Sombra, primo piano foto Pila Boss

I cavalli sono una delle mie prime memorie. Ho avuto l’opportunità di conoscere vari lati degli sport equestri ma alla fine dell’adolescenza ho abbandonato momentaneamente questo mondo per dedicarmi a quello della musica classica; ho viaggiato molto finendo poi in America dove sono stata direttrice esecutiva di un’orchestra locale. Nel frattempo però ho avuto modo di conoscere un professionista Parelli, Tiziano Romani, che mi ha raccontato di questa nuova natural horsemanship che si approccia al cavallo con modi ancora più naturali e gentili, lasciando spazio all’animale di esprimersi, ed ho cominciato a documentarmi e a comprare materiale, nonostante in quegli anni non ci fossero cavalli nella mia vita. In California sono poi entrata in contatto con un Horse Rescue affiliato con Parelli e spesso supportato da corsi di Erin Fowle, un’istruttrice 5 stelle Parelli, dove cavalli salvati da situazioni traumatiche venivano riabilitati. La direttrice Laura Ponter mi ha presa sotto la sua ala e sono diventata una trainer volontaria del centro. Mi sono poi spostata in un altro Horse Rescue dove venivano accolti solo Mustang ed è qui che ho incontrato Sombra, la mia cavalla. Con tutti gli strumenti che avevo imparato e di cui ero confidente, ho cominciato a lavorare con lei, sicura di poterla aiutare a diventare un cavallo adatto al mondo domestico, ma da subito mi ha fatto capire che quello che conoscevo, con lei non avrebbe funzionato. Ho chiesto consiglio a vari professionisti della natural horsemanship, ma era sempre svogliata, disinteressata, non collaborava; era molto insicura del suo corpo, paurosa e io non sapevo come fare a creare uno straccio di interesse al lavoro con me, soprattutto in libertà e in sella. Il caso ha voluto che mio marito per Natale mi regalasse l’accademia online di Mustang Maddy, una trainer famosissima americana che lavora con i mustang e che aveva recentemente rivoluzionato il suo approccio, andando da una forma personalizzata di natural horsemanship al rinforzo positivo. Mi sono immersa in questo “linguaggio” e non ho mai visto la mia cavalla così impegnata nelle attività che le proponevo. Niente più indifferenza, fughe, tentativi di saltare i cancelli pur di non essere montata.
Ho poi lasciato il mio lavoro con la musica per dedicarmi in toto ai cavalli, e sono diventata collega di Elizabeth Riecks, fondatrice di Hatha Equus, inizialmente mia insegnante, a cui mi rivolgevo per dubbi o feedback durante la doma di Sombra. Nel 2021 è nata Hatha Equus Italia.
Il mio sogno è quello di sostenere sempre più binomi nel mondo equestre sportivo e amatoriale in cui l’umano è complice felice di un cavallo (atleta) felice. Il mio riconoscimento più grande è vedere mustang reduci da esperienze traumatiche rifiorire e diventare cavalli rilassati e capaci di avere partnership bellissime con i loro umani di riferimento; vedere cavalli andati in pensione dal mondo delle corse prendere possesso del loro corpo e giocare, dare a se stessi il permesso di esplorare il movimento con gioia e di affezionarsi a quelle persone di cui prima erano spaventati; sapere dagli allievi che seguiamo, che i nostri concetti hanno cambiato la loro vita equestre, così come loro l’hanno cambiata a noi.

2. Quali sono i concetti fondamentali e innovativi di Intrinzen e qual é il risultato a cui si ambisce?

Lo scopo di Intrinzen è quello che il cavallo si innamori del movimento; il movimento è vita e un cavallo che svolge tutte le funzioni di movimento (locomozione pura, per approvvigionarsi risorse e per socializzare) è un cavallo longevo e sano.
Ecco alcuni dei principi scientifici innovativi su cui si basa Intrinzen e che coinvolgono vari rami della scienza come scienza del dolore, del movimento, dell’apprendimento, neurologia e fisiologia.

  • Il dolore non corrisponde sempre a un danno ai tessuti. Il cervello spesso fa delle ipotesi su possibili danni, e per proteggere la parte che potrebbe essere danneggiata ed evitare che si affatichi, porta l’animale a evitare alcuni movimenti. Alcuni cavalli non si muovono anche perché hanno memoria di dolore provato in passato.
  • Movimenti specifici ripetuti nel tempo creano un movimento “fragile”, perché tendini, legamenti e muscoli vengono continuamente micro-stressati nello stesso modo; quindi per creare un corpo agile, stabile e forte la chiave è “ripetizione senza ripetizione” [“Repetition without repetition”, Nikolay Bernstein]: su larga scala e minima, deve essere sempre garantita la variabilità nel movimento.
  • Quando un movimento è imposto, il livello di impegno è deciso da altri e l’alternativa ha conseguenze poco piacevoli o percepite come negative dal cavallo, allora il sistema nervoso non rilascia volentieri risorse per quel movimento, ma fa il minimo necessario per farlo senza alcun adattamento conseguente. Quindi manca la consapevolezza nell’animale di essere riuscito a fare un nuovo movimento che potrebbe tornargli utile in altre situazioni; questo perché c’è un’imposizione, una motivazione estrinseca, che non “convince” il sistema nervoso fino in fondo.
  • Anche il movimento che viene prescritto in modo preciso (metti un piede qui, l’incollatura tienila così, esegui la spalla in dentro ecc) non sarà convincente per il sistema nervoso [Approccio Ecologico Dinamico o Constraints Led Approach, Scienza del Movimento e dell’Apprendimento Motorio.], e quindi il movimento sarà eseguito senza convinzione. Oltretutto se si insegna con restrizioni (imboccatura, frustino, gamba) utilizzate in un certo modo, spesso si allena soltanto il muscolo contrario, quello che resiste, e non quello che supporta il movimento richiesto. Il movimento ancora una volta è “fragile” rispetto a un movimento intrinsecamente motivato nel quale l’idea è venuta al cavallo.

3. Può Intrinzen conciliarsi con l’equitazione moderna soprattutto quella fatta a livello agonistico?

Intrinzen si basa sul concetto imprescindibile che qualsiasi attività venga svolta con il consenso del cavallo; se si è disposti a rinunciare a una gara per la quale si è investito tempo e soldi perché il nostro cavallo, a pochi minuti dall’inizio, ci fa capire che non ha intenzione di offrirci la sua collaborazione, allora sì, questa conciliazione è possibile. Altrimenti Intrinzen è difficilmente compatibile con l’equitazione agonistica.
Si ha inoltre a cuore la longevità del cavallo, mentre le statistiche di alcune discipline equestri a certi livelli mostrano un alto tasso di mortalità equina. Tuttavia nel mondo umano, anche in Italia, molti principi su cui si basa Intrinzen supportano squadre professioniste di calcio, di pallavolo, pallamano, e stanno entrando in alcune nicchie del mondo equestre. In Inghilterra già alcune università (prime tra tutte la Gloucester e la Hallam University) riconoscono la rivoluzione dei concetti base di Intrinzen tanto da farli diventare parte fondamentale del curriculum di un istruttore di equitazione sportiva di livello 4!

4 .Qual é la posizione di Hatha Equus nei confronti di Intrinzen?

Hatha Equus cerca di essere un ponte tra Intrinzen e molto altro, tra il sostenere ogni cavallo nel diventare la migliore versione di se stesso e i sogni del suo complice umano: Intrinzen infatti si focalizza sul cavallo e non considera l’umano se non come supporto. Per noi invece il mantra è “complici felici di cavalli (atleti) felici” quindi se un nostro allievo è molto interessato per esempio al salto ostacoli, lo aiutiamo anche (non solo!) tramite i principi di Intrinzen ad proporre questa disciplina al suo cavallo in modo da appassionare anche lui/lei. Hatha Equus ha studiato e studia Intrinzen e tutti i principi scientifici su cui si basa; Kathy Sierra (fondatrice di Intrinzen) ci ha dato il permesso di utilizzare la parola “intrinzen” nel nostro training. Al momento sono l’unica italiana al mondo ad avere questo privilegio.

5. Cosa consigli a chi vorrebbe saperne di più e magari iniziare ad approcciarsi alla filosofia di Intrinzen?

Il mio consiglio è quello di seguire il corso online di Kathy dove lei si mette anche a disposizione gratuitamente per rispondere a dubbi e domande. E’ però in lingua inglese. (https://www.pantherflow.com/)
Noi di Hatha Equus offriamo un corso online che include Intrinzen. Non siamo scienziate ma facciamo del nostro meglio per offrire una panoramica sui principi scientifici, e per sostenere binomi nell’implementazione. Abbiamo fatto quest’anno il nostro primo corso estivo e ce ne saranno altri sicuramente! Il modo più efficace di studiare con noi è probabilmente fare prima un corso online, poi uno dal vivo.
Interessante da consultare c’è anche una piattaforma che si chiama Stepping Stones dove alcuni intrinzener da tutto il mondo caricano video di sessioni di lavoro per mostrare esempi pratici. (https://www.pantherflow.com/stepping-stones)
Invito tutti ad avere basi di sicurezza (fisica ed emozionale, per l’umano e per il cavallo) chiare e ferrate prima di cimentarsi in alcune attività Intrinzen di gioco sfrenato in libertà senza filtri. Esempi sono la conoscenza e la gestione del concetto di food feelings, fondamentale per chi volesse introdurre il cibo nel training, e tutti quei protocolli di relazione spaziale reciproca necessari per essere certi di operare al sicuro.

Elizabeth and Giorgia che giocano a ispirare Sombra a fare movimenti simili a ‘haunches in’ (travers) con Intrinzen. Foto Pila Boss

6. Nelle sessioni di lavoro, il cavallo ha totale libertà nel campo senza alcune costrizione o c’è una gradualità? Come si evitano situazioni pericolose?

Il training si può fare in tanti modi, sia in totale libertà, sia con corda e capezza. La cosa importante è che questi strumenti non costituiscano fisicamente e psicologicamente una costrizione per il cavallo, perché allora l’animale non ha piena autonomia e quindi non possiamo sapere se il movimento è davvero nato spontaneamente o è soltanto frutto di una costrizione, magari anche solo percepita. Si analizza caso per caso: se ho un cavallo che viene da un percorso di natural horsemanship, allora di solito tolgo corda e capezza per mostrargli che può decidere senza che ci sia una conseguenza indesiderabile (pressione, scomodità ecc); una volta che il cavallo è consapevole di avere totale autonomia, allora posso ritornare a corda e capezza, perché sa che ora non costituiscono più un vincolo.
La nostra raccomandazione agli allievi dei corsi è di non iniziare a fare giochi in totale libertà prima di aver stabilito dei protocolli chiari e distinti sulla sicurezza. Siamo ferree a riguardo. Fino ad allora chiediamo di fare attività con contatto protetto (frapponendo una recinzione tra cavallo e persona per esempio); a cui si può comunque ritornare anche dopo aver stabilito le regole del gioco, perché crea bellissime opportunità di movimento.

7. Quali sono le critiche che ti vengono fatte più spesso e cosa credi renda le persone restie nei confronti di questo modo di lavorare coi cavalli?

In realtà al momento sto trovando un contesto di dialogo anche con grandi esponenti del mondo equestre italiano. Ci piace poter dare un contributo per dare nuove prospettive al mondo sportivo equestre, e questo interesse nei confronti della scienza del movimento ci riempie di orgoglio e di entusiasmo per tutte le belle relazioni tra binomi che verranno, e il nuovo tipo di atleticismo che diverrà la norma. Ci sono però indubbiamente alcuni aspetti con cui le persone a volte hanno difficoltà a rapportarsi:
1) partiamo col dire che Intrinzen è una novità e come tale va a mettere in discussione le cose così come le conosciamo e come ce le hanno insegnate, soprattutto in discipline classiche; per questo c’è ovviamente una certa resistenza, anche se Intrinzen si basa su studi e ricerche concrete e peer reviewed;
2) “il cavallo lo fa solo per il cibo” è’ una frase che sento spesso. Il cibo è un feedback che ci serve per far capire al cavallo che ci piace quello che sta facendo, ma può essere benissimo sostituito da coccole e grattini, o da qualsiasi stimolo che da lui desiderabile. Inoltre durante la sessione il cavallo ha costantemente accesso ad altre fonti di cibo, come reti di fieno o addirittura erba, molto più appetibili di quello che gli diamo noi, cioè semplici pellet di fieno.
3) la “faccia da workout”. Non essendo abituati a vedere i cavalli in piena autonomia che giocano in libertà, siamo portati a credere che labbra tese, code che sferzano, occhi concentrati e orecchie all’indietro siano solo e sempre segnali di un cavallo a disagio o sofferente. Si può invece trattare anche di espressioni che mostrano un cavallo impegnato ed appassionato in ciò che sta facendo, la cosiddetta workout face. Pensare che un cavallo possa fare una piroette al galoppo con un’espressione rilassata e pacifica é come pretendere che un amante della palestra, durante un esercizio sorrida o rida di gioia. Avrà invece una faccia concentrata, affaticata, in alcuni momenti anche sofferente, ma questo non vuol dire che stia facendo qualcosa che non gli piace o che gli provoca disagio e dolore. Dobbiamo imparare a soffermarci sul contesto (ad es. libertà o equipaggiamento? Psicologia inversa o scelta effettiva?) , quello ci dirà realmente come stanno le cose.

8. Intrinzen va bene per tutti i cavalli? Anziani/puledri, atleti/in pensione, sereni/con problematiche da risolvere…

Si, assolutamente. L’unica eccezione sono quei cavalli che hanno una voglia di giocare talmente grande che nonostante soffrano di un qualche disturbo fisico come può essere una frattura al ginocchio, hanno un sistema nervoso che promuove più il gioco che non la sensazione di dolore, per cui è nostra responsabilità offrire stimoli appropriati al loro livello di salute.
Quello che noi facciamo è offrire contesti, senza avere idea di cosa il cavallo andrà a fare: se il cavallo è anziano potrebbe offrire movimenti lenti ma comunque diversi secondo quelle che sono le sue possibilità, e questo va benissimo…ma non è detto visto che abbiamo un’allieva con una cavalla ventinovenne che fa rollback, spin e partenze al galoppo da ferma che farebbero invidia a cavalli giovani! Il punto è: ogni cavallo offrirà quello che vuole e che può, il nostro compito è ispirarlo a fare più possibile in termini di variabilità. Non esiste una risposta giusta e una sbagliata, ma tutto è all’insegna del divertimento e della creatività.

DorDollo il re della creatività e variabilità in movimento durante una sessione Intrinzen con la sua umana di riferimento Martina Besana a ‘I cavalli del Farma’ dove si è svolto il corso estivo di Hatha Equus 2022. Foto Alessandra Mango

9. Se avessi la possibilità di parlare con Sombra, cosa le diresti?

Ma io con lei ci parlo sempre, e lei con me! Abbiamo raggiunto un linguaggio comune, una comunicazione tale che il binomio, per quanto inter-specie, sia capace di “fare quattro chiacchiere” o comunque di esprimere i propri bisogni e preferenze molto chiaramente.  Quello che a livello più profondo le dico continuamente è GRAZIE, perché mi ha reso la horse woman che sono ora e perché mi tiene umile, coi piedi per terra, visto che puntualmente con lei, quando penso di aver capito tutto, scopro invece di non sapere niente. Ma quando questo accade, quando mi dice “tu non sai neanche lontanamente quello che pensavi di conoscere”, non mi dispero più così tanto, perché so che sto per entrare nel prossimo capitolo meraviglioso e importantissimo del mio apprendimento sui cavalli. Anche se lei era selvatica, restituita al governo perché giudicata “troppo difficile” e a rischio macello, io non ho mai pensato di doverla “salvare”. Avendo passato tanto tempo con i cavalli, mi era chiaro fin da subito che si trattasse di un percorso a doppio senso e che io e lei saremmo state molto significative l’una per l’altra. Lei è la mia stella polare e la più grande insegnante che avessi mai potuto incontrare.

Giorgia Ghizzoni, fondatrice Hatha Equus Italia e Training Associate in Hatha Equus
Instagram: hathaequus_italia
Sito web: https://hathaequus.com/italia/

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Micropillola / OTTB

La sigla OTTB significa “off track thoroughbred“, letteralmente “purosangue fuori pista” quindi un cavallo che non corre più nei tracciati di galoppo, o più semplicemente un “ex cavallo da corsa”. Si tratta perciò di un cavallo allevato ed addestrato per correre nelle corse ippiche che però non partecipa più ad esse. I motivi per cui un cavallo viene ritirato possono essere molteplici; dalla semplice mancanza di attitudine a questa disciplina, all’infortunio, all’essere arrivato a fine carriera. Nessuna di queste motivazioni in linea di massima preclude però all’animale la possibilità di potersi cimentare in altre discipline equestri, anche perché questi cavalli risultano spesso soggetti molto versatili e sportivi.

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Il groom – Intervista ad Alice Boni

La vita di Alice è un intreccio unico con i cavalli, tanto che si mette a ridere quando le chiedo di raccontarmi brevemente la sua storia e mi confida che vorrebbe scriverci un libro.
Già da piccola capisce che vive l’agonismo diversamente dagli altri, la gara è solo un test finale, ma lo scopo principale è la costruzione di un rapporto con il cavallo a casa; c’è quindi in lei la volontà di essere una “preparatrice” più che un’amazzone vincente. Il primissimo cavallo che riceve in gestione e con cui fa veramente binomio è Lieto, soprannominato Kiko; lui l’ha salvata da tristi momenti della sua vita privata e quando se n’è andato prematuramente, ammette, è stato uno shock. Per fortuna poi è arrivato Sirio, un cavallo che vecchi amici le chiedono di gestire per loro; Sirio ora ha 28 anni, vive tutt’ora con Alice, ed è l’amore della sua vita.

All’età di 16 anni circa, ho capito che volevo diventare groom, dedicare il mio impegno alla gestione dei cavalli, a farli stare bene, a fare in modo che non gli mancasse nulla. L’obiettivo era anche quello di arrivare a seguire cavalli di un certo livello, ma per me non esistono cavalli di serie A e di serie B, per me tutti devono stare bene, avere una persona che possa diventare il loro punto di riferimento e a cui possano raccontare quello che hanno da dire.” Il lavoro di groom comincia ad ingranare quando va a lavorare a Bregnano per un maestro di equitazione classica; poi segue alcuni privati soprattutto nel salto ostacoli, ma anche nel dressage e nel completo. Il lavoro grosso arriva poi 4 anni fa, quando va nella scuderia di Mario Rota, un preparatore di giovani cavalli per il salto ostacoli. C’è tanto da fare, tutto il giorno e tutti i giorni, dalla movimentazione dei cavalli, alla pulizia della scuderia e selleria, ma non ha modo di fare tanta esperienza in gara. Poi prende al balzo l’occasione di fare esperienza nel mondo del completo, accettando di lavorare per un anno con Clelia Casiraghi, completista. La segue in due internazionali, di cui il secondo in Germania, la sua prima esperienza all’estero e forse il ricordo a cui è più legata. Realizza quindi di non voler rimanere a casa, in scuderia, ma di voler seguire i cavalli nelle gare; “non mi sembrava giusto portarli in un posto che non conoscevano, senza la persona con cui avevano confidenza, io volevo essere lì con loro”. Inoltre sente l’esigenza di seguire pochi cavalli per offrire loro il massimo: tanti cavalli significa poco riposo e poco riposo significa lavorare male. E i cavalli lo sentono. “Io devo essere al mio 100% per poter garantire ai cavalli che seguo, almeno il 90%”.
Alla fine del 2020 comincia a lavorare per Simone Sordi, ad oggi il suo maggior cliente. Con lui ci sono in progetto i mondiali, gli europei e chissà, forse anche le olimpiadi; in questo lavoro come in tanti altri, si lavora giorno per giorno, “ma la voglia e il materiale su cui lavorare c’è. ” dice Alice.
Con l’umiltà di chi si mette in discussione di continuo mi dice che ha ancora tanto da imparare e che il suo è un lavoro in continuo evolversi, in continuo cambiamento, perché conosci persone e cavalli nuovi, con cui devi imparare a comunicare per creare un team che vada avanti nel tempo. Insieme al lavoro di groom vero e proprio poi fa anche formazione ai giovani che non hanno grande esperienza: “penso che se riesco a trasmettere il mio sapere e la mia voglia di fare bene, allora più cavalli avranno la possibilità di avere una persona su cui contare e a cui rivolgersi.

1.In cosa consiste il tuo lavoro? Com’è la tua “giornata tipo” a casa e in gara?

Il mio lavoro è di occuparmi del benessere e della salute dei cavalli che seguo. È un lavoro che spazia dalla pulizia del box a quella del cavallo, dalla sua alimentazione ed esercizio fisico all’essere semplicemente un punto di riferimento per il proprietario del cavallo. La giornata tipo varia poco, indipendentemente se si è a casa o in concorso, anche se quando non si è in trasferta devo pensare a più cose e in generale a più cavalli.
Di solito mi sveglio presto e come prima cosa do da mangiare ai cavalli, prima il fieno e poi il concentrato a seconda delle necessità di ognuno. Procedo poi con la pulizia dei box e della scuderia, poi con le prime uscite dei cavalli: ci sarà chi lavorerà a sella, chi alla corda, chi andrà a camminare in giostra oppure chi farà relax al paddock. Dopo la pausa pranzo, nel pomeriggio, alcuni cavalli fanno una seconda uscita, oppure arrivano i clienti che andranno a fare lezione. Per tutto il tempo della giornata c’è da gestire la scuderia e le strutture esterne; poi possono esserci particolari mansioni come tosature o assistere a visite veterinarie.
Si finisce con la somministrazione della cena ai cavalli, pulizia dei corridoi, sellerie e lavaggi, in modo da lasciare tutto pulito e in ordine per la mattina successiva.
In concorso la routine cambia di poco, ma il focus maggiore sarà verso i cavalli, per far sì che siano meno stressati possibile, e quindi più performanti.

2. Com’è la situazione in Italia e all’estero di questo lavoro?

Vorrei anzitutto fare chiarezza sul sostantivo groom, intorno al quale c’è un po’ di ignoranza. Per indicare una persona che si prende cura dei cavalli esistono principalmente due termini, artiere e groom, dove il primo è legato al mondo dell’ippica, mentre il secondo agli altri sport equestri come il salto ostacoli, l’endurance o anche le specialità della monta americana. Il problema però è che, pur svolgendo di fatto lo stesso lavoro, cioè quello di curarsi della salute e del benessere del cavallo a partire dalla bassa manovalanza come può essere la pulizia dei box, fino alla preparazione atletica del cavallo, mentre l’artiere è un mestiere riconosciuto, debitamente pagato in base all’esperienza e conoscenze, il groom non gode al momento di alcun riconoscimento e di conseguenza di nessuna tutela da parte dello Stato. Viene svolto 9 casi su 10 da stranieri mal pagati che non hanno alcuna conoscenza nel mondo dei cavalli e che si limitano a pulire i box, dar loro da mangiare e poco altro. Il mio lavoro è molto più ampio e complesso di quello che tanti pensano quando sentono parlare di groom, ma per i motivi spiegati prima è difficile ottenere il giusto compenso e riconoscimento.
All’estero questo mestiere è maggiormente rispettato, sia a livello contrattuale sia a livello umano. Come unica nota positiva la FEI il mese scorso ha firmato un protocollo di intesa con l’International Grooms Association (IGA) volto a riconoscere ufficialmente il ruolo del groom all’interno della Federazione. Aderire a queste associazioni dà la possibilità ai groom di qualsiasi nazione, dietro il versamento di una quota d’iscrizione annuale, di ricevere aiuto legale, assicurativo, psicologico, oltreché sostegno a cercare lavoro fisso e chiamate per i concorsi come freelance.

3. Esiste una scuola per diventare groom?

In Italia, ad oggi, non esistono scuole per groom come invece ci sono all’estero. Ma spero che in futuro ne nascano di valide; io stessa cerco di dare supporto e formazione a chi lo richiede, per far poi coincidere domanda e offerta. La formazione è fatta sia di teoria che di pratica, sarebbe importante riuscire a svolgerle entrambe, magari con la guida di un groom esperto.
A livello di studi ci possono essere degli indirizzi che possono tornare utili a chi vorrebbe diventare groom, come l’istituto tecnico agrario per quanto riguarda l’istruzione superiore, e il corso di laurea triennale “allevamento e benessere animale” o “scienze e tecniche equine” per quanto riguarda l’università; ad essere sinceri però, tutto quello che so l’ho imparato sul campo, stando in scuderia, dietro a persone competenti e documentandomi su libri specifici sulla cura e sul benessere del cavallo, che, neanche a dirlo, sono in inglese.

4. Assodato che il groom non sostituisce il veterinario, quali sono le conoscenze mediche che è bene avere per meglio occuparsi della salute dell’animale?

Bisogna conoscere i parametri vitali di un cavallo in salute, saper vedere e capire se prova fastidio o dolore in base al suo comportamento nel box o fuori durante le attività quotidiane. Di sicuro è utile poi conoscere segnali e sintomi di una colica o di una zoppia, casi purtroppo non rari. E’ vantaggioso poi avere qualche conoscenza di pronto soccorso per intervenire prontamente in caso di ferite.

5. Hai un sogno nel cassetto?

Sicuramente Badminton! Mi piacerebbe viverlo ovviamente come groom, ma sarebbe fantastico anche avere la possibilità di vederlo come spettatrice. Spero di arrivarci un giorno, in un modo o nell’altro.
(Il Badminton Horse Trial è un concorso internazionale di completo di categoria 5 stelle, il massimo, che si svolge in Inghilterra nell’arco di 5 giornate)

6. In cosa pensi si differenzi il rapporto tra cavallo-cavaliere e cavallo-groom?

La differenza è semplice: la maggior parte dei cavalieri passa il tempo strettamente necessario con il cavallo per il lavoro fisico (parlando di ambiente agonistico), il groom invece, specialmente in concorso, passa moltissime ore accanto al cavallo, facendo di tutto. Quello che per molti può sembrare “non far niente”, come il restare seduti all’interno del box accanto al cavallo, è in realtà tutta comunicazione non verbale con l’animale. Di conseguenza penso che tra il groom e il cavallo ci sia una conoscenza reciproca inevitabilmente più ampia e profonda.

Alice Boni, professional horse groom
Instagram: @alice.boni.560
Facebook: Alice Boni

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Man o’ War

Il nome di questo cavallo è scritto nel libro d’oro del galoppo mondiale e come tale penso non si possa non conoscere almeno un po’ della sua storia. Il nome di Man o’ War, letteralmente uomo della guerra, fu dato a questo purosangue inglese nato in America nel 1917, dalla moglie di uno dei più potenti uomini del mondo delle corse degli USA, per onorare il marito partito per la guerra. Il puledro fu poi comprato da Samuel Ridde, un grande magnate dell’industria tessile per solo 5,000 dollari (a fine carriera gli saranno offerti 1 milione di dollari!) e si guadagnerà il soprannome di “the big red” per la sua altezza al di sopra della media. Questo sarà lo stesso nomignolo che verrà dato 60 anni dopo a un altra grande leggenda degli ippodromi, Secretariat. Man o’ war discendeva per linea paterna da uno dei capostipiti della razza purosangue, Godolphin Arabian, perciò aveva tutte le carte in regole per diventare un grande campione. E così fu. La sua carriera agonistica sarà molto breve, solo 2 anni, ma molto intensa; su 21 gare disputate, ne vincerà 20 e sempre con diverse lunghezze di vantaggio. Per altro pare che i motivi della sua unica sconfitta furono diversi errori commessi dal fantino Johnny Loftus e da una sfortunata partenza: nei primi anni del 1900 non esistevano ancora le gabbie ma veniva usato una sorta di canape dietro al quale dovevano allinearsi tutti i cavalli, e Man o’ War finì per partire girato di 90° perdendo preziosi secondi.
All’età di soli 3 anni ci fu il suo ritiro dalle gare e sembra che questo sia stato fortemente richiesto dagli altri proprietari di cavalli, stanchi di essere sconfitti dall’imbattibile sauro. Man o’ War cominciò così la sua vita da riproduttore e ad oggi molti grandi campioni dell’ippica possono dire di essere (alla lontana) imparentati con lui: tra i più conosciuti War Admiral e Hard Tack, padre di Seabiscuit.

Di David Ohmer – originally posted to Flickr as Lexington Kentucky – Kentucky Horse Park “Man ‘O’ War”, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11251173

Man o’ war morirà all’età di 30 anni nel 1947, e la notizia fece il giro del mondo; per lui venne fatto anche un vero e proprio funerale al quale parteciparono migliaia di persone. Le sue ceneri sono al Kentucky Horse Park dove c’è anche una statua a lui dedicata.
Una curiosità: il proprietario di Man o’ War, prima di ritirarlo dalle corse, chiese all’handicapper quale peso avrebbe assegnato al cavallo se l’avesse fatto correre ancora, e la risposta fu “il peso più massiccio che sia stato mai assegnato a un purosangue”.

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Le corse ad handicap

l termine “handicap” originariamente faceva parte del linguaggio sportivo e indicava lo svantaggio assegnato in una gara al concorrente con statisticamente maggiori probabilità di vincere, per dare uguali possibilità a tutti i partecipanti e rendere più avvincente e meno scontata la competizione.
Nello specifico, nel mondo dell’ippica e principalmente nel galoppo, handicap indica una particolare categoria di corse dove ogni cavallo è chiamato a portare un peso differente, calcolato secondo le valutazioni di esperti chiamati handicapper in modo da uniformare le chances dei partecipanti; quindi più il cavallo è veloce, maggiore sarà il peso che dovrà portare.
Un cavallo viene valutato in base ai risultati recenti e in generale alla sua carriera complessiva.

Il peso assegnato comprende il peso della sella e del fantino ed eventualmente, se questo non fosse sufficiente, quello di piccoli piombi aggiunti nella sella.
Se il lavoro dell’handicapper è stato eseguito correttamente, tutti i cavalli taglieranno il traguardo con poca distanza l’uno dall’altro.
Proprio per l’incertezza del risultato, queste competizioni sono molto gradite dagli appassionati, e conseguentemente il volume medio delle scommesse è più alto rispetto alle altre gare classiche.