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Gli attacchi – Intervista a Adamo Martin

Riconosciuti dalla FEI nel 1969 come sport equestre competitivo, gli attacchi tuttavia non godono di grande notorietà nel nostro paese, e poco si conosce di questa disciplina. Per questo, fedeli al nostro impegno di parlarvi, con i nostri articoli, di un’equitazione a 360 gradi, abbiamo deciso di intervistare Adamo Martin, grande appassionato e driver di attacchi da oltre 30 anni, che ci porterà alla scoperta di questo sport affascinante, dove lo speciale rapporto uomo-cavallo non viene meno, ma si trasforma e si articola in mille nuove sfaccettature.

Conosciamo meglio l’intervistato di oggi: Adamo ha 35 anni e dall’età di 5 vive accanto ai cavalli; dopo una breve parentesi in cui si dedica alla monta inglese, scopre e rimane affascinato dal mondo degli attacchi. A 18 anni consegue il brevetto attacchi FISE, e da allora tutti i suoi sforzi sono finalizzati a mantenere i propri cavalli, finimenti e carrozze. Nel 2004 si iscrive al Gruppo Italiano Attacchi e nel 2006 apre l’azienda “Servizi in Carrozza”; da un piccolo cavallo grigio ed una carrozza, ingrandisce sempre di più la sua offerta fino ad arrivare ad avere 4 cavalli e 10 carrozze.
Ad oggi collabora inoltre con numerosi clienti che chiedono di essere seguiti nella preparazione ed addestramento per gare di tradizione, derby, gare coni e di completo. Partecipa poi in prima persona al concorso internazionale di attacchi di tradizione di Venaria Reale nel 2018 e nello stesso anno al concorso di San Siro con il suo ultimo investimento imprenditoriale, una carrozza replica di un omnibus (uno dei primi mezzi di trasporto pubblico) di metá ‘800 con cui prende parte anche alla sfilata di Fieracavalli 2018.

1. Spiegaci brevemente cos’è la disciplina degli attacchi.

Per attacchi si intende tutto ciò che si “attacca” ad un cavallo, sia esso un aratro per lavorare nei campi, una carrozza, un carro o una biga.
Gli attacchi nella menzione sportiva, fanno riferimento a quella disciplina in cui 1,2 o 4 cavalli, una carrozza e un equipaggio di 2 o 3 persone, vengono chiamati a sostenere tre prove differenti: dressage, maratona e gara coni (o percorso di ostacoli mobili)

2. Insieme al ‘guidatore’, ci sono altre persone sulla carrozza. Qual è il loro scopo e in base a cosa varia il loro numero?

In carrozza per motivi di sicurezza sarebbe raccomandabile essere sempre in due, specialmente quando si esce in campagna e quando si attaccano cavalli in situazioni potenzialmente pericolose. Nell’attacco sportivo sulla carrozza ci sono 2 persone quando sono attaccati un cavallo o due cavalli in pariglia, mentre il numero delle persone sale a 3 se i cavalli sono 4. Tutte le persone sulla carrozza ad eccezione del guidatore chiamato driver, sono dette groom, e i loro compiti possono essere diversi: aiutare il driver nel governo dei cavalli da terra durante le fermate e soste per mantenere l’attacco in sicurezza; controbilanciare la carrozza nelle curve durante la maratona ed evitare che si rovesci; aiutare il driver nella cronometrazione e a ricordare l’ordine delle porte nella gimcana.
Nell’attacco di tradizione ci possono essere anche altre figure oltre ai groom, a volte con la semplice funzione di comparse, che vanno però ad aggiungere valore e competitività all’attacco.

3. Cosa sono le gare di tradizione?

Le gare di tradizione sono gare organizzate da alcune associazioni con lo scopo di valorizzare coloro che oltre alla passione per i cavalli hanno la passione per le carrozze d’epoca originali restaurate o repliche; con queste competizioni si incentiva così il recupero e la salvaguardia di queste vere e proprie opere d’arte. Le carrozze d’epoca credo infatti siano dei pezzi di storia che racchiudono al loro interno esempi di moltissime tecniche artigianali, dalla falegnameria all’utilizzo dei metalli, dalla pelletteria alla capacità progettuale.
Nel concorso di tradizione viene valutato l’attacco su tre prove distinte, la presentazione, la routier o prova di campagna e la maneggevolezza: nella prima si valutano la conformità della carrozza con il cavallo, la qualità e la giusta regolazione dei finimenti, l’armonia dell’insieme carrozza-cavallo e l’attinenza fra l’equipaggio e l’attacco presentato, oltreché la qualità della carrozza in sé; nella seconda, che non è una prova di velocità ma di regolarità, vengono valutate le capacità del guidatore in un percorso ad ostacoli fissi; nella terza infine si attesta quanto il guidatore abbia agli ordini il cavallo con una piccola gara coni.
Le gare di tradizione non devono essere ritenute, come sovente capita, delle gare in cui vince chi ha più possibilità economiche o chi semplicemente si presenta meglio, poiché con le prove di routier e di maneggevolezza si testano anche le reali capacità del driver e del suo equipaggio di saper gestire i cavalli e la carrozza.

4. Quando c’è più di un cavallo a tirare la carrozza, c’è comunque un animale che fa da ‘leader’? E in base alla loro posizione nella pariglia, cambia il lavoro/lo sforzo che devono fare?

Nell’attacco in pariglia i cavalli hanno bisogno di un buon affiatamento, specialmente in lavori particolari, sia sportivi che di servizio. I cavalli essendo animali da branco impongono fra loro forti gerarchie e conseguentemente si riesce sempre a capire, durante il loro esercizio, l’addestramento e l’utilizzo quale ha un carattere più forte e prevaricante.
Compito del guidatore è sfruttare l’aspetto caratteriale dei cavalli per far si che lavorino in serenità e finalizzandolo a quello a cui puntiamo, limando gli aspetti più aspri, ma non dimenticando mai ciò che l’istinto degli animali ha dettato. Non è inusuale che in una coppia di cavalli colui che ha un carattere più forte è colui che fra i due si accolla meno le fatiche mantenendo però la freschezza fisica e mentale per i momenti più difficili.
Nei tiri a 4, i cavalli davanti sono definiti di “volata” e quelli più vicini alla carrozza si chiamano di “timone”; questi ultimi hanno sicuramente maggiore carico fisico. Nella pariglia invece lo sforzo richiesto ai due cavalli è il medesimo.

5. Negli attacchi viene a mancare un aiuto molto importante, le gambe. Diventa quindi solo un lavoro di redini? Ci sono altri aiuti che si utilizzano?

In carrozza non potendo utilizzare il contatto di gamba e lo spostamento del peso in sella, oltre all’azione della mano diretta, ci avvaliamo della frusta, che è indispensabile e deve sempre fare parte del corredo del buon guidatore.
Vedere un driver senza frusta è come vedere un cavaliere che non usa le gambe in sella. Contrariamente a ciò che si può pensare la frusta da attacco deve essere utilizzata per premiare, per ringraziare il cavallo e infondergli fiducia nei passaggi complessi; la frusta può essere utile anche per contenere un posteriore sfuggente o per appoggiare all’interno un costato che tende a cadere. Insieme alla voce poi, altro aiuto molto importante, serve ad aumentare l’impulso in avanti, o a calmare un animo focoso.

6. Quante redini ha in mano il driver? Con le redini si comandano solo i due cavalli davanti?

Grazie a un sistema di incrocio di redini e fibbie, il driver ha una redine per mano per ogni fila di cavalli; se quindi abbiamo due cavalli in pariglia, le redini saranno due (una per mano), mentre nei tiri a quattro e nei tandem (due cavalli posti uno dietro l’altro) le redini saranno quattro (due per ogni mano).
Le due redini che vanno ai cavalli di volata si chiamano “redini di volata” e sono fatte passare sopra alle redini che vanno ai cavalli di timone, appunto le “redini di timone”.

7. Quanti cavalli possono trainare una carrozza?

Non c’è nessuna regola a proposito del numero massimo di cavalli a cui si può attacare una carrozza. Vi sono testimonianze storiche di persone che hanno voluto battere i record attaccando anche 40 cavalli. Sicuramente sono casi eccezionali da prendere come virtuosismi di persone molto ben organizzate e preparate, con cavalli ben abituati ad essere attaccati in grandi gruppi e con grandi disponibilità di tempo e attrezzatura. Nel passato comunque durante la costruzione di grandi opere come linee ferroviarie o strade o anche per motivi bellici, venivano attaccati gruppi di anche 100 cavalli per trasportare per esempio una quache grande locomotiva che doveva essere spostata; i cavalli erano però condotti da terra.
E’ bene ricordare che il codice della strada stabilisce che non si possono attaccare più di 2 righe di cavalli; si tratta però di una disposizione piuttosto vaga poiché non si menziona il numero totale di cavalli massimo: conformemente all’ampiezza della carreggiata si potrebbe quindi attaccare anche 5 o 6 cavalli uno di fianco all’altro.

8. I cavalli usati negli attacchi, quali caratteristiche hanno? (razza, sesso, temperamento ecc…)

Bisogna stabilire prima di tutto quali siano le finalità dell’attacco: se bisogna affrontare una maratona o una gara coni, si ricercheranno cavalli scattanti, veloci ed energici, mentre per le gare di dressage si prediligeranno cavalli con movimenti eleganti ed ampi; per le gare di tradizione infine la scelta ricadrà su soggetti a sangue freddo, agli ordini e con una buona massa muscolare. In questi anni per le gare di velocità sono spesso utilizzate razze ungheresi, olandesi o polacche, in particolare Lipizzani, Nonius, Slesiani, per le gare di dressage vengono valorizzati il KWPN e il P.R.E., mentre per le gare di tradizione viene molto premiato l’andamento rilevato e fiero dell’ Hackney, del KWPN, del Gelderlander o del Frisone.
La scelta del sesso come per la razza è un discorso anche di gusti personali, anche se di solito vengono preferiti i maschi castroni che danno sicuramente meno problemi di gestione da terra e sono più pacati negli atteggiamenti.

9. Nelle competizioni (eccetto quelle di tradizione) la carrozza è uguale per tutti?

Ci sono due tipologie di carrozza: carrozza da maratona e il paethon.
La prima prende il nome dalla prova ad ostacoli fissi, ed è una carrozza leggera, affidabile e di poca manutenzione; la seconda invece viene utilizzata nelle prove di dressage ed è più snella, raffinata ed elegante, facile da trainare grazie a ruote più alte. In entrambi i casi le carrozze devono sempre sottostare ad alcune regole di peso e di dimensioni stabilite in base alla categoria e al numero di cavalli attaccati (singolo, pariglia o tiro a quattro).

10. I cavalli di una pariglia devono essere per forza tutti uguali esteticamente? (mantello/altezza/ struttura fisica)

L’uguaglianza esteriore degli attacchi multipli è un discorso più funzionale che puramente estetico: due cavalli che hanno un’altezza al garrese simile, avranno anche una lunghezza di gamba molto simile, di conseguenza la falcata e la copertura delle andature saranno pressoché uguali. I cavalli tireranno quindi allo stesso modo e l’attacco si muoverà con maggiori equilibrato ed armonia. Importante è anche che i cavalli abbiano una simile conformazione fisica, che influisce moltissimo sulla velocità delle varie andature.
Per quanto riguarda il mantello, non ci sono regole specifiche, infatti non è raro trovare pariglie che abbiano mantelli differenti; tuttavia ci sono degli accostamenti che vengono più apprezzati di altri come il mantello grigio abbinato a quello morello, o il grigio abbinato al baio scuro.

11. Chi sono le nazioni più forti negli attacchi?

In Europa, l’Olanda è molto forte, ma anche Francia, Belgio, Germania e Ungheria sono temibili avversari; quest’ultima inoltre, insieme all’Inghilterra, è una delle patrie storiche degli attacchi.
In Italia abbiamo un sacco di ottimi driver, ma essendo l’equitazione vista come uno sport secondario, mancano sponsor che possano prendere dei giovani guidatori e farli crescere come professionisti di alto livello. Abbiamo avuto comunque guidatori che sono arrivati a livelli mondiali come Carlo Mascheroni, Cristiano Cividini, Francesco Aletti Montano, Josef Dibak, Luca Cassottana e molti altri; speriamo di riuscire a continuare su questo livello, anche se mi auguro che si possa crescere ancora di più sia dal punto di vista della quantità che della qualità.

12. I cavalli da attacchi possono essere montati anche normalmente?

Ogni cavallo che viene addestrato per essere attaccato, avrebbe bisogno di un buon lavoro anche da sella, in quanto con questo si riesce a fare un lavoro più preciso per quanto riguarda alcune manovre, e per competizioni particolarmente tecniche è sicuramente bene che il cavallo venga montato per riuscire ad ottenere una maggior precisione. Questa però non è una condizione assolutamente necessaria; quando abbiamo bisogno di un buon cavallo da carrozza per gite in campagna oppure per un attacco prettamente ludico, oltre ad esercitarlo attaccato alla carrozza, è sufficiente un buon lavoro in piano propedeutico all’attacco.
Capita spesso che cavalli che sono stati maggiormente attaccati abbiano un andamento e una sensibilità in bocca leggermente diversa da un cavallo abituato ad essere montato.

13. Parlaci del rapporto che hai con i tuoi cavalli. Il benessere del cavallo deve essere al primo posto anche negli attacchi? Come ti assicuri che i cavalli lavorino in sicurezza?

I miei cavalli sono Floris, Oghied (i due olandesi baio scuro di 9 anni) Betyar e Carlos (i due ungheresi grigi di 8 e 11 anni); La loro altezza si aggira intorno ai 175 cm e il peso va dai 7 agli 8 quintali e mezzo.
Con loro ho ovviamente un buon rapporto. Penso che chi voglia fare degli attacchi il proprio lavoro, abbia due possibili strade: fare cose mediocri accontentandosi di un rapporto mediocre con il proprio cavallo, oppure fare cose buone sviluppando un rapporto eccezionale con il proprio cavallo. Ho comprato due dei miei cavalli da poco tempo, all’inizio della quarantena, ma già sento che c’è un feeling migliore con loro rispetto all’inizio. Con i miei animali voglio instaurare un rapporto di fiducia basato su un grande rispetto; non devono essere trattati come bambini o come bambolotti, hanno una loro identità e una loro fierezza che va preservata e rispettata. Ai miei cavalli chiedo molto e do tutto.
Per quanto riguarda il loro benessere, cerchiamo sempre di far si che ci sia la giusta proporzione tra il peso del cavallo e il peso della carrozza; inoltre una volta all’anno facciamo fare una visita veterinaria finalizzata ad attestare che i cavalli siano idonei al lavoro. Purtroppo nel nostro settore ci sono troppe poche norme che regolamentano il lavoro dei cavalli e molti che lavorano con le carrozze specialmente nei servizi pubblici, non tengono conto di vari aspetti della morfologia e della forza dei cavalli e dello svago che bisogna consentire loro per essere sempre attivi mentalmente nel lavoro. Noi cerchiamo sempre di dare ai cavalli il giusto turnover e vogliamo che quando arriviamo in piazza o davanti ad una chiesa simboleggino forza, reattività, calma, serenità ma anche bellezza estetica; e questa ultima si può ottenere soltanto con tante attenzioni sull’alimentazione e la pulizia del cavallo.
Una cosa molto importante è anche la cura e la pulizia degli attrezzi da lavoro quali i finimenti, la carrozza e l’ambiente in cui vive il cavallo. I finimenti specialmente devono essere di buona qualità, morbidi, robusti, avvolgenti e resistenti, e la pulizia deve essere all’ordine del giorno.

5 CURIOSITA’ SUGLI ATTACCHI!!!

  • Molti termini utilizzati nel mondo delle autovetture derivano da quello degli attacchi: berlina, coupé e spider, per esempio, sono tutti nomi di carrozze;
  • Il nome della carrozza “paetho” utilizzata nella prova di dressage, deriva dal mitologico Fetonte, figlio di Apollo che volle guidare il carro del sole del padre, ma non capace, lo avvicinò troppo alla terra, bruciando tutto; Zeus per salvare gli uomini, mandò una folgore che colpì e uccise Fetonte;
  • Nel mondo degli attacchi, spesso si indicano le carrozze con il termine di “legni”;
  • Il “timone” è un’asta di ferro o di legno che passa in mezzo ai due cavalli di una pariglia, e che essendo collegata alla carrozza, impartisce a questa il movimento delle ruote anteriori; il timone è poi legato ai cavalli tramite due cinghie e quindi quando i questi girano, spostando il timone fanno girare anche la carrozza. Nelle carrozze molto pesanti o su terreni molto impervi, si dovrebbe cercare di far girare la carrozza facendo sopravanzare un cavallo rispetto all’altro per evitare che il timone si spezzi;
  • La “braga” invece è un pezzo di cuoio che passa dietro le cosce del cavallo e che serve per frenare la carrozza qualora questa sia sprovvista di freni; attraverso un sistema di cinghie, quando il timone avanza troppo, la braga va in tensione e il cavallo frena la carrozza con i posteriori.

Servizi in carrozza di Adamo Martin
www.serviziincarrozza.it
Facebook: @serviziincarrozza

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Il paradressage – Intervista a Sara Morganti

Avevo pensato di introdurre questo articolo riportando alcuni punti salienti della biografia di Sara e le sue vittorie maggiori, ma avendo avuto il piacere e la fortuna di incontrarla a Fieracavalli, preferiamo soffermarci di più sul lato umano di questa grande campionessa.

Abbracciarla e parlare con lei è stata l’esperienza più bella della Fiera: pronta ad autografare la sua cartolina, con un gran sorriso e occhi vispi, era un raggio di sole nel padiglione della FISE. Chiaramente io, presa dall’emozione, riuscii a stento a farmi fotografare insieme a lei e a congratularmi per la sua recente vittoria ai WEG di Tryon; Elena ricorda invece di come sia stato piacevole scambiare quattro chiacchiere con Sara, restando colpita da quanta passione pervadesse le sue parole; un animo gentile e umile con una grande forza e determinazione nello sguardo, come solo i più grandi campioni.
Ebbene, nonostante i suoi mille impegni, ha accettato subito di rispondere a qualche nostra domanda, e noi la ringraziamo con tutto il cuore per averci dedicato parte del suo prezioso tempo, orgogliose di poter arricchire il nostro piccolo blog con un’intervista così significativa.

1.Quali sono gli ausili che utilizzi quando monti?

Quando monto in sella i piedi sono fissati alle staffe con degli elastici, ho le redini con le asole che mi aiutano a non farle scivolare visto che non ho forza nelle mani e non riesco a tenere il pugno chiuso. Avendo un grande deficit di forza agli arti inferiori che riesco appena a muovere in assenza di gravità, ma non con un tempismo normale, sono autorizzata per la mia classificazione funzionale ad utilizzare due fruste che appoggio in punti diversi a seconda delle richieste (per chiedere ai cavalli di andare avanti, per direzionarli, chiedere flessioni del corpo, per fare le cessioni, appoggiate ecc.). Per contenere il deficit del tronco, invece, utilizzo un busto e a volte anche un collare morbido se il collo mi fa particolarmente male.
A seconda delle classificazioni funzionali (che sono 5 in base al grado di disabilità) gli ausili che possono essere utilizzati dai cavalieri sono diversi. Nel mio caso essendo grado 1, ovvero il grado di disabilità maggiore, ho la possibilità di utilizzare un maggior numero di ausili rispetto ad esempio a un grado 5 che è il grado di minore disabilità. Sicuramente sono la dimostrazione che non serve forza per andare a cavallo visto il deficit di forza che caratterizza la mia malattia.

2. Creare un feeling con il cavallo è lo scopo di tutti i cavalieri e amazzoni. Cosa significa per te?

Creare un feeling con il cavallo è fondamentale. Ho tre cavalli e ognuno di loro è molto diverso dall’altro. Royal Delight è sicuramente la cavalla che conosco meglio visto che siamo insieme da 10 anni. Quando apro la porta del box so già di che umore è. È importante capire il carattere di ogni cavallo con il quale lavoriamo per poter trovare il modo migliore di comunicare. Per questo a me piace stare con loro anche senza necessariamente montare. Quando arrivo in scuderia e sentono la mia sedia a rotelle mi riconoscono e mi chiamano e già questo mi rende felice.
Royal ha un carattere forte. Vuole sempre decidere lei e per rendersi disponibile al lavoro deve essere convinta di aver scelto lei di fare quel che le viene richiesto. A casa a volte cerca di mettermi in difficoltà nel voler affermare la sua forte volontà di fare come vuole lei, ma in gara mi ha sempre regalato il massimo possibile.

Ferdinand è un cavallo enorme, ma sembra un cucciolo perché vuol sempre giocare. Da montato cerca di accontentarti sempre, ma se ti sente timoroso cerca di approfittarsene un pochino, ma sempre per gioco. È buono di carattere, ma si tende facilmente in situazioni che sono fuori dall’ordinario come lo sono le gare pertanto è difficile che in gara dia il meglio di sé visto che è fondamentale che per una buona ripresa di dressage il cavallo sia rilassato.
Mariebelle, la conosco meno degli altri perché è arrivata da poco. È una cavalla veramente brava, affettuosa e qualitativa. Sono uscita solo una volta in gara con lei e non è una macchina da guerra come Royal, ma col tempo forse lo potrebbe diventare.

3. Cosa pensi quando vedi il rettangolo?

Quando vedo il rettangolo penso solo a entrare e mettere in pratica tutto quanto imparato per poter eseguire al meglio le riprese per le quali mi alleno ogni giorno a livello quasi maniacale.

4. Cosa vorresti dire ai ragazzi/ragazze che si avvicinano al dressage?

Ai ragazzi che vogliono praticare questa disciplina dico di puntare alla maggiore precisione possibile, rispettando sempre i cavalli e i loro tempi di apprendimento e di sviluppo fisico. Di non voler far bene a tutti i costi perché in tal modo il cavallo non sarebbe più un “atleta felice”, obbiettivo principale da raggiungere nella pratica del dressage.

5. In cosa cambia la scheda di valutazione della ripresa rispetto al dressage non paralimpico?

I giudici valutano le riprese tenendo conto della precisione dell’esecuzione delle figure, della regolarità e qualità delle andature, il grado di collaborazione del cavallo con il cavaliere, il tatto e l’abilità equestre. Non devono assolutamente invece tenere conto del grado di disabilità dei cavalieri. La visita di classificazione infatti stabilisce le abilità fisiche residue dei cavalieri in modo che in ogni grado siano ad armi pari e in modo che sia l’abilità tecnica a fare la differenza e non le capacità fisiche.

6. Esiste ancora la leggenda che i giudici di un lato sono più buoni e i giudici dell’altro lato sono severissimi? 

Sono dell’idea che se decidiamo di praticare questa disciplina accettiamo che è una disciplina a giudizio e in quanto tale vi è un minimo di soggettività. A volte il giudizio può non piacere o non sembrare giusto, ma non vi è altra soluzione che accettarlo. Sicuramente vi sono giudici più severi di altri, ma l’importante è che siano severi con tutti in modo uguale e che il divario tra un giudice e l’altro sia minimo.

Grazie Sara, speriamo di incontrarci ancora a Verona!
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Micropillola / La voce in gara

Come sappiamo, la voce fa parte degli aiuti naturali ed è comunemente usato in equitazione. Ma quando siamo in gara, non in tutte le discipline può esserci…d’aiuto!

Nel volteggio è richiesto ai volteggiatori di non parlare tra di loro e con il longeur durante l’esecuzione dell’esercizio.
Nel salto ostacoli è ammesso l’uso della voce come comunicazione occasionale con il cavallo (soprattutto per incitarlo maggiormente nel momento del salto) ma questo non deve essere troppo ripetitivo; inoltre non sono ammessi commenti verbali da parte del cavaliere durante la prova.
Nel dressage si esige il silenzio, infatti l’uso della voce è contato come penalità che abbassa di almeno 2 punti il voto del movimento durante il quale è stata usata.
Nelle gare di monta americana, come il reining, la voce è invece un aiuto fondamentale e imprescindibile per impartire i comandi al proprio cavallo, e i suoni si differenziano in base alla diversa richiesta (aumentare/diminuire l’andatura e fermarsi).

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Il saluto alla giuria

Saluto di un’amazzone nel dressage

Il saluto in gara è una forma di rispetto nei confronti dei giudici, un modo per presentarsi a loro ed eventualmente per chiedere il congedo dopo la propria prestazione in campo.
Nel dressage si saluta prima della ripresa e subito dopo.
Nel salto ostacoli il saluto è obbligatorio soltanto nelle categorie di stile prima di iniziare il percorso, ma viene apprezzato anche nelle altre.
In entrambe le discipline, deve essere fatto dopo essere entrati in campo al trotto, ed aver fatto un alt rivolti verso la giuria.

Ma il saluto è uguale per tutti? No, vediamolo insieme!

Per il dressage (tratto da “Regolamento Nazionale e Regolamentazione per i Concorsi di Dressage” CONI FISE edizione 1998 revisione febbraio 2003):

  • I concorrenti in uniforme fanno il saluto militare.
  • Le amazzoni salutano chinando la testa, con il braccio destro disteso lungo il corpo e le redini tenute nella mano sinistra. (foto)
  • I cavalieri civili salutano levandosi il copricapo con la mano destra ed abbassandolo a braccio disteso lungo il corpo, impugnando le redini con la mano sinistra.
  • Nel caso di Juniores che indossino il cap, è ammesso il saluto a braccio disteso.

Per il salto ostacoli (tratto da “Linee guida per le Categorie di Stile” FISE edizione 2019, approvato nel CF del 04 febbraio 2019):

  • Deve essere eseguito con un braccio disteso lungo il fianco e con il palmo della mano rivolto verso il Cavallo.
  • Le Amazzoni possono eseguire il saluto secondo tradizione, inchinando leggermente il capo.
  • Le redini devono essere mantenute nella mano opposta a quella che effettua il saluto, assieme all’eventuale frustino (la mano che effettua il saluto, indifferentemente la destra o la sinistra, deve rimanere libera).
Intervista

La monta spagnola – Intervista al dott. Emilio de’ Martino

Intorno alla doma/monta spagnola, esiste un mondo vastissimo e bellissimo, ma forse non molto chiaro ai più. Per chiarire tutti i vostri (e i nostri!) dubbi a riguardo, abbiamo deciso di intervistare il Dott. Emilio de’ Martino, Presidente e Fondatore di Art of  Riding – Accademia Equestre Italiana. Questa è la prima Accademia Italiana di Arte Equestre, che si trova nella storica Cavallerizza Caprilli a Pinerolo, vicino Torino.

Ma chi è il Dott. de’ Martino? Milanese, 42 anni, ha messo da parte il mondo del business editoriale per dedicarsi totalmente al suo sogno di riportare l’Arte Equestre in Italia. Infatti pochi sanno che l’arte equestre o equitazione classica è nata e si è sviluppata proprio nel nostro Bel Paese nel 1550 grazie agli Antichi Maestri (Federico Grisone, Cesare Fiaschi e G. Battista Pignatelli) delle Accademie di Napoli e Ferrara, presso cui si recavano da tutta Europa i giovani nobili del tempo per apprenderne gli insegnamenti.

“La mia vita con i cavalli è iniziata molto presto e senza provenire da una famiglia di cavalieri; a 3 anni i primi giri in sella, a 6 anni i pony sempre ed ovunque (montavo al C.I.L a Milano), poi tanto tanto salto ostacoli. A 16 anni, alla Fiera di Verona, ho incontrato il Maestro Roberto Carpi con i suoi cavalli spagnoli ed ho sentito che quei cavalli sarebbero stati il mio futuro. Ho avuto la fortuna di viaggiare e di avere grandi mentori e maestri nel mondo del cavallo iberico e dell’equitazione classica. Mi sono inoltre diplomato al Cadre Noir in Francia, ho montato a Vienna e a Lipica poi un diploma di alta scuola e doma vaquera alla Scuola Reale di Cordoba. Mai smettere di imparare umilmente dai grandi cavalieri e mai smettere di studiare i trattati equestri classici.”

1.Quando e perché nasce la monta spagnola?

Il termine “monta spagnola” è passato oggi in disuso sviluppandosi in varie discipline.
La doma vaquera, è la monta di lavoro dei Vaqueros spagnoli che come i nostri butteri custodiscono e lavorano quotidianamente con le mandrie di tori da corrida e cavalli bradi. Una monta da lavoro quindi, che si sta diffondendo in Europa come disciplina sportiva con un altissimo livello di professionalità, precisione ed addestramento.
La doma classica è la corrente moderna del dressage che conduce il cavallo e l’allievo alle figure di bassa scuola.
La doma in alta scuola (sino alle cosiddette “arie alte” o “salti di scuola”) è l’apice artistico che prepara il binomio alla ricerca ossessiva della perfezione in lealtà, contatto, docilità, andature raccolte e perfezione di ritmo, cadenza ed impulso.

2. I cavalli che si addestrano a questo tipo di monta appartengono solo determinate razze? Se si, quali?

Con il termine “cavallo iberico” si fa riferimento a ben 17 razze equine allevate e distribuite in varie regioni ed isole della penisola iberica. Certamente le più famose e diffuse sono oggi il Pura Razza Spagnola, l’Hispano arabo ed il Minorchino.
Un buon e saggio cavaliere ed addestratore deve saper indirizzare ogni puledro alla disciplina più adatta secondo le sue attitudini e doti morfologiche, anatomiche e meccaniche.
A me personalmente piace definirli tutti cavalli barocchi perchè cavalli creati a partire dal Rinascimento incrociati con cavalli spagnoli includendo anche il Lipizzano, il Frisone, il Murgese, il Cavallo Napoletano/Persano, il Kladruber e il Knabstrup. Tutte tipologie di cavalli indicati per l’Equitazione Classica ed Accademica. Ma ogni cavallo può essere portato alla doma in bassa o alta scuola secondo le sue potenzialità. Ad esempio in Accademia stiamo lavorando con una meravigliosa femmina pura Maremmana in Alta Scuola.

3. Cos’è la monta vaquera?

Questa la definizione ufficiale: una disciplina che nasce in Andalusia in funzione del lavoro con il cavallo per il controllo dei tori allo stato brado.
La Doma Vaquera persegue come principale finalità quella di mettere il cavallo in uno stato di equilibrio, obbedienza e agilità  così da essere pronto nelle condizioni più impreviste  del lavoro in campagna che sempre sorprende con le inclemenze del tempo, le asperità del terreno, gli animali selvatici e il bestiame brado. 
Personalmente ritengo che la doma vaquera attuale sia come il dressage al livello kur: il punto più alto di un tipo di monta da lavoro, dove il cavaliere deve possedere grande cultura equestre,  intuizione e sensibilità e il binomio deve lavorare in perfetta sintonia.

4. Esistono competizioni di monta spagnola?

Da alcuni anni in Italia e grazie alla attività di alcune associazioni di appassionati, esiste un Campionato Italiano delle 3 discipline: doma vaquera, doma classica e solamente delle esibizioni di alta scuola. Non ritengo l’alta scuola una disciplina sportiva, in quanto forma di espressione artistica del binomio libero di interpretare la musica ed i movimenti secondo l’attimo e la sensazione intima tra cavallo e cavaliere.

5. Qual è la cosa più bella di questa monta?

La possibilità di essere sempre giudici inflessibili di se stessi, senza doversi confrontare con tempi, penalità e rispettando l’integrità psicofisica dell’animale come obiettivo principale; la ricerca della perfezione e l’ossessione della bellezza del binomio. Il complimento più grande è quando mi chiedono… “ ma come fai, da sotto non si vede nulla, siete una statua in movimento!” Allora tutto il lavoro è ricompensato. Non esiste arte con brutalità, ignoranza e forza. Il pregio e il difetto del cavallo iberico è uno solo: il rendere cavaliere anche chi cavaliere non lo è.  Sono i cavalli che montavano i Re, gli Imperatori, i Generali e Condottieri, insomma persone che a volte proprio a cavallo non sapevano andare!

6. Dove si può andare se si volesse imparare questo tipo di monta?

E’ una disciplina che non si impara a scuola ma che da decenni viene tramandata di padre in figlio e che mantiene nel tempo i suoi segreti che parlano di tradizione e grande cultura equestre. I centri seri e professionali in Italia non sono molti, ma si può fare riferimento di sicuro ai portali web delle varie Associazioni. Devo dire che il nostro progetto ambizioso di accademia equestre a Pinerolo, è unico nel suo genere e speriamo presto di contare su altri binomi in preparazione per presentarci a Verona a Novembre con una serie di esibizioni di alto livello.

7. A volte non sente la mancanza del salto ostacoli?

L’equitazione dei concorsi di oggi non è più nelle mie corde. Soprattutto per il grande business che si genera spesso a discapito dell’animale. La mia equitazione mira alla leggerezza e naturalezza dei movimenti così come fanno abitualmente gli stalloni in natura non condizionati. L’estrema competitività anche tra i giovanissimi non è talvolta così “sana” come appare. Ma confesso che, come ho imparato in Francia al Cadre Noir, tutti i miei cavalli lavorano su cavalletti e barriere a terra sia montati, che da terra in doppia longe. Questo per rinforzare l’attenzione e la concentrazione ed alleggerire i movimenti cercando ritmo ed impulso.

8. Quale sarebbe il suo consiglio ad un giovane che si avvicina al salto ostacoli oggi?

Dico sempre ai miei allievi che “prima viene l’animale come priorità su tutto, poi lo sport e le vittorie. Essere cavalieri significa esserlo prima a terra in ogni situazione, poi in sella”. Ma a volte mi sento solo un romantico bohémien nato nel secolo sbagliato!

Il dott. de’ Martino è a disposizione di chiunque volesse avere maggiori informazioni, ai seguenti recapiti:

ART of RIDING A.S.D
dr. Emilio de’ Martino
Presidente Fondatore
SEDE OPERATIVA
Cavallerizza Caprilli -Viale della Rimembranza 3 – 10064 – PINEROLO – Torino – ITALIA
Mobile: +39.336.206271

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Curiosita' · Discipline · Sport

Patenti

Le patenti sono delle autorizzazioni a montare e a gareggiare; per ogni livello di esperienza ce n’è una, e sono riconosciute in tutta Italia dalla FISE (Federazione Italiana Sport Equestri).
Ogni patente autorizza a partecipare a determinate categorie di gare di dressage, salto ostacoli, volteggio e di ogni altra disciplina equestre riconosciuta.
Quasi tutte le patenti vengono rilasciate dopo aver dato un esame scritto e orale e aver raggiunto un certo punteggio tramite le gare fatte, oppure dopo un esame pratico in sella.
Andando per ordine di importanza, abbiamo la patente A, con la quale si viene abilitati a montare in maneggio, ma si possono fare anche gare di salto ostacoli fino a 80 cm e gare di dressage nelle categorie non qualificanti.
Poi c’è il brevetto B con il quale si può saltare in gara fino a 115 cm e gareggiare nel dressage nelle categorie E ed F.
Salendo ancora di livello, arriviamo al 1° grado (G1) che permette di accedere a gare di salto fino a 135 cm e in tutte le categorie di dressage, ma abilita anche ad insegnare nei maneggi, quindi a fare l’istruttore.
L’ultima patente è il 2° grado (G2) che sblocca tutte le categorie.

Per maggiori dettagli vi invitiamo a consultare la pagina ufficiale della FISE a proposito delle patenti.

Discipline

Il dressage

Il termine dressage deriva dal francese dresser, ovvero raddrizzare, addestrare; questo in riferimento al fatto che il cavallo, in questa disciplina, assume un’andatura molto elegante, frutto di un addestramento rigoroso. Così recita il regolamento FISE : “Scopo del dressage é lo sviluppo del Cavallo in un Atleta sereno (felice) attraverso una educazione armoniosa. Come risultato, il dressage rende il Cavallo calmo, morbido, sciolto e flessibile, ma anche fiducioso, attento e disponibile, raggiungendo così una perfetta intesa con il proprio Atleta.”

Tra dressage e salto ostacoli però, è il secondo a vantare un maggior numero di appassionati, un pò per la maggior spettacolarità dell’evento, un pò anche perché pure uno spettatore poco esperto può valutare un binomio vincente (quello che nel minor tempo butta giù meno ostacoli); il dressage invece può apparire un pò lento e ripetitivo, e soprattutto difficile da comprendere a chi non se ne intende. Ma per chi considera ‘noiosetta’ questa disciplina, consiglio magari di iniziare guardando una gara di freestyle o KUR, dove il cavaliere esegue una ripresa da lui creata (che contiene però i movimenti obbligatori della categoria) a ritmo di musica.

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