Consigli · Cura del cavallo · Curiosita' · Intervista

L’arte della mascalcia – Intervista a Gianni Serra

Tutti noi sappiamo chi è e cosa fa il maniscalco. Ma forse pochi sanno quale enorme conoscenza e sensibilità si celi dietro a questo mestiere antichissimo. Non a caso si parla della mascalcia come di un’arte, ed il signor Gianni, in questo campo da oltre 40 anni, ci porta a conoscere più da vicino la figura di questo professionista, così vitale nella quotidianità di una scuderia.

1.Si può presentare brevemente raccontandoci la sua esperienza nella mascalcia e il suo rapporto coi cavalli?

Mi chiamo Giovanni Serra. Sono nato in un paesino del nord ovest della Sardegna. All’età di 16 anni ho deciso di arruolarmi nell’esercito come sottufficiale, con la specializzazione di maniscalco; sono stato trasferito prima alla scuola di specializzazione per mascalcia di Pinerolo, poi presso l’Accademia Militare di Modena, dove ho prestato servizio come ufficiale maniscalco fino al 1994, anno in cui mi sono congedato per continuare l’attività di maniscalco da civile.
Nel 1995 ho insegnato presso il centro professionale di Gallarate, in un corso biennale di mascalcia organizzato dalla regione Lombardia, successivamente ho insegnato in un corso professionale a San Rossore di Pisa ed infine in un corso annuale presso il centro IFOA di Reggio Emilia.
Tra le altre cose ho fatto parte della squadra nazionale di mascalcia per alcuni anni ed ho preso parte a moltissimi convegni sia come relatore sia come auditore. Le mie origini sono agricole, di lavoro quotidiano con il bestiame, pertanto l’approccio con il cavallo non è stato difficile, anche se, nel periodo in cui ho iniziato, purtroppo l’atteggiamento degli addetti ai lavori era molto irruento e aggressivo nei confronti degli animali. Nel tempo l’esperienza mi ha fatto capire che il mio l’approccio e tentativo di sottomissione dell’animale era sbagliato e ho imparato che una azione brusca ha come risposta una reazione altrettanto brusca e a volte incontrollata. Ho fatto tesoro di ciò ed oggi mi trovo a condividere con i cavalli situazioni di rispetto reciproco. Una carezza rassicurante piuttosto che un’aggressione può essere di giovamento.

2. Quali sono gli aspetti più difficili di questa professione?

Partiamo dalla certezza che per imparare l’arte del ferrare i cavalli non basti una vita. Gli aspetti più difficili di questa professione sono molteplici: è necessaria la profonda conoscenza della podologia, della biomeccanica e del funzionamento di ogni elemento che compone l’arto dell’equino, non solo del piede, ma di ogni muscolo in generale. Faccio una considerazione: il piede del cavallo non è dotato di muscoli ma di una base scheletrica, legamenti, tendini, masse fibroelastiche, tessuti cheratogeni, vasi sanguini ecc… i muscoli sono tutti distanti dal piede, per questo motivo la nostra conoscenza non può essere solo limitata al piede, così come pure le ferrature, che interessano/influenzano anche gli appiombi, gli equilibri, i bilanciamenti. Una conoscenza a 360 gradi è quindi fondamentale.
La seconda parte, non meno importante, è la conoscenza della forgiatura. Colui che sa forgiare conosce il senso di ogni martellata che viene data su un ferro di cavallo per poter essere modellato in base al piede a cui è destinato; ciò permette al maniscalco di adattare una ferratura al piede e non viceversa.

3. Che tipo di rapporto professionale esiste tra maniscalco e veterinario?

Radiografia effettuata per la collaborazione Veterianrio Maniscalco

Il maniscalco, per quanto possa essere bravo e preparato, non può e non deve fare a meno della buona collaborazione con il veterinario. Ci vuole competenza ma anche umiltà. La ricerca scientifica sta facendo dei passi importanti riguardo ai cavalli sportivi e non, per questo motivo non si può operare individualmente. Spesso abbiamo bisogno di radiografie ed ecografie per conoscere meglio lo stato del piede equino nel suo interno e solo una accurata analisi ci mette in condizioni di operare con cognizione. La scuola militare di mascalcia era incorporata presso l’Accademia di veterinaria militare, gli insegnati di anatomia erano veterinari… un motivo ci sarà!
Una breve nota: spesso i maniscalchi sono professionisti che hanno le conoscenze e la preparazione per potersi confrontare con i veterinari; laddove non si crei questo tipo di dialogo, il maniscalco si ritrova tra le mani il nome di un catalogo da consultare, il codice del ferro, indicazioni su antishock o ammortizzanti o quant’altro da utilizzare per effettuare la ferratura, senza che si venga messi a conoscenza della patologia dell’equino. Questo porta a sminuire la figura del maniscalco che diventa un semplice prestatore di manodopera con tutti i risvolti negativi che ne possono conseguire nonché scarico di responsabilità non dovute. Un buon dialogo è sempre la soluzione migliore perché rientra nel rispetto reciproco. Lavoriamo insieme per il benessere del cavallo.

4. Ci sono competizioni/gare di mascalcia? Quali sono le più importanti?

Forgiatura dimostrativa durante una gara di mascalcia nazionale

Ci sono tantissime gare e competizioni di mascalcia, dove i maniscalchi devono forgiare dei ferri partendo dalla verga (cioè il pezzo di ferro iniziale che verrà modellato), in base ai modelli forniti dai giudici e, se è compresa la ferratura, devono essere creati dei ferri in base alle esigenze dell’animale, naturalmente dopo un’accurata analisi del cavallo sia in statica che in dinamica.
Questa bellissima opportunità serve a far maturare ulteriormente i partecipanti, stimolandoli ad allenare l’occhio nella perfezione dell’operato. In Italia abbiamo avuto per anni competizioni nazionali che come obiettivo avevano la selezione di una squadra che rappresentasse la categoria alla “Gara Internazionale di mascalcia” a Fieracavalli di Verona. Esiste poi una gara di mascalcia dove il primo classificato partecipa di diritto alla competizione finale mondiale che si tiene a Calgary (Canada), la World Championship Blacksmiths’ Competition.

6. Nel corso degli anni questa professione è cambiata molto (soprattutto con l’innovazione tecnologica), o si può definire ancora un mestiere che utilizza tecniche della tradizione?

Tradizione e innovazione

Partiamo da cenni storici che risalgono circa a 300 anni a.C.: i Romani per rendere i cavalli più forti e veloci gli crearono una calzatura in cuoio e giunchi chiamato ipposandalo, mentre nello stesso periodo furono i Celti a creare una sorta di ferro in metallo applicato ai piedi come ora, usando però attrezzi e ferri rudimentali. Il tempo e la conoscenza hanno fatto sì che si arrivasse ai giorni nostri con metalli diversi, stampati o fusi, fino a creare la ferratura quasi perfetta. Gli studi di veterinaria hanno approfondito la funzionalità di ogni organo che compone l’arto e il piede e ciò ha permesso di creare ferri sempre più appropriati. Nei primi anni ‘80 sono state create scarpe di gomma, con le stesse caratteristiche dell’ ipposandalo, ma non hanno dato i risultati sperati. Si è provato a creare ferri in plastica, che si sono rivelati non solo inefficaci ma anche dannosi per gli zoccoli. A mio avviso, nonostante le tecniche innovative e l’utilizzo di materiali moderni, non è possibile soppiantare la tradizione a cui ancora dobbiamo fare riferimento costantemente. Anche se oggi non si porta più il cavallo dal maniscalco ma è lui che con un furgone super attrezzato e tecnologico , si muove raggiungendo i maneggi e i privati.

7. Come si diventa maniscalco? Sono più le persone che lo diventano attraverso corsi di formazione o quelle che lo diventano perché gli viene tramandato dalla famiglia?

Questa è una domanda molto interessante. Dopo la chiusura della Scuola Militare è difficile dare una risposta. Ho però un’opinione su come lo si dovrebbe diventare: si diventa maniscalchi attraverso corsi che dovrebbero insegnare sia la teoria sia la pratica. Oggi non esistono corsi appropriati ed è per questo che vengono creati alcuni “pseudo incontri prolungati” che hanno la caratteristica di indottrinare ed educare giovani ragazzi alla mascalcia. Ma un corso vero e proprio deve rilasciare regolare brevetto o diploma, e oggigiorno non esistono Scuole abilitate riconosciute né finanziate da Fondi Europei; quindi allo stato attuale regna un po’ di anarchia. Oltre ai nuovi aspiranti maniscalchi, ho personalmente constatato che anche coloro che hanno imparato il “mestiere” in famiglia, vorrebbero frequentare corsi di aggiornamento, e necessitano l’approfondimento della tecnica, soprattutto per quanto riguarda la forgiatura. La differenza della ferratura da cavallo da lavoro e da cavallo sportivo è notevole, la scienza ha fatto passi da gigante e coloro che di mascalcia sono sempre vissuti ( se non peccano di presunzione) hanno il desiderio e la voglia di migliorare le loro conoscenza. Nel nostro lavoro o meglio, in questa arte, l’umiltà è una dote fondamentale, infatti chi la pratica, seppur qualificato da corsi o da tradizione famigliare, spesso sente l’esigenza di imparare cose nuove e di aggiornarsi, diversamente da coloro che dopo un corso da fine settimana si sentono addirittura in grado di insegnare.

8. In base all’impiego/disciplina del cavallo, è diversa la ferratura? Esistono dei corsi per specializzarsi in una disciplina piuttosto che in un’altra?

Ad ogni cavallo va effettuata adeguata ferratura in base alla conformazione degli zoccoli, ai difetti, alle patologie e anche in base alla disciplina sportiva per cui è destinato. Qualche esempio: per il cavallo da galoppo si utilizzano ferri intercambiabili, leggerissimi e sottilissimi per le gare, un po’ più pesanti per l’allenamento, con una rigatura tale da consentire un certo grip sul terreno; per il cavallo da monta americana si vedranno ferri sottili e piccoli perchè i cavalli sono più minuti, se poi sono impiegati nel reining, nei posteriori verranno usati ferri che facilitare la slittatura; per un cavallo da salto ostacoli, sugli anteriori si useranno ferri più ampi, più comodi e ammortizzanti per agevolare la ricezione.
Il maniscalco solitamente nasce generico (se proviene da corsi riconosciuti), e la specializzazione nel settore di cui è appassionato o interessato è una strada che sceglie successivamente.

9. Quali sono le operazioni quotidiane per mantenere gli zoccoli al meglio tra una visita del maniscalco e l’altra?

Fettone con imputridimento a causa delle scarse cure

L’operazione quotidiana è la pulizia, fatta in modo minuzioso e attento. Bisogna però evitare gli eccessi: alcuni puliscono gli zoccoli raramente, questo fa marcire il fettone, altri talmente tanto da grattare perfino le scaglie della suola rendendola sottile e troppo sensibile. C’è inoltre da considerare il discorso dei grassi. Il piede è dotato di un impermeabile naturale detto benda perioplica, pertanto non ha bisogno di molto grasso, ha solo bisogno di una pulizia regolare. Alcuni grassi sintetici seccano l’unghia rendendola friabile, altri, se messi in eccesso, possono bloccare la traspirazione del piede, o lubrificarli oltremodo indebolendo la ferratura. Personalmente suggerisco poco grasso.

10. Esistono richieste particolari fatte per il solo fine estetico? ( in vista magari di esibizioni, gare …)

Si. Sui piedi dei cavalli esistono tantissime richieste. Un esempio: sui cavalli da morfologia, per cercare di nascondere dei piccoli difetti di senso trasversale o di bilanciamento, viene applicato sulla parete dello zoccolo una sorta di grasso smaltato nero, che dipingendo i piedi, ne cela le imperfezioni alla vista dei giudici.

11. Durante le operazioni del maniscalco, c’è qualcosa che il proprietario del cavallo può fare per aiutare/agevolare il lavoro, o è meglio farsi da parte?

Ci sono vari tipologie di cavalli: cavalli viziati, per i quali la presenza dei proprietari può essere controproducente, e cavalli padronali per i quali la presenza può essere di aiuto. Ci sono poi i proprietari ansiosi che se non sono presenti è meglio perché innervosiscono sia il cavallo sia il maniscalco…esiste di tutto, la presenza a volte è utile, molte volte è superflua o invadente mettendo il maniscalco a disagio. Perciò è preferibile che sia il maniscalco a chiedere al bisogno. Il maniscalco può aiutare sé stesso usando il rispetto verso il cavallo che si accinge a ferrare. Nel passato le aggressioni verso i cavalli, che non collaboravano alla ferratura, erano costanti e questo non è un bel gesto verso l’animale né professionale agli occhi delle persone presenti. Il tempo mi ha insegnato che approcciando in maniera più dolce e rispettosa ottengo tantissimo senza andare in contrasto con l’equino con cui sto lavorando.

12. Qual è la sua posizione nei confronti del barefoot?

Non sono assolutamente contrario all’utilizzo del cavallo scalzo, anch’io pratico il barefoot tranquillamente. Bisogna però fare molta attenzione, perchè se fatto senza le necessarie competenze e conoscenze, può rivelarsi molto dannoso per la salute dell’animale e causare anche ulcere, zoppie, laminiti. Ultimamente se ne sente molto parlare, tanto da essere diventata quasi una moda; ma si tratta in realtà di un’operazione difficile, che non si limita semplicemente a togliere i ferri al cavallo, ma che comporta uno studio della consistenza, dello spessore della suola, oltre che del bilanciamento, equilibrio e forma del piede, fondamentale per non causare inutili sofferenze all’animale. Spesso si cerca di rendere il piede sensibile per cercare di creare spessore della suola, ma in realtà la suola pareggiata con cognizione diventa compatta e spessa, senza passare per la sofferenza.
Mi è stato insegnato che la ferratura è “un male indispensabile” sul cavallo che lavora e nel caso di terreni ghiaiosi o accidentati; se un cavallo deve stare in campagna può farne tranquillamente a meno.

13. Cosa rende un maniscalco un buon maniscalco?

E’ una domanda molto difficile. Una volta c’era molta ignoranza sulla mascalcia, ma mi dicevo che col tempo, l’esperienza e il progresso si sarebbe arrivati a capire con precisione cosa è giusto e sbagliato per il cavallo. Mi sbagliavo. Ancora oggi trovo che in questo mondo ci sia troppa gente che non abbia la conoscenza necessaria. Per di più la propensione a voler sempre cercare la soluzione più economica, porta molti ad affidarsi a falsi professionisti. I maniscalchi che costano poco, tante volte è perchè hanno poco da dare. Fanno apprendistato a spese del cavallo, provocando danni alla fine ben più costosi e gravi di quelli inziali. Un buon maniscalco ha la capacità di intervenire su qualsiasi tipo di patologia senza inventarsi dei grandi artifizi per curare un cavallo. E’ un mondo dove dietro c’è molto business e può capitare che vengano suggerite soluzioni che portano un maggior guadagno a chi le propone. (veterinario o maniscalco che sia) .
Io opero per il bene del cavallo nel modo più semplice possibile e ho ottenuto tantissime soddisfazioni: seguo una cavalla che compete nel dressage a livello internazionale e sebbene presenti un mancinismo importante, è ferrata in modo semplicissimo. Se si hanno le conoscenze necessarie, si possono mettere a posto le piccole e le grandi cose, senza creare spese eccessive.
Se dovessi rispondere a questa domanda in poche parole, direi che un buon maniscalco è il maniscalco dotato di professionalità. Cos’è la professionalità? Preparazione, serietà, rispetto, puntualità, conoscenza, umiltà.

Attualità · Consigli · Curiosita' · Intervista

Cavalli e fotografia – Intervista a Chiara Bertozzi

Prima o dopo la lezione, in sella o da terra, col nostro cellulare o chiedendo un favore al nostro amico, c’è sempre tempo per una fotografia o un selfie insieme al nostro cavallo. Ma non sempre lo scatto è soddisfacente: nel box c’è poca luce, il cavallo non guarda dove vorremmo, un selfie che riprenda noi e il suo muso sembra impossibile…
Abbiamo pensato allora di chiedere qualche consiglio a Chiara, fotografa professionista e, come noi, grande amante dei cavalli.

Chiara con le sue due cavalle

Chi è Chiara? Classe 84, riminese, si appassiona alla fotografia piano piano cominciando prima con una compatta Olimpus e passando poi a una Canon AE1 a pellicola dei genitori, usata sempre con attenzione maniacale. Definisce la fotografia “una via per mostrare il mio punto di vista sulle cose che mi circondano”. E i cavalli? Li incontra quando ha 8 anni e non li lascia più. Praticando equitazione, ha confidenza con questi animali anche in fase di scatto: “Mi capita di prevedere le loro azioni e conoscendo questi splendidi animali, riesco a rapportarmi in maniera corretta nei loro confronti senza stressarli.”

1.Guardando i tuoi scatti, gli animali sono spesso i soggetti delle tue fotografie. Perchè ti piace fotografarli? E cos’hanno i cavalli di particolare per te?

Fin da bambina, sono sempre stata molto vicina agli animali, li ho sempre trovati interessanti ed affascinanti, hanno una sensibilità e dolcezza spesso carente nell’animo umano. Con i cavalli è stato amore a prima vista, mi piace accudirli, passare il tempo con loro, e naturalmente, fotografarli. Non sono soggetti facilissimi, ma se ti avvicini a loro con calma e rispetto riesci a trasportare in una foto la loro personalità.

2. Quali sono le maggiori difficoltà che si possono incontrare quando si vuole fotografare un cavallo?

La difficoltà maggiore è trovarsi di fronte un animale di 5 quintali non collaborativo. In primis bisogna parlare con il proprietario per capire che genere di foto vorrebbe, poi bisogna lavorare in sintonia per ottenerle, non è sempre facile, perché posare davanti ad una macchina fotografica è più difficile di quello che si pensa. Bisogna poi mantenere la sua attenzione per la durata dell’intero servizio fotografico.

3. Come si fa a richiamare l’attenzione del cavallo perché guardi verso l’obiettivo o nella direzione che desideriamo?

La maggior parte dei cavalli è attenta ai rumori, per questo, se ricercate una postura attenta con le orecchie tese in avanti potete aiutarvi creando dei suoni, né troppo acuti né fastidiosi, per non spaventarli. Si possono poi usare tutti quei “suoni” che comunemente utilizziamo quando siamo in sella.

4. È possibile fare belle foto anche col cellulare? Hai qualche trucchetto da insegnarci?

Sì è possibile, ecco alcuni consigli:

  • è importante curare la composizione, cioè la disposizione del soggetto in fase di scatto, e per questo può tornare utile attivare l’opzione “griglia” quando scattiamo una foto. Ci sono molte regole di composizione in fotografia per rendere un’ immagine bilanciata, la più comune è quella di avere il soggetto al centro dell’immagine; oppure c’è la regola dei terzi, dove l’immagine viene divisa in 9 rettangoli (come con l’opzione “griglia”) e là dove si formano punti d’incrocio e linee bisogna far cadere il nostro soggetto. Un’altra regola è quella delle diagonali: posizionando il soggetto in concomitanza di linee diagonali si rende l’immagine più interessante e le si da più dinamicità;
  • quando si vuole scattare un selfie, bisogna tenere conto che l’obiettivo frontale spesso modifica le proporzioni, quindi io consiglio di fare qualche prova variando la posizione del cellulare e cercando quella che ci valorizza di più.
  • importante poi è cercare uno sfondo che faccia “staccare” il soggetto, che lo metta in risalto;
  • controlliamo di avere una corretta messa a fuoco del soggetto;
  • proviamo a variare il punto di vista, che con il cellulare è ancora più facile che con una macchina, per rendere lo scatto più originale e diverso dal solito.

5. Quando si vuole fotografare un cavallo, quali sono le “pose” più belle da fargli assumere secondo te?

Prima di pensare alle pose, bisogna valutare la morfologia del soggetto, le sue proporzioni. Per fare un esempio: un cavallo eccessivamente lungo di schiena e che è poco muscolato, io eviterei di fotografarlo di lato perché enfatizzerei ancora di più la sua struttura, non valorizzando il soggetto. Prima di iniziare a scattare, bisogna capire come poter valorizzare al meglio il soggetto, proprio come se di fronte avessi una persona, valutandone le proporzioni, i punti deboli e quelli di forza.

6. Parlando sempre di “pose”, quali sono le migliori quando nella foto il cavallo è insieme al suo cavaliere/amazzone?

Sicuramente quelle che riescono a raccontare il rapporto speciale che li lega, fatto di gesti semplici ed istintivi. Non mi piace decidere le pose in anticipo, preferisco pensare a quello che mi trasmette l’animale e guardare come interagisce con il suo padrone. Ad ogni modo le più famose e gettonate sono quelle che ritraggono metà occhio del cavallo e metà occhio del cavaliere; c’è poi il ritratto classico del cavallo che riceve un bacio sul naso dal padrone, uno di fronte all’altro, ripresi di profilo.

7. Hai qualche consiglio per far apparire il cavallo più fotogenico? (passare un lucidante per il pelo, acconciargli la criniera, sellarlo…)

Tutto dipende dal contesto dell’immagine, ma sicuramente una bella strigliata, ed una criniera sistemata, rendono nel complesso l’immagine più curata. All’occorrenza uso una passata di grasso nero sugli zoccoli e del semplicissimo balsamo a secco nella criniera che aiuta a mantenerla lucida e morbida. Sul pelo si può usare un lucidante o dell’aceto diluito (sempre che al cavallo non dia fastidio) per sgrassarlo e farlo splendere.

8. Se il cavallo è sellato, ci sono secondo te accostamenti di colore vincenti o da evitare?

Nella monda inglese preferisco sobrietà e minimalismo, quindi colori non invasivi ma che fanno da cornice al cavallo senza soffocarlo; per la monta americana, mi piacciono sottosella in lana colorati in linea con le protezioni. In tutti i casi, quando si ritraggono cavalli vestiti, l’attrezzatura deve essere pulita ed in ordine. Pensate sempre che nell’immagine ci deve essere armonia, tutti gli elementi devono collaborare per rendere al meglio il soggetto della foto.

9. Qual è il momento della giornata più propizio per dei buoni scatti? Soprattutto in maneggio dove ci sono zone molto buie (box, campo al coperto) e molto soleggiate (campo all’aperto).

Nei box spesso la luce non è delle migliori, bisogna provare a giocare con le ombre che si creano al loro interno. La mattina presto o nelle ultime ore di luce, si ha un ambiente con atmosfere più morbide e sfumate. Mentre scattando nelle ore centrali si ha una luce più dura ed intensa che tende ad appiattire le forme.

10. Cavalli e flash..meglio evitare?

Il flash si può usare, ma eviterei quello del cellulare. Quando lavoravo durante le manifestazioni equestri, (gare e fiere), usavo il flash in campo gara senza problemi. Il flash può essere usato per schiarire, per staccare il soggetto dallo sfondo, rendere l’immagine più decisa e contrastata.

11. Un selfie con il proprio cavallo…a volte è difficile riuscire ad ottenere un’inquadratura soddisfacente. Qualche consiglio? 

Per fare un buon selfie, dovete avere la sua attenzione e la sua collaborazione, quindi non stressate o agitate il cavallo. Posizionatevi vicino a lui, mantenete il cellulare ad una certa distanza dal viso per evitare distorsioni e fate più scatti consecutivi, così avete più probabilità di riuscire a catturare il momento migliore. Evitate il sole a picco del mezzogiorno per non avere brutte ombre sotto agli occhi e preferite una luce più morbida che non indurisca i lineamenti.  Difficilmente riuscirete a far entrare tutta la testa del cavallo, quindi cercate di sfruttare le varie zone del muso (naso, occhi, profilo) con creatività e ironia.

Chiara Bertozzi
Facebook : Chiara-Bertozzi photography
Instagram : @chiara.bertozzi.photography

Curiosita' · Discipline · Eventi · Intervista

Gli attacchi – Intervista a Adamo Martin

Riconosciuti dalla FEI nel 1969 come sport equestre competitivo, gli attacchi tuttavia non godono di grande notorietà nel nostro paese, e poco si conosce di questa disciplina. Per questo, fedeli al nostro impegno di parlarvi, con i nostri articoli, di un’equitazione a 360 gradi, abbiamo deciso di intervistare Adamo Martin, grande appassionato e driver di attacchi da oltre 30 anni, che ci porterà alla scoperta di questo sport affascinante, dove lo speciale rapporto uomo-cavallo non viene meno, ma si trasforma e si articola in mille nuove sfaccettature.

Conosciamo meglio l’intervistato di oggi: Adamo ha 35 anni e dall’età di 5 vive accanto ai cavalli; dopo una breve parentesi in cui si dedica alla monta inglese, scopre e rimane affascinato dal mondo degli attacchi. A 18 anni consegue il brevetto attacchi FISE, e da allora tutti i suoi sforzi sono finalizzati a mantenere i propri cavalli, finimenti e carrozze. Nel 2004 si iscrive al Gruppo Italiano Attacchi e nel 2006 apre l’azienda “Servizi in Carrozza”; da un piccolo cavallo grigio ed una carrozza, ingrandisce sempre di più la sua offerta fino ad arrivare ad avere 4 cavalli e 10 carrozze.
Ad oggi collabora inoltre con numerosi clienti che chiedono di essere seguiti nella preparazione ed addestramento per gare di tradizione, derby, gare coni e di completo. Partecipa poi in prima persona al concorso internazionale di attacchi di tradizione di Venaria Reale nel 2018 e nello stesso anno al concorso di San Siro con il suo ultimo investimento imprenditoriale, una carrozza replica di un omnibus (uno dei primi mezzi di trasporto pubblico) di metá ‘800 con cui prende parte anche alla sfilata di Fieracavalli 2018.

1. Spiegaci brevemente cos’è la disciplina degli attacchi.

Per attacchi si intende tutto ciò che si “attacca” ad un cavallo, sia esso un aratro per lavorare nei campi, una carrozza, un carro o una biga.
Gli attacchi nella menzione sportiva, fanno riferimento a quella disciplina in cui 1,2 o 4 cavalli, una carrozza e un equipaggio di 2 o 3 persone, vengono chiamati a sostenere tre prove differenti: dressage, maratona e gara coni (o percorso di ostacoli mobili)

2. Insieme al ‘guidatore’, ci sono altre persone sulla carrozza. Qual è il loro scopo e in base a cosa varia il loro numero?

In carrozza per motivi di sicurezza sarebbe raccomandabile essere sempre in due, specialmente quando si esce in campagna e quando si attaccano cavalli in situazioni potenzialmente pericolose. Nell’attacco sportivo sulla carrozza ci sono 2 persone quando sono attaccati un cavallo o due cavalli in pariglia, mentre il numero delle persone sale a 3 se i cavalli sono 4. Tutte le persone sulla carrozza ad eccezione del guidatore chiamato driver, sono dette groom, e i loro compiti possono essere diversi: aiutare il driver nel governo dei cavalli da terra durante le fermate e soste per mantenere l’attacco in sicurezza; controbilanciare la carrozza nelle curve durante la maratona ed evitare che si rovesci; aiutare il driver nella cronometrazione e a ricordare l’ordine delle porte nella gimcana.
Nell’attacco di tradizione ci possono essere anche altre figure oltre ai groom, a volte con la semplice funzione di comparse, che vanno però ad aggiungere valore e competitività all’attacco.

3. Cosa sono le gare di tradizione?

Le gare di tradizione sono gare organizzate da alcune associazioni con lo scopo di valorizzare coloro che oltre alla passione per i cavalli hanno la passione per le carrozze d’epoca originali restaurate o repliche; con queste competizioni si incentiva così il recupero e la salvaguardia di queste vere e proprie opere d’arte. Le carrozze d’epoca credo infatti siano dei pezzi di storia che racchiudono al loro interno esempi di moltissime tecniche artigianali, dalla falegnameria all’utilizzo dei metalli, dalla pelletteria alla capacità progettuale.
Nel concorso di tradizione viene valutato l’attacco su tre prove distinte, la presentazione, la routier o prova di campagna e la maneggevolezza: nella prima si valutano la conformità della carrozza con il cavallo, la qualità e la giusta regolazione dei finimenti, l’armonia dell’insieme carrozza-cavallo e l’attinenza fra l’equipaggio e l’attacco presentato, oltreché la qualità della carrozza in sé; nella seconda, che non è una prova di velocità ma di regolarità, vengono valutate le capacità del guidatore in un percorso ad ostacoli fissi; nella terza infine si attesta quanto il guidatore abbia agli ordini il cavallo con una piccola gara coni.
Le gare di tradizione non devono essere ritenute, come sovente capita, delle gare in cui vince chi ha più possibilità economiche o chi semplicemente si presenta meglio, poiché con le prove di routier e di maneggevolezza si testano anche le reali capacità del driver e del suo equipaggio di saper gestire i cavalli e la carrozza.

4. Quando c’è più di un cavallo a tirare la carrozza, c’è comunque un animale che fa da ‘leader’? E in base alla loro posizione nella pariglia, cambia il lavoro/lo sforzo che devono fare?

Nell’attacco in pariglia i cavalli hanno bisogno di un buon affiatamento, specialmente in lavori particolari, sia sportivi che di servizio. I cavalli essendo animali da branco impongono fra loro forti gerarchie e conseguentemente si riesce sempre a capire, durante il loro esercizio, l’addestramento e l’utilizzo quale ha un carattere più forte e prevaricante.
Compito del guidatore è sfruttare l’aspetto caratteriale dei cavalli per far si che lavorino in serenità e finalizzandolo a quello a cui puntiamo, limando gli aspetti più aspri, ma non dimenticando mai ciò che l’istinto degli animali ha dettato. Non è inusuale che in una coppia di cavalli colui che ha un carattere più forte è colui che fra i due si accolla meno le fatiche mantenendo però la freschezza fisica e mentale per i momenti più difficili.
Nei tiri a 4, i cavalli davanti sono definiti di “volata” e quelli più vicini alla carrozza si chiamano di “timone”; questi ultimi hanno sicuramente maggiore carico fisico. Nella pariglia invece lo sforzo richiesto ai due cavalli è il medesimo.

5. Negli attacchi viene a mancare un aiuto molto importante, le gambe. Diventa quindi solo un lavoro di redini? Ci sono altri aiuti che si utilizzano?

In carrozza non potendo utilizzare il contatto di gamba e lo spostamento del peso in sella, oltre all’azione della mano diretta, ci avvaliamo della frusta, che è indispensabile e deve sempre fare parte del corredo del buon guidatore.
Vedere un driver senza frusta è come vedere un cavaliere che non usa le gambe in sella. Contrariamente a ciò che si può pensare la frusta da attacco deve essere utilizzata per premiare, per ringraziare il cavallo e infondergli fiducia nei passaggi complessi; la frusta può essere utile anche per contenere un posteriore sfuggente o per appoggiare all’interno un costato che tende a cadere. Insieme alla voce poi, altro aiuto molto importante, serve ad aumentare l’impulso in avanti, o a calmare un animo focoso.

6. Quante redini ha in mano il driver? Con le redini si comandano solo i due cavalli davanti?

Grazie a un sistema di incrocio di redini e fibbie, il driver ha una redine per mano per ogni fila di cavalli; se quindi abbiamo due cavalli in pariglia, le redini saranno due (una per mano), mentre nei tiri a quattro e nei tandem (due cavalli posti uno dietro l’altro) le redini saranno quattro (due per ogni mano).
Le due redini che vanno ai cavalli di volata si chiamano “redini di volata” e sono fatte passare sopra alle redini che vanno ai cavalli di timone, appunto le “redini di timone”.

7. Quanti cavalli possono trainare una carrozza?

Non c’è nessuna regola a proposito del numero massimo di cavalli a cui si può attacare una carrozza. Vi sono testimonianze storiche di persone che hanno voluto battere i record attaccando anche 40 cavalli. Sicuramente sono casi eccezionali da prendere come virtuosismi di persone molto ben organizzate e preparate, con cavalli ben abituati ad essere attaccati in grandi gruppi e con grandi disponibilità di tempo e attrezzatura. Nel passato comunque durante la costruzione di grandi opere come linee ferroviarie o strade o anche per motivi bellici, venivano attaccati gruppi di anche 100 cavalli per trasportare per esempio una quache grande locomotiva che doveva essere spostata; i cavalli erano però condotti da terra.
E’ bene ricordare che il codice della strada stabilisce che non si possono attaccare più di 2 righe di cavalli; si tratta però di una disposizione piuttosto vaga poiché non si menziona il numero totale di cavalli massimo: conformemente all’ampiezza della carreggiata si potrebbe quindi attaccare anche 5 o 6 cavalli uno di fianco all’altro.

8. I cavalli usati negli attacchi, quali caratteristiche hanno? (razza, sesso, temperamento ecc…)

Bisogna stabilire prima di tutto quali siano le finalità dell’attacco: se bisogna affrontare una maratona o una gara coni, si ricercheranno cavalli scattanti, veloci ed energici, mentre per le gare di dressage si prediligeranno cavalli con movimenti eleganti ed ampi; per le gare di tradizione infine la scelta ricadrà su soggetti a sangue freddo, agli ordini e con una buona massa muscolare. In questi anni per le gare di velocità sono spesso utilizzate razze ungheresi, olandesi o polacche, in particolare Lipizzani, Nonius, Slesiani, per le gare di dressage vengono valorizzati il KWPN e il P.R.E., mentre per le gare di tradizione viene molto premiato l’andamento rilevato e fiero dell’ Hackney, del KWPN, del Gelderlander o del Frisone.
La scelta del sesso come per la razza è un discorso anche di gusti personali, anche se di solito vengono preferiti i maschi castroni che danno sicuramente meno problemi di gestione da terra e sono più pacati negli atteggiamenti.

9. Nelle competizioni (eccetto quelle di tradizione) la carrozza è uguale per tutti?

Ci sono due tipologie di carrozza: carrozza da maratona e il paethon.
La prima prende il nome dalla prova ad ostacoli fissi, ed è una carrozza leggera, affidabile e di poca manutenzione; la seconda invece viene utilizzata nelle prove di dressage ed è più snella, raffinata ed elegante, facile da trainare grazie a ruote più alte. In entrambi i casi le carrozze devono sempre sottostare ad alcune regole di peso e di dimensioni stabilite in base alla categoria e al numero di cavalli attaccati (singolo, pariglia o tiro a quattro).

10. I cavalli di una pariglia devono essere per forza tutti uguali esteticamente? (mantello/altezza/ struttura fisica)

L’uguaglianza esteriore degli attacchi multipli è un discorso più funzionale che puramente estetico: due cavalli che hanno un’altezza al garrese simile, avranno anche una lunghezza di gamba molto simile, di conseguenza la falcata e la copertura delle andature saranno pressoché uguali. I cavalli tireranno quindi allo stesso modo e l’attacco si muoverà con maggiori equilibrato ed armonia. Importante è anche che i cavalli abbiano una simile conformazione fisica, che influisce moltissimo sulla velocità delle varie andature.
Per quanto riguarda il mantello, non ci sono regole specifiche, infatti non è raro trovare pariglie che abbiano mantelli differenti; tuttavia ci sono degli accostamenti che vengono più apprezzati di altri come il mantello grigio abbinato a quello morello, o il grigio abbinato al baio scuro.

11. Chi sono le nazioni più forti negli attacchi?

In Europa, l’Olanda è molto forte, ma anche Francia, Belgio, Germania e Ungheria sono temibili avversari; quest’ultima inoltre, insieme all’Inghilterra, è una delle patrie storiche degli attacchi.
In Italia abbiamo un sacco di ottimi driver, ma essendo l’equitazione vista come uno sport secondario, mancano sponsor che possano prendere dei giovani guidatori e farli crescere come professionisti di alto livello. Abbiamo avuto comunque guidatori che sono arrivati a livelli mondiali come Carlo Mascheroni, Cristiano Cividini, Francesco Aletti Montano, Josef Dibak, Luca Cassottana e molti altri; speriamo di riuscire a continuare su questo livello, anche se mi auguro che si possa crescere ancora di più sia dal punto di vista della quantità che della qualità.

12. I cavalli da attacchi possono essere montati anche normalmente?

Ogni cavallo che viene addestrato per essere attaccato, avrebbe bisogno di un buon lavoro anche da sella, in quanto con questo si riesce a fare un lavoro più preciso per quanto riguarda alcune manovre, e per competizioni particolarmente tecniche è sicuramente bene che il cavallo venga montato per riuscire ad ottenere una maggior precisione. Questa però non è una condizione assolutamente necessaria; quando abbiamo bisogno di un buon cavallo da carrozza per gite in campagna oppure per un attacco prettamente ludico, oltre ad esercitarlo attaccato alla carrozza, è sufficiente un buon lavoro in piano propedeutico all’attacco.
Capita spesso che cavalli che sono stati maggiormente attaccati abbiano un andamento e una sensibilità in bocca leggermente diversa da un cavallo abituato ad essere montato.

13. Parlaci del rapporto che hai con i tuoi cavalli. Il benessere del cavallo deve essere al primo posto anche negli attacchi? Come ti assicuri che i cavalli lavorino in sicurezza?

I miei cavalli sono Floris, Oghied (i due olandesi baio scuro di 9 anni) Betyar e Carlos (i due ungheresi grigi di 8 e 11 anni); La loro altezza si aggira intorno ai 175 cm e il peso va dai 7 agli 8 quintali e mezzo.
Con loro ho ovviamente un buon rapporto. Penso che chi voglia fare degli attacchi il proprio lavoro, abbia due possibili strade: fare cose mediocri accontentandosi di un rapporto mediocre con il proprio cavallo, oppure fare cose buone sviluppando un rapporto eccezionale con il proprio cavallo. Ho comprato due dei miei cavalli da poco tempo, all’inizio della quarantena, ma già sento che c’è un feeling migliore con loro rispetto all’inizio. Con i miei animali voglio instaurare un rapporto di fiducia basato su un grande rispetto; non devono essere trattati come bambini o come bambolotti, hanno una loro identità e una loro fierezza che va preservata e rispettata. Ai miei cavalli chiedo molto e do tutto.
Per quanto riguarda il loro benessere, cerchiamo sempre di far si che ci sia la giusta proporzione tra il peso del cavallo e il peso della carrozza; inoltre una volta all’anno facciamo fare una visita veterinaria finalizzata ad attestare che i cavalli siano idonei al lavoro. Purtroppo nel nostro settore ci sono troppe poche norme che regolamentano il lavoro dei cavalli e molti che lavorano con le carrozze specialmente nei servizi pubblici, non tengono conto di vari aspetti della morfologia e della forza dei cavalli e dello svago che bisogna consentire loro per essere sempre attivi mentalmente nel lavoro. Noi cerchiamo sempre di dare ai cavalli il giusto turnover e vogliamo che quando arriviamo in piazza o davanti ad una chiesa simboleggino forza, reattività, calma, serenità ma anche bellezza estetica; e questa ultima si può ottenere soltanto con tante attenzioni sull’alimentazione e la pulizia del cavallo.
Una cosa molto importante è anche la cura e la pulizia degli attrezzi da lavoro quali i finimenti, la carrozza e l’ambiente in cui vive il cavallo. I finimenti specialmente devono essere di buona qualità, morbidi, robusti, avvolgenti e resistenti, e la pulizia deve essere all’ordine del giorno.

5 CURIOSITA’ SUGLI ATTACCHI!!!

  • Molti termini utilizzati nel mondo delle autovetture derivano da quello degli attacchi: berlina, coupé e spider, per esempio, sono tutti nomi di carrozze;
  • Il nome della carrozza “paetho” utilizzata nella prova di dressage, deriva dal mitologico Fetonte, figlio di Apollo che volle guidare il carro del sole del padre, ma non capace, lo avvicinò troppo alla terra, bruciando tutto; Zeus per salvare gli uomini, mandò una folgore che colpì e uccise Fetonte;
  • Nel mondo degli attacchi, spesso si indicano le carrozze con il termine di “legni”;
  • Il “timone” è un’asta di ferro o di legno che passa in mezzo ai due cavalli di una pariglia, e che essendo collegata alla carrozza, impartisce a questa il movimento delle ruote anteriori; il timone è poi legato ai cavalli tramite due cinghie e quindi quando i questi girano, spostando il timone fanno girare anche la carrozza. Nelle carrozze molto pesanti o su terreni molto impervi, si dovrebbe cercare di far girare la carrozza facendo sopravanzare un cavallo rispetto all’altro per evitare che il timone si spezzi;
  • La “braga” invece è un pezzo di cuoio che passa dietro le cosce del cavallo e che serve per frenare la carrozza qualora questa sia sprovvista di freni; attraverso un sistema di cinghie, quando il timone avanza troppo, la braga va in tensione e il cavallo frena la carrozza con i posteriori.

Servizi in carrozza di Adamo Martin
www.serviziincarrozza.it
Facebook: @serviziincarrozza

Attualità · Discipline · Intervista · Sport

Il paradressage – Intervista a Sara Morganti

Avevo pensato di introdurre questo articolo riportando alcuni punti salienti della biografia di Sara e le sue vittorie maggiori, ma avendo avuto il piacere e la fortuna di incontrarla a Fieracavalli, preferiamo soffermarci di più sul lato umano di questa grande campionessa.

Abbracciarla e parlare con lei è stata l’esperienza più bella della Fiera: pronta ad autografare la sua cartolina, con un gran sorriso e occhi vispi, era un raggio di sole nel padiglione della FISE. Chiaramente io, presa dall’emozione, riuscii a stento a farmi fotografare insieme a lei e a congratularmi per la sua recente vittoria ai WEG di Tryon; Elena ricorda invece di come sia stato piacevole scambiare quattro chiacchiere con Sara, restando colpita da quanta passione pervadesse le sue parole; un animo gentile e umile con una grande forza e determinazione nello sguardo, come solo i più grandi campioni.
Ebbene, nonostante i suoi mille impegni, ha accettato subito di rispondere a qualche nostra domanda, e noi la ringraziamo con tutto il cuore per averci dedicato parte del suo prezioso tempo, orgogliose di poter arricchire il nostro piccolo blog con un’intervista così significativa.

1.Quali sono gli ausili che utilizzi quando monti?

Quando monto in sella i piedi sono fissati alle staffe con degli elastici, ho le redini con le asole che mi aiutano a non farle scivolare visto che non ho forza nelle mani e non riesco a tenere il pugno chiuso. Avendo un grande deficit di forza agli arti inferiori che riesco appena a muovere in assenza di gravità, ma non con un tempismo normale, sono autorizzata per la mia classificazione funzionale ad utilizzare due fruste che appoggio in punti diversi a seconda delle richieste (per chiedere ai cavalli di andare avanti, per direzionarli, chiedere flessioni del corpo, per fare le cessioni, appoggiate ecc.). Per contenere il deficit del tronco, invece, utilizzo un busto e a volte anche un collare morbido se il collo mi fa particolarmente male.
A seconda delle classificazioni funzionali (che sono 5 in base al grado di disabilità) gli ausili che possono essere utilizzati dai cavalieri sono diversi. Nel mio caso essendo grado 1, ovvero il grado di disabilità maggiore, ho la possibilità di utilizzare un maggior numero di ausili rispetto ad esempio a un grado 5 che è il grado di minore disabilità. Sicuramente sono la dimostrazione che non serve forza per andare a cavallo visto il deficit di forza che caratterizza la mia malattia.

2. Creare un feeling con il cavallo è lo scopo di tutti i cavalieri e amazzoni. Cosa significa per te?

Creare un feeling con il cavallo è fondamentale. Ho tre cavalli e ognuno di loro è molto diverso dall’altro. Royal Delight è sicuramente la cavalla che conosco meglio visto che siamo insieme da 10 anni. Quando apro la porta del box so già di che umore è. È importante capire il carattere di ogni cavallo con il quale lavoriamo per poter trovare il modo migliore di comunicare. Per questo a me piace stare con loro anche senza necessariamente montare. Quando arrivo in scuderia e sentono la mia sedia a rotelle mi riconoscono e mi chiamano e già questo mi rende felice.
Royal ha un carattere forte. Vuole sempre decidere lei e per rendersi disponibile al lavoro deve essere convinta di aver scelto lei di fare quel che le viene richiesto. A casa a volte cerca di mettermi in difficoltà nel voler affermare la sua forte volontà di fare come vuole lei, ma in gara mi ha sempre regalato il massimo possibile.

Ferdinand è un cavallo enorme, ma sembra un cucciolo perché vuol sempre giocare. Da montato cerca di accontentarti sempre, ma se ti sente timoroso cerca di approfittarsene un pochino, ma sempre per gioco. È buono di carattere, ma si tende facilmente in situazioni che sono fuori dall’ordinario come lo sono le gare pertanto è difficile che in gara dia il meglio di sé visto che è fondamentale che per una buona ripresa di dressage il cavallo sia rilassato.
Mariebelle, la conosco meno degli altri perché è arrivata da poco. È una cavalla veramente brava, affettuosa e qualitativa. Sono uscita solo una volta in gara con lei e non è una macchina da guerra come Royal, ma col tempo forse lo potrebbe diventare.

3. Cosa pensi quando vedi il rettangolo?

Quando vedo il rettangolo penso solo a entrare e mettere in pratica tutto quanto imparato per poter eseguire al meglio le riprese per le quali mi alleno ogni giorno a livello quasi maniacale.

4. Cosa vorresti dire ai ragazzi/ragazze che si avvicinano al dressage?

Ai ragazzi che vogliono praticare questa disciplina dico di puntare alla maggiore precisione possibile, rispettando sempre i cavalli e i loro tempi di apprendimento e di sviluppo fisico. Di non voler far bene a tutti i costi perché in tal modo il cavallo non sarebbe più un “atleta felice”, obbiettivo principale da raggiungere nella pratica del dressage.

5. In cosa cambia la scheda di valutazione della ripresa rispetto al dressage non paralimpico?

I giudici valutano le riprese tenendo conto della precisione dell’esecuzione delle figure, della regolarità e qualità delle andature, il grado di collaborazione del cavallo con il cavaliere, il tatto e l’abilità equestre. Non devono assolutamente invece tenere conto del grado di disabilità dei cavalieri. La visita di classificazione infatti stabilisce le abilità fisiche residue dei cavalieri in modo che in ogni grado siano ad armi pari e in modo che sia l’abilità tecnica a fare la differenza e non le capacità fisiche.

6. Esiste ancora la leggenda che i giudici di un lato sono più buoni e i giudici dell’altro lato sono severissimi? 

Sono dell’idea che se decidiamo di praticare questa disciplina accettiamo che è una disciplina a giudizio e in quanto tale vi è un minimo di soggettività. A volte il giudizio può non piacere o non sembrare giusto, ma non vi è altra soluzione che accettarlo. Sicuramente vi sono giudici più severi di altri, ma l’importante è che siano severi con tutti in modo uguale e che il divario tra un giudice e l’altro sia minimo.

Grazie Sara, speriamo di incontrarci ancora a Verona!
Curiosita' · Discipline · Intervista · Sport

L’endurance – Intervista a Costanza Laliscia

Costanza Laliscia è giovane, giovanissima, e quando ci racconta di sè e della sua grande passione per l’endurance, si percepisce in lei il piacere vero e genuino di far conoscere a sempre più gente questa disciplina ancora troppo poco nota. La sua carriera agonistica è già molto lunga: dopo aver vinto diverse volte i campionati italiani sia junior che senior, quest’anno vince anche il campionato europeo individuale senior, ed è al primo posto del FEI Endurance Young Rider World Ranking 2019. Chi meglio di Costanza poteva spiegarci il fascino di questa disciplina?!
Ecco cosa ci ha raccontato.

1.Parlaci dell’endurance e delle regole principali da osservare durante una competizione.

L’endurance è sostanzialmente una maratona a cavallo, e le gare vanno da una distanza minima di 20 kilometri a una massima di 160 (da percorrere in uno stesso giorno). Si parte “in frotta” cioè tutti insieme e il percorso è suddiviso in vari giri, al termine di ognuno si ritorna al punto di partenza chiamato “cancello veterinario”; qui un veterinario controlla i parametri metabolici del cavallo e si accerta che non ci siano irregolarità nell’andatura (zoppie). Vince chi finisce il percorso per primo dopo aver superato la visita veterinaria. La regola fondamentale dell’endurance si può dire sia quindi il benessere del cavallo che viene visitato costantemente durante tutta la gara ed è perciò fondamentale che il cavaliere sappia gestire al meglio le energie dell’animale e distribuire bene le forze lungo tutto il percorso per essere pronti a un ipotetico sprint finale.

2. Come è iniziata la tua passione per l’endurance?

E’ iniziata grazie al mio papà appassionato di cavalli e di endurance in particolare: è stato campione del mondo a Dubai nel 2005 e io lo segiuivo in gara fin da piccolissima con il sogno di continuare la sua strada. Abbiamo anche una scuderia molto importante, la Italia Endurance Stables & Accademy, quindi la mia passione per i cavalli prima e per l’endurance poi, nasce fin da piccolissima.

3. Com’è strutturato un tuo allenamento tipo?

Gli allenamenti possono essere molti lunghi; un allenamento medio, cioè di circa due ore prevede come andatura principale il passo intervallato da qualche minuto di trotto e galoppo; importante è lavorare anche in dislivello, quindi fare percorsi di montagna, e a volte per rafforzare l’allenamento facciamo dei lavori di solo galoppo fino alle due ore anche continuative all’interno di piste di allenamento, quindi in un circuito chiuso. Io come atleta, oltrechè prepararmi col cavallo con cui farò la gara, seguo poi un percorso molto mirato di allenamento funzionale, quindi mi alleno anche in palestra in modo da rendere più ottimali possibili le mie performance in gara e dare il mio supporto massimo al cavallo.

4. Come gestisci le andature durante il percorso?

La gara viene pianificata prima, in base alla tipologia della gara stessa, al cavallo, al tipo di allenamento seguito, e al tipo di terreno. In generale cerco di trottare senza andare oltre quella che sarebbe la velocità naturale del cavallo al trotto, per evitare uno sforzo eccessivo; le andature principali in gara sono ovviamente trotto e galoppo, ma se ci sono tratti pericolosi con un terreno particolarmente disconnesso si procede al passo o addirittura si scende e si conduce il cavallo a mano.

5. Quali parametri vengono controllati al cavallo durante le visite?

Vengono controllati in primis i battiti cardici che devono essere sotto i 64 al minuto; poi si guarda il livello di idratazione, il riempimento capillare, il tono muscolare, vengono controllate le mucose, che l’intestino sia in movimento e l’andatura.

6. Qual è la difficoltà maggiore di questo sport?

Essendo percorsi molto lunghi, ci possono davvero essere tanti piccoli incidenti che
possono arrivare a compromettere il risultato della gara stessa. Anche in quei momenti in cui può subentrare un po’ di stanchezza, bisogna mantenere la concentrazione e montare bene assecondando e alleggerendo il cavallo.

7. Quale aspetto dell’endurance che ti appassiona vorresti far conoscere a chi non sa molto di questa disciplina?

Mi piace il rapporto che si instaura con il cavallo perché facciamo talmente tanti kilometri insieme che si crea qualcosa di speciale; questo legame a livello di sensazioni e sentimenti è molto importante e prezioso perché il cavallo ci trasmette le sue sensazioni a livello di stanchezza e benessere che bisogna saper ascoltare per poter gestire al meglio la gara. Inoltre nell’endurance c’è un contatto con la natura costante e si attraversano dei percorsi meravigliosi con dei paesaggi stupendi.

8. Cosa consiglieresti a una persona che vorrebbe provare a cimentarsi nell’endurance?

Consiglio di cercare di fare formazione e di apprendere il più possibile perché a
volte l’endurance viene sottovalutata pensando sia solo un passeggiata a cavallo ma in realta dietro c’è un grande studio, allenamento e lavoro di tanti professionisti.

5 CURIOSITA’ SULL’ENDURANCE!!!

  • Generalmente nell’endurance si prediligono finimenti leggeri, soprattutto per quanto riguarda la sella, e resistenti; il team di Costanza, il fuxiateam, per esempio, usa una testiera in biothane, un materiale leggero ma, contrariamente al cuoio, resistente all’acqua;
  • Lungo il percorso ci sono dei punti detti di assistenza dove si incontrano gli assistenti e le altre persone del team per rinfrescare il cavallo e farlo bere molto velocemente prima di riprendere la gara;
  • L’endurance a livello agonistico prevede che i cavalieri abbiano almeno 14 anni perché può capitare di dover attraversare tratti di strada su cui circolano veicoli, e uno dei requisiti del codice della strada per chi conduce un animale è appunto il compimento del quattordicesimo anno d’età;
  • La razza maggiormente prediletta in questa disciplina è il Purosangue Arabo;
  • Dopo ogni visita veterinaria, ci sono circa 40 minuti in cui il binomio può riposarsi e rifocillarsi prima di proseguire la gara.