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Pony mounted games

I Pony mounted games o più semplicemente pony games, sono letteralmente dei giochi di velocità e abilità fatti in sella ad un pony che sono diventati uno sport così come oggi lo conosciamo per merito di tale Norman Patrick, fondatore nel 1984 della Mounted Games Association della Gran Bretagna; fino ad allora la disciplina era stata appannaggio solo di pochi esclusivi, ovvero chi poteva permettersi di far parte dei costosissimi Pony Club, ma Norman la rese accessibile a chiunque volesse dar prova della propria abilità di tecnica equestre.
Nel 2003 nasce poi la International Mounted Games Association di cui fanno parte 24 paesi.
I pony games sono uno sport certamente adrenalinico, sia per chi è in sella, sia per chi guarda; essi premiano lo spirito competitivo ma anche quello di collaborazione ed ovviamente della lealtà sportiva e del rispetto verso l’avversario ed il proprio cavallo.
Ci svela alcuni aspetti di questo sport, forse ancora poco conosciuto, Serena, giovanissima atleta che ha passato metà della sua vita in sella ad un pony.

1. Ci parli un po’ di te e della tua “vita equestre”?

Sono Serena, ho 16 anni ed è da 9 che vado a cavallo. Ho iniziato fin da subito con i pony games e faccio gare dal 2014/2015. Dal 2018 ho iniziato le élite (categorie agonistiche) in gare nazionali. Da novembre 2019 poi ho preso la mia attuale pony (Cookie, irlandese) con la quale ho fatto il Pony Master Show 2020, i Campionati Italiani a squadre 2021, e circa due settimane fa abbiamo partecipato ai Campionati Italiani Individuali. Non avevo aspettative per questa gara, ma alla fine sono entrata in finale e ho portato a casa un bel terzo posto. Ieri sono tornata dal Winter Scudy, gara a coppie internazionale. Ho partecipato in una categoria più alta della mia, infatti è stata una gara con degli avversari di alto livello.

2. Brevemente, cosa sono i pony games e quali sono le regole principali?

E’ uno sport dell’equitazione che trovo sia ancora sottovalutato e poco conosciuto: consiste nel fare vari tipi di giochi a staffetta con i pony, nei quali bisogna dimostrare velocità e precisione e possono essere fatti in squadra, in coppia o da un cavaliere singolo. Per esempio in un gioco bisogna completare uno slalom tra paletti, andata e ritorno, per poi passare il testimone al cavaliere successivo della stessa squadra; in un altro invece bisogna scendere da cavallo, condurlo a mano mentre si passa sopra delle “pietre” e poi risalire in sella; in un altro ancora prendere la tazza che si trova sopra al primo paletto e riposizionarla sul secondo. Sono davvero tanti.
Riguardo ai pony le regole sono che non devono superare i 148 cm al garrese e non devono essere interi; inoltre devono avere almeno 4 anni. Per quanto riguarda il cavaliere, per partecipare alle categorie non agonistiche (club) deve avere almeno 5 anni, mentre per quelle agonistiche almeno 8.

3. Ci sono particolarità nell’abbigliamento e nell’attrezzatura di cavaliere e cavallo?

In questo sport il cavaliere non ha un abbigliamento particolare infatti ci si può vestire come si vuole anche se solitamente si vestono i colori e la divisa del proprio maneggio. Per il cavallo sella e finimenti sono quelli inglesi classici, anche se alcune imboccature sono vietate in gara.

4. Come si svolge un allenamento tipico?

Di solito un agonista si allena 4/6 volte a settimana. Gli allenamenti ovviamente variano a seconda del maneggio ma per esempio un allenamento pre-gara prevede una fase di riscaldamento alle tre andature per poi passare ad esercitarsi nei giochi specifici della gara.

5. Qual è la prova di abilità che preferisci e quale secondo te la più difficile?

In realtà a me piacciono quasi tutti i giochi, ma la cosa che mi piace di più è fare le risalite. Penso che la cosa più difficile sia prendere gli oggetti che sono per terra da cavallo, ci vuole molta agilità ma soprattutto fiducia con il pony.

6. Le “risalite” ovvero quando si deve risalire in sella mentre il cavallo è al galoppo, sono forse il momento più spettacolare; come si fa ad eseguire una buona risalita?

In realtà non saprei con preciso perché a me viene molto automatico. Secondo me più il pony va veloce è più è semplice salire anche se si pensa il contrario, perché il galoppo del pony ti spinge in alto. Poi ogni persona ha una sua tecnica quindi c’è chi è più comodo in un modo e chi in un’altro.

7. Quale aspetto dei pony games ti piace e ti appassiona di più?

L’aspetto che mi piace di più è che sia uno sport dove non ci si annoia mai, non si ripetono sempre le stesse cose perché ci sono tantissimi tipi di giochi per allenare ogni qualità del cavaliere e del pony. Inoltre è bello anche il fatto che sia uno sport che si può praticare sia a squadre (4/5 cavalieri), sia a coppie (2/3 cavalieri) e anche individualmente. Poi anche perché penso che i pony games rendano un cavaliere molto versatile, che difficilmente avrà problemi negli altri sport dell’equitazione.

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La colica – Intervista a Marta Missio

Dovreste ormai ben sapere che quando si parla di salute del cavallo siamo sempre cauti e cerchiamo il più possibile di lasciare la parola a professionisti del settore. Perciò abbiamo deciso di chiedere a Marta, studentessa di veterinaria, di spiegarci che cos’è la colica e di svelarci alcune nostre curiosità su questa sindrome di cui ahimè si sente spesso parlare.

Ma prima conosciamo Marta un po’ più da vicino! Marta si definisce “studentessa, amazzone, futura veterinaria;. è infatti al 4°anno di veterinaria all’Università di Parma e ha passato moltissimi anni della sua vita immersa nel mondo dei cavalli. Comincia a prendere lezioni di equitazione a 7 anni e si appassiona soprattutto ai mounted games. Nel 2018 poi comincia il suo percorso universitario che la porta ad allontanarsi dalla pratica equestre anche se, precisa, appena torna a casa il maneggio è una tappa fissa e obbligata. “Non so ancora dire cosa esattamente mi abbia spinto a prendere questa strada. Sicuramente dietro mi porto una grande passione per i cavalli, in più mi piace la medicina e mi affascinano le materie che studio, soprattutto quelle degli ultimi anni, molto più pratiche rispetto a quelle del biennio; ma penso che la cosa principale sia l’idea di poter aiutare una vita, di darle un futuro migliore.”
Marta gestisce anche un blog (www.equiformando.com) in cui affronta diverse tematiche di veterinaria e non, con lo scopo, dice, di svelare il perché delle cose, in un mondo in cui a volte azioni banali sono fatte senza saperne il motivo.

1. Cos’è la colica e cosa succede al cavallo?

La colica non è né un sintomo né una patologia ma una sindrome, ovvero un insieme di sintomi che sono comuni a più forme morbose o determinati da più processi patologici concomitanti. Più semplicemente si tratta di un dolore addominale acuto (che potremo paragonare al nostro mal di pancia) molto spesso associato a problematiche del canale digerente. Può però essere legato a problemi che coinvolgono altri organi, come reni, fegato, apparato riproduttore…seppure sia più raro.
I sintomi di una colica sono piuttosto univoci: il cavallo si rotola molto spesso, sta con le zampe per aria, ha un’indebolimento delle funzioni sensoriali, è restio al movimento, si guarda il fianco, raspa con l’anteriore, ha una sudorazione elevata, tenta spesso di defecare, c’è una distensione addominale, assume la posizione di minzione.

2. La colica è legata unicamente a motivi alimentari?

No assolutamente, un cavallo può andare in colica per i più svariati motivi: torsione intestinale, danno ischemico, per infezioni di varia natura, rottura di un tratto dell’intestino, terapie con alcuni farmaci, stress, ingestione di corpi estranei, spostamenti di tratti dell’intestino, infiammazioni, ernie, torsioni dell’utero, fecalomi… I motivi sono veramente tantissimi ed è opportuno andare a capire la causa per poi scegliere il trattamento più corretto.

3. La mortalità di questa sindrome è davvero così alta?

Vi riporto un dato che ho estrapolato dal libro Understanding equine colic, Bradford G. Bentz: “The incidence of equine colic has been estimated by the USDA’s National Animal Health Monitoring System Equine 1998 study at 4.2 events per 100 horses per year. This health monitoring system was designed to outline the overall prevalence and occurrence of various types of disease within the North American horse population. The 1998 study found no difference in the incidence of colic among geographic regions. The percentage of equine operations that experienced one or more colic events was 16.3. Overall, only 1.4% of colic events resulted in surgical intervention. The fatality rate for all colic events was 11%.” Sono dati un po’ vecchi ma che possiamo riportare anche alla realtà odierna. Quindi sì, di colica un cavallo può morire (naturalmente o per eutanasia), ma questo dipende molto dalla causa: per esempio, una rottura della parete intestinale per cui il contenuto di questo, inclusi i batteri, si riversa nell’addome, purtroppo ha come unica risoluzione l’eutanasia. Diverso è se parliamo di una colica dovuta ad un regime alimentare non corretto o per un’infezione parassitaria: la terapia in quel caso sarà medica, quindi prevedrà l’assunzione di farmaci per andare a ridurre il dolore e lavorare poi sul fattore causale.

4. Oltre a un regime alimentare appropriato, ci sono altre misure/buone abitudini a prevenzione? 

Essendo multicausale, posso dire che la cosa migliore per prevenire una colica è in generale una buona gestione dell’animale, rispettando quanto più possibile la sua natura (per esempio buona prassi è quella di somministrare pasti piccoli e frequenti, piuttosto che darne pochi e molto voluminosi), sverminando periodicamente il cavallo, garantendo che ogni cambiamento nella vita dell’animale (che sia la dieta, il programma di lavoro o l’habitat) avvenga in modo graduale. I cavalli sono animali abitudinari e che si stressano facilmente, perciò è bene riuscire a garantire loro una routine quanto più possibile.
Tuttavia è bene sapere che pure i cavalli più curati e controllati non sono totalmente immuni a episodi di colica, che a volte si verifica per un mero colpo di sfortuna.

5. Ci sono dei cavalli più predisposti alla colica?

Sì, e prima di tutti cito i PSI. I PSI da ippodromo, in linea generale, seguono un regime dietetico che va in contrasto con le abitudini alimentari del cavallo: mangiano molti concentrati (ovvero mangime) e poco fieno, e questo squilibrio nel rapporto fibra grezza-concentrati è un fattore che predispone a sviluppare coliche.

Anche i PSA e i Falabella sono più predisposti rispetto ad altre specie a causa del fatto che sviluppano più frequentemente fecalomi (ammasso di feci disidratate che l’animale non riesce ad espellere).
Un’altra razza che spesso va incontro a colica sono i trottatori americani (Standardbreds) perché facilmente sviluppano ernie scrotali.
Inoltre, i cavalli fino ai 6 mesi di età raramente vanno incontro a colica. 

6. In quali casi è necessario intervenire chirurgicamente?

In linea di massima si decide di operare se ci sono delle torsioni o dei corpi estranei (o un qualsiasi genere di ostruzione) che non si riesce a rimuovere con fluidoterapia. Bisogna tenere conto che è una patologia dinamica, che evolve nel tempo, per cui spesso si inizia con una terapia medica e poi si sceglie un approccio chirurgico se non si ha una risoluzione. Generalmente possiamo dire che disfunzioni intestinali e infiammazioni hanno un approccio medico (farmacologico), mentre coliche da dislocazione, torsione, flessione, intussuscezione (un segmento dell’intestino scivola su un altro, come le parti di un telescopio) prevedono un trattamento chirurgico.

7. A parte chiamare il veterinario, cosa dobbiamo fare se sospettiamo una colica?

Possiamo prendere alcuni parametri vitali (frequenza cardiaca e temperatura rettale), oltre a vedere se i piedi (zoccoli e corona in particolar modo) sono caldi: può capitare che, almeno inizialmente, la colica venga confusa con un principio di laminite. Inoltre, è bene tenere monitorato il cavallo: questo significa stare in scuderia e vedere cosa fa a prescindere dalla gravità iniziale dei sintomi.
Spesso si sente dire che se si sospetta una colica, bisogna far muovere il cavallo: è vero e in una buona percentuale di casi aiuterà anche a risolvere il problema, ma non bisogna forzare a far camminare un cavallo molto dolorante. La cosa fondamentale è evitare che si sdrai e si rotoli, in quanto questo può andare a strangolare e/o ostruire l’intestino. Poi non bisogna dargli da mangiare, bere o somministrare farmaci di propria iniziativa. Altra buona pratica è isolare l’animale dagli altri cavalli e tenerlo in uno spazio abbastanza ampio e tranquillo.
In ogni caso seguite sempre le indicazioni del veterinario e non sospendete le terapie perché credete che l’animale stia meglio.

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La massoterapia equina – Intervista a Maddalena Benini

Così come per l’uomo, anche per il cavallo esiste il massaggio terapeutico (massoterapia, dal francese masser, massaggiare) volto a prevenire o ad alleviare problematiche all’apparato muscolo-scheletrico. La figura del massoterapista equino è ancora piuttosto sconosciuta qui in Italia, per questo abbiamo deciso di intervistare Maddalena Benini, certificata Equine Sports Massage Therapist e fondatrice di “Equifood&Care”, azienda di prodotti per l’alimentazione e la cura dei cavalli.

1. Parlaci un po’ di te e della tua passione e lavoro.

La mia passione per i cavalli si può dire sia nata con me; già da piccolissima chiedevo a mia madre di essere portata al maneggio con molta insistenza, sebbene nessuno nella mia famiglia fosse mai andato a cavallo. Ho iniziato a montare a sette anni, e da lì non ho mai smesso. Fino a qualche anno fa facevo molte gare di salto ostacoli, esperienza che mi aiuta moltissimo nel mio attuale lavoro perché penso che il cavallo vada soprattutto “vissuto” più che studiato.
Andando avanti con gli anni la mia visione del cavallo è un po’ cambiata ed ho capito che se volevo restare in questo mondo dovevo renderlo un lavoro e non più solo una passione. Da lì la scelta è stata naturale: diventando massoterapista posso vivere nella mia passione, aiutando i cavalli a stare meglio! Mi sono indirizzata verso questo lavoro perché è una attività che si basa principalmente sull’ascolto dell’altro, cosa che purtroppo molto spesso manca per carenza di conoscenza.
All’inizio del 2021 ho aperto anche una attività di vendita di integratori e mangimi di alta qualità, sfruttando le mie conoscenze sull’alimentazione acquisite durante la laurea in biologia e pensando ai prodotti che ho sempre ricercato per i miei animali: Equifood&Care. Questo progetto nasce per fornire ad ogni cavallo un approccio personalizzato a 360° e creare anche uno spazio di divulgazione e confronto grazie ai social e al blog che cerco di mantenere sempre attivi. L’assistenza clienti è sempre attiva e il focus è sempre sul singolo cavallo.

2. Cos’è la massoterapia equina e quali sono i benefici?

La massoterapia è una pratica che ha origini antiche; consiste nel manipolare tutti i tessuti molli del corpo al fine di eliminare le tensioni e riportare l’equilibrio. E’ una tecnica dolce, non invasiva, che si basa sull’ascolto del corpo: nel caso dei cavalli si rilevano le tensioni muscolari, le asimmetrie, i ristagni linfatici, e tramite una serie di trattamenti, si riporta l’organismo in una situazione di armonia.
La massoterapia non deve però essere intesa unicamente come un momento di relax e benessere, ma come un vero e proprio trattamento utile anche per il cavallo atleta.

3. Come si diventa massoterapista equino?

Come formazione accademica ho conseguito la laurea magistrale in biologia che mi ha fornito ottimi spunti per la massoterapia e dato sicuramente delle conoscenze preliminari importanti. Altri corsi di laurea attinenti potrebbero essere, oltre ovviamente a veterinaria, la triennale di benessere animale o la formazione in tecnico veterinario. Ho poi seguito un corso in Inghilterra, certificato da oltre 20 anni, specifico per massoterapisti equini e qui in Italia continuo a seguire corsi e seminari per rimanere aggiornata.
I corsi ovviamente sono importantissimi, ma credo che siano la conoscenza del cavallo e la nostra sensibilità e capacità di saperlo ascoltare ad essere la chiave di questa professione.
La situazione della massoterapia equina in Italia purtroppo non è come all’estero, dove la figura del massaggiatore/fisioterapista è un lavoro riconosciuto e spesse presente in scuderia. Negli ultimi anni anche nel nostro paese c’è stato un aumento di interesse verso questa professione ma al momento mancano ancora i riconoscimenti legali e quindi c’è il rischio di imbattersi in persone che si improvvisano esperti…

4. Per che tipo di cavalli è indicata la massoterapia?

Il trattamento massoterapico è utile per qualsiasi cavallo; sicuramente porta grandi benefici al cavallo atleta, che è sottoposto ad un allenamento intenso e quindi ha rigidità e tensioni che possono compromettere la performance, ma è utile anche al cavallo anziano che tipicamente risente di qualche dolorino legato all’età o di ristagno linfatico. Anche cavalli con patologie croniche possono trovare giovamento da un trattamento mirato sulle loro problematiche.
Ogni intervento viene cucito addosso al singolo soggetto, totalmente personalizzato nelle modalità e nella durata.

5. Il massaggio viene usato per attenuare un dolore o anche per prevenirlo?

Il trattamento viene usato sicuramente per alleviare il dolore quando è già presente ma tenere il cavallo regolarmente massaggiato può aiutare molto a prevenire le comuni cause di contratture e dolore muscolare. Inoltre aiuta molto a drenare i fluidi e eliminare le tossine.

6. Si usano solo le mani o anche particolari dispositivi/strumenti?

La massoterapia è una terapia manuale, quindi fondamentale e imprescindibile è l’utilizzo delle mani. Queste non possono essere sostituite da nessuno strumento, perché nessuna macchina potrà avere la stessa sensibilità e attenzione. A fine trattamento, per amplificare l’effetto benefico, si possono usare gli ultrasuoni o la tecar (macchinario elettromedicale che genera calore all’interno dell’area anatomica bisognosa di cure) in quei punti in cui il cavallo ha particolare necessità. Personalmente mi sto attrezzando per avere qualche macchinario anche per poter collaborare con i veterinari in modo più completo.

7. Ci sono dei massaggi “base” che possono imparare anche i non esperti del settore? O è sempre meglio rivolgersi ad un esperto?

Personalmente a fine seduta concordo con il proprietario un piano di esercizi che può portare
avanti in autonomia, se necessario, ma si tratta fondamentalmente di esercizi di stretching o
da svolgere in sella. Difficilmente insegno il massaggio perché servono comunque delle mani esperte per percepire le tensioni e capire dove applicarlo.

Maddalena Benini 
(Sono disponibile per trattamenti e consulenze in tutto il nord e centro Italia.)
Equifood&Care – Nutrizione e Massoterapia equina 
www.equifoodandcare.it
info@equifoodandcare.it
329 9311681

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Saddle fitting – Intervista a Ilaria Goldoni

Bellissima la sensazione di libertà e di connessione con il cavallo quando si monta a pelo. Ma diciamocelo, la sella è forse uno dei pochi pezzi dell’equipaggiamento equestre che possiamo definire come irrinunciabile e insostituibile. Americana, da dressage, da salto, ne esistono tantissimi tipi e con tecnologie e materiali che rendono la seduta sempre più comoda, performante oltreché bella. Ma in qualità di amanti dei cavalli, ancor prima che di amazzoni e cavalieri, è nostro dovere assicurarci che la sella vada bene anche per il nostro compagno, senza causargli fastidio o dolore. E in questo può aiutarci Ilaria, al momento unica saddle fitter indipendente certificata in tutta Italia. Le abbiamo fatto alcune domande per saperne di più su questo poco conosciuto ma interessantissimo mestiere.

1.Presentati e parlaci un po’ della tua storia equestre.

Ho avuto la grande fortuna di crescere in mezzo ai cavalli fin da piccola; avevo circa 6 anni quando mio nonno mi mise per gioco sul dorso di un’asinella, e da quel giorno posso dire di non essere più scesa. Dopo gli 11 anni ho iniziato a prendere lezioni in vari maneggi e nel tempo ho sperimentato varie discipline, anche se buona parte della mia adolescenza l’ho dedicata al cross country. Dopo un periodo sabbatico dalle gare, ho poi cominciato ad addestrare cavalli giovani, e questo ha stravolto completamente la mia visione dell’ equitazione. È stato proprio uno di questi giovani cavalli, particolarmente irascibile e sensibile di schiena, che mi ha fatta avvicinare ed appassionare al mondo delle selle e del saddle fitting. Così, dopo il raggiungimento della laurea, ho intrapreso un percorso di studi all’estero, diventando Master Saddle Fitter Consultant, Saddle Repairer & Reflocker. Rientrata in Italia, a 22 anni ho deciso di fondare la mia attività col nome di “Ilaria Saddle Service”, mettendo a frutto le mie conoscenze per aiutare cavalli e cavalieri e con la speranza di portare un po’ di cultura di saddle fitting anche in Italia. Il mio lavoro è di aiutare chi ha difficoltà nella scelta della sella giusta, oltre che eseguire riparazioni, modifiche, adattamenti e vendita selle.
I miei clienti sono nella gran parte dei casi persone che gestiscono il proprio cavallo in autonomia, che stravedono per lui e che farebbero di tutto per il suo benessere indipendentemente dai fini agonistici o dalla disciplina.
Durante tutto il mio percorso in ambito equestre ho potuto contare sull’appoggio incondizionato della mia famiglia a cui non smetterò mai di dire “grazie di cuore”.

2. Cos’è il saddle fitting in poche parole?

Il saddle fitting è la disciplina che riguarda lo studio dell’ergonomicità e della vestibilità delle selle per il cavallo e per il cavaliere. Possiamo paragonarlo al lavoro di un ortopedico che suggerisce un paio di scarpe in base alla forma dei piedi ed all’utilizzo che vuole farne il paziente. 

3. Qual è stato il percorso di studi necessario per arrivare a dove sei ora? Com’è l’offerta formativa qui in Italia?

Purtroppo ad oggi, in Italia non esiste nessun tipo di offerta formativa seria, completa ed indipendente riguardo al saddle fitting professionale. È una materia estremamente complessa di cui non basta un corso di qualche giornata per avere un panorama completo. Il mio suggerimento per chi desidera avvicinarsi a questa materia è di intraprendere studi all’estero con le società più note che organizzano corsi di formazione saddle fitting.

4. La sella è forse l’attrezzatura più costosa in ambito equestre. Hai qualche suggerimento per renderla una spesa più accessibile? E cosa rende alcune selle così costose?

Sono dell’idea che non sia indispensabile investire un capitale per avere una sella di qualità e di buona vestibilità. Molti pensano che in quanto saddle fitter mi occupi di lavorare solo con selle su misura o molto costose, in realtà non è affatto così. Un bravo saddle fitter vi aiuta a risparmiare, senza rinunciare alla qualità ed al comfort. Penso che esistano molte marche un po’ sopravvalutate soprattutto per la forte immagine di prestigiosità ed accurate scelte in termini di sponsorizzazioni e testimonial che hanno fatto. È anche vero che esistono marche particolarmente costose a causa di grandi studi ingegneristici e di sviluppo materiali e brevetti, per cui il prodotto finale risulta un innovazione di spicco, ma in questo caso si tratta di brand di nicchia che in Italia non arrivano quasi mai. 

5. In cosa consiste una consulenza di saddle fitting?

Una consulenza di saddle fitting condotta da me si svolge con un primo colloquio e questionario per raccogliere più dati possibili su cavallo e cavaliere (dai dati anagrafici, alle discipline svolte, ad eventuali infortuni passati etc). Dopodiché viene effettuata una palpazione per valutare la mobilità e la sensibilità della schiena del cavallo, oltre che per cercare peli bianchi, fiaccature, gonfiori e tutto ciò che può essere segno di dolore dovuto all’uso della sella. A questo punto si raccolgono le misure della schiena e successivamente si passa ad un esame della sella appoggiandola sul cavallo.
A seconda che il cliente voglia acquistare una nuova sella o ricevere una consulenza sulla sella attuale, la consulenza viene portata avanti anche con il cavallo in movimento, montato, e con eventuali modifiche da apportare alla sella in base alle valutazioni fatte. In ultima istanza si può completare il tutto con analisi termografica e rilascio di certificato di saddle fitting.

6. Quali sono le misure e le caratteristiche del cavallo che vengono annotate?

Si parte dai dati anagrafici del cavallo, ad una palpazione manuale per coglierne sensibilità, mobilità e punti dolenti, alla raccolta delle sagome e misurazioni prese sul dorso del cavallo, al movimento del cavallo stesso. Per scegliere la sella si valuta la forma della schiena del cavallo sia da statica che in movimento.

7. La procedura è uguale sia per la sella inglese che quella americana?

Per quanto mi compete, sì (io specializzata in selle inglesi). La differenza maggiore è che un saddle fitter specializzato in selle americane non potrà fare modifiche ed adattamenti come con le selle inglesi (ad esempio alle selle western non si può modificare l’apertura dell’arcione o fare la reimbottitura dei cuscini). 

8. Gli effetti di una buona sella possono essere “peggiorati” da un uso sbagliato di sottosella\gel\agnellino? E viceversa, una cattiva sella può essere “migliorata” da un buon sottosella\gel\agnellino?

Assolutamente si, ed è un aspetto su cui tengo ad insistere perché purtroppo viene fatto un enorme abuso di tutti quei prodotti “under saddle” che vengono descritti con poteri ammortizzanti o di redistribuzione della pressione. Una sella ben fittata e con cuscini in buono stato è già dotata di queste due funzioni. Non esiste gel, agnellino o salvaschiena al mondo che possa sopperire nel lungo termine ad una sella che veste male o un cavaliere che sbatte di qua e di là. Aggiungere troppi spessori sotto alla sella ci allontana dal cavallo, rende la sella più instabile, porta a tirare di più il sottopancia e riduce la mobilità del cavallo. Ci sono però casi in cui i cui i cavalli hanno carenze muscolari, asimmetrie, o semplicemente il cliente non può permettersi di acquistare una sella adatta; e allora si cerca il compromesso utilizzando questi spessori salvaschiena o sottosella imbottiti, anche se non sono da considerarsi la soluzione ottimale nel lungo periodo.

9. Esistono davvero selle “universali” che vanno bene per la maggior parte dei cavalli (esclusi quelli con particolari patologie\esigenze)?

Esistono si, selle “universali” che dovrebbero andare bene alla maggior parte dei cavalli; ma non a tutti però, anche in mancanza di patologie o esigenze particolari. Chi spaccia di avere una sella che va bene per tutti i cavalli non sa di cosa sta parlando. Nemmeno un sottosella può essere adatto a tutti i cavalli. A parte questa precisazione, esistono senz’altro selle che vestono un numero molto importante di cavalli, rispetto ad altre pensate per tipologie di schiene in minoranza.

10. L’archetto intercambiabile è davvero garanzia che la sella possa andare bene a più cavalli?

Purtroppo no. Ciò che fa la vestibilità della sella non è solo l’apertura dell’arcione (o la misura di archetto) ma un insieme di altri elementi come la forma dell’arcione, dei cuscini, l’imbottitura, i riscontri e tanto altro. Una sella con archetto intercambiabile ci semplifica la vita ed è più facile da vendere nel caso andasse cambiata, ma purtroppo non è garanzia di buona vestibilità. Idem per selle senza arcione.

11. Quando compriamo una sella, quali sono i dettagli \misure cruciali per essere sicuri che possa andare bene per noi ed il nostro cavallo? Dovrebbe essere sempre possibile provare la sella prima dell’acquisto?

Innanzitutto dobbiamo controllare la misura di seggio: si fa un rapporto tra la nostra altezza e la seduta della sella, tenendo conto anche del peso corporeo (es una persona alta 170cm, di corporatura media, porterà una 17”, se invece fosse di corporatura abbondante meglio una 17.5″). Teniamo conto che come per i vestiti, da marca a marca e da modello a modello cambia la vestibilità anche a parità di taglia. Dopodichè bisognerebbe sapere che misura di arcione e di cuscini necessita il nostro cavallo, e questa purtroppo è la parte più complessa perché non esistono standard di riferimento. Ad esempio l’arcione 32 di una marca italiana ha una misura diversa di un arcione 32 tedesca o di un arcione 32 inglese e così via. La forma longitudinale dell’arcione e dei cuscini è altrettanto importante. Per cui se non avete particolare dimestichezza con queste misure vi consiglio di rivolgervi ad un saddle fitter, o quanto meno di provare la sella sul cavallo prima di acquistarla.
Nel 2021 la possibilità di provarla, nuova o usata che sia, dovrebbe essere un diritto di tutti.

12. Offri anche servizio di revisione a sella e finimenti; ogni quanto andrebbe fatta? ci sono dei segnali che ci dovrebbero far capire che è ora di farla?

Dipende dall’uso. Un professionista che fa un uso intensivo della sella dovrebbe farla controllare ogni anno. Un amatore che ne fa un uso di due volte a settimana circa può rimandare fino a due-tre anni. Dipende anche dall’età della sella. I segnali più importanti sono: scricchiolii vari, pieghe sul seggio, inconsistenza della sella, imbottitura dei cuscini dura, grave asimmetria dei cuscini o della sella o di come sta posizionata sul cavallo, riscontri allungati o con fori sformati e altro ancora. In mancanza di questi segnali, è comunque buon costume fare revisionare e riparare la sella non appena si verifichino danni estetici (tagli, squarci, scuciture, etc). 

13. Mi ha stupito che durante queste revisioni si scoprano danni gravi come la rottura dell’arcione..ma è davvero qualcosa di cui il cavaliere potrebbe non accorgersi?

Purtroppo si, il cavaliere principiante e medio non si accorge quasi mai. Spesso anche cavalieri professionisti. A meno che l’arcione non sia rotto in modo netto ci si può non accorgersi del danno fino a quando non si fanno le manipolazioni apposite, o fino a quando non si apre la sella. Purtroppo ci sono tante selle usate con arcioni rotti senza che i cavalieri se ne accorgano, spesso anche di marche di fascia alta. Per questo tutte le selle usate che ritiro vengono prima revisionate, ed in caso di arcione rotto provvedo alla sostituzione. Montare una sella con arcione rotto è estremamente dannoso. 

14. Quali possono essere i danni fisici prodotti da una sella che non è conforme all’anatomia e ai bisogni del cavallo?

In primis creano mal di schiena, che può essere manifestata da parte del cavallo con nervosismo durante il sellaggio o lo stringimento del sottopancia, il riscaldamento, le partenze al galoppo, sgroppate e smontonate repentine, rifiuto a fare determinati esercizi o salti, pessimo utilizzo della schiena e scarso contatto con la mano. Ovviamente possono poi presentarsi fiaccature, peli bianchi, bubboni e gonfiori.
Quando questi atteggiamenti vengono ignorati, arrivano spesso a creare problemi cronici che compromettono seriamente la salute del cavallo.
Si stima che il 74% dei cavalli con mal di schiena abbia zoppie, e che il 32% di cavalli con zoppie croniche abbiano mal di schiena. Questo perchè quando i cavalli hanno dolore ad una parte del corpo cercano di compensare adottando posture e movimenti che vanno a sovraccaricare altre strutture. 

15. Quanto tempo richiede creare una sella personalizzata?

Dipende dalla casa manifatturiera e dalla logistica annessa. Indicativamente dalle due settimane ai due mesi. A causa del covid e del ritardo nelle forniture che ne deriva, alcune case manifatturiere hanno dilungato i tempi fino a tre-quattro mesi.

Ilaria Saddle Service
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L’arte della mascalcia – Intervista a Gianni Serra

Tutti noi sappiamo chi è e cosa fa il maniscalco. Ma forse pochi sanno quale enorme conoscenza e sensibilità si celi dietro a questo mestiere antichissimo. Non a caso si parla della mascalcia come di un’arte, ed il signor Gianni, in questo campo da oltre 40 anni, ci porta a conoscere più da vicino la figura di questo professionista, così vitale nella quotidianità di una scuderia.

1.Si può presentare brevemente raccontandoci la sua esperienza nella mascalcia e il suo rapporto coi cavalli?

Mi chiamo Giovanni Serra. Sono nato in un paesino del nord ovest della Sardegna. All’età di 16 anni ho deciso di arruolarmi nell’esercito come sottufficiale, con la specializzazione di maniscalco; sono stato trasferito prima alla scuola di specializzazione per mascalcia di Pinerolo, poi presso l’Accademia Militare di Modena, dove ho prestato servizio come ufficiale maniscalco fino al 1994, anno in cui mi sono congedato per continuare l’attività di maniscalco da civile.
Nel 1995 ho insegnato presso il centro professionale di Gallarate, in un corso biennale di mascalcia organizzato dalla regione Lombardia, successivamente ho insegnato in un corso professionale a San Rossore di Pisa ed infine in un corso annuale presso il centro IFOA di Reggio Emilia.
Tra le altre cose ho fatto parte della squadra nazionale di mascalcia per alcuni anni ed ho preso parte a moltissimi convegni sia come relatore sia come auditore. Le mie origini sono agricole, di lavoro quotidiano con il bestiame, pertanto l’approccio con il cavallo non è stato difficile, anche se, nel periodo in cui ho iniziato, purtroppo l’atteggiamento degli addetti ai lavori era molto irruento e aggressivo nei confronti degli animali. Nel tempo l’esperienza mi ha fatto capire che il mio l’approccio e tentativo di sottomissione dell’animale era sbagliato e ho imparato che una azione brusca ha come risposta una reazione altrettanto brusca e a volte incontrollata. Ho fatto tesoro di ciò ed oggi mi trovo a condividere con i cavalli situazioni di rispetto reciproco. Una carezza rassicurante piuttosto che un’aggressione può essere di giovamento.

2. Quali sono gli aspetti più difficili di questa professione?

Partiamo dalla certezza che per imparare l’arte del ferrare i cavalli non basti una vita. Gli aspetti più difficili di questa professione sono molteplici: è necessaria la profonda conoscenza della podologia, della biomeccanica e del funzionamento di ogni elemento che compone l’arto dell’equino, non solo del piede, ma di ogni muscolo in generale. Faccio una considerazione: il piede del cavallo non è dotato di muscoli ma di una base scheletrica, legamenti, tendini, masse fibroelastiche, tessuti cheratogeni, vasi sanguini ecc… i muscoli sono tutti distanti dal piede, per questo motivo la nostra conoscenza non può essere solo limitata al piede, così come pure le ferrature, che interessano/influenzano anche gli appiombi, gli equilibri, i bilanciamenti. Una conoscenza a 360 gradi è quindi fondamentale.
La seconda parte, non meno importante, è la conoscenza della forgiatura. Colui che sa forgiare conosce il senso di ogni martellata che viene data su un ferro di cavallo per poter essere modellato in base al piede a cui è destinato; ciò permette al maniscalco di adattare una ferratura al piede e non viceversa.

3. Che tipo di rapporto professionale esiste tra maniscalco e veterinario?

Radiografia effettuata per la collaborazione Veterianrio Maniscalco

Il maniscalco, per quanto possa essere bravo e preparato, non può e non deve fare a meno della buona collaborazione con il veterinario. Ci vuole competenza ma anche umiltà. La ricerca scientifica sta facendo dei passi importanti riguardo ai cavalli sportivi e non, per questo motivo non si può operare individualmente. Spesso abbiamo bisogno di radiografie ed ecografie per conoscere meglio lo stato del piede equino nel suo interno e solo una accurata analisi ci mette in condizioni di operare con cognizione. La scuola militare di mascalcia era incorporata presso l’Accademia di veterinaria militare, gli insegnati di anatomia erano veterinari… un motivo ci sarà!
Una breve nota: spesso i maniscalchi sono professionisti che hanno le conoscenze e la preparazione per potersi confrontare con i veterinari; laddove non si crei questo tipo di dialogo, il maniscalco si ritrova tra le mani il nome di un catalogo da consultare, il codice del ferro, indicazioni su antishock o ammortizzanti o quant’altro da utilizzare per effettuare la ferratura, senza che si venga messi a conoscenza della patologia dell’equino. Questo porta a sminuire la figura del maniscalco che diventa un semplice prestatore di manodopera con tutti i risvolti negativi che ne possono conseguire nonché scarico di responsabilità non dovute. Un buon dialogo è sempre la soluzione migliore perché rientra nel rispetto reciproco. Lavoriamo insieme per il benessere del cavallo.

4. Ci sono competizioni/gare di mascalcia? Quali sono le più importanti?

Forgiatura dimostrativa durante una gara di mascalcia nazionale

Ci sono tantissime gare e competizioni di mascalcia, dove i maniscalchi devono forgiare dei ferri partendo dalla verga (cioè il pezzo di ferro iniziale che verrà modellato), in base ai modelli forniti dai giudici e, se è compresa la ferratura, devono essere creati dei ferri in base alle esigenze dell’animale, naturalmente dopo un’accurata analisi del cavallo sia in statica che in dinamica.
Questa bellissima opportunità serve a far maturare ulteriormente i partecipanti, stimolandoli ad allenare l’occhio nella perfezione dell’operato. In Italia abbiamo avuto per anni competizioni nazionali che come obiettivo avevano la selezione di una squadra che rappresentasse la categoria alla “Gara Internazionale di mascalcia” a Fieracavalli di Verona. Esiste poi una gara di mascalcia dove il primo classificato partecipa di diritto alla competizione finale mondiale che si tiene a Calgary (Canada), la World Championship Blacksmiths’ Competition.

6. Nel corso degli anni questa professione è cambiata molto (soprattutto con l’innovazione tecnologica), o si può definire ancora un mestiere che utilizza tecniche della tradizione?

Tradizione e innovazione

Partiamo da cenni storici che risalgono circa a 300 anni a.C.: i Romani per rendere i cavalli più forti e veloci gli crearono una calzatura in cuoio e giunchi chiamato ipposandalo, mentre nello stesso periodo furono i Celti a creare una sorta di ferro in metallo applicato ai piedi come ora, usando però attrezzi e ferri rudimentali. Il tempo e la conoscenza hanno fatto sì che si arrivasse ai giorni nostri con metalli diversi, stampati o fusi, fino a creare la ferratura quasi perfetta. Gli studi di veterinaria hanno approfondito la funzionalità di ogni organo che compone l’arto e il piede e ciò ha permesso di creare ferri sempre più appropriati. Nei primi anni ‘80 sono state create scarpe di gomma, con le stesse caratteristiche dell’ ipposandalo, ma non hanno dato i risultati sperati. Si è provato a creare ferri in plastica, che si sono rivelati non solo inefficaci ma anche dannosi per gli zoccoli. A mio avviso, nonostante le tecniche innovative e l’utilizzo di materiali moderni, non è possibile soppiantare la tradizione a cui ancora dobbiamo fare riferimento costantemente. Anche se oggi non si porta più il cavallo dal maniscalco ma è lui che con un furgone super attrezzato e tecnologico , si muove raggiungendo i maneggi e i privati.

7. Come si diventa maniscalco? Sono più le persone che lo diventano attraverso corsi di formazione o quelle che lo diventano perché gli viene tramandato dalla famiglia?

Questa è una domanda molto interessante. Dopo la chiusura della Scuola Militare è difficile dare una risposta. Ho però un’opinione su come lo si dovrebbe diventare: si diventa maniscalchi attraverso corsi che dovrebbero insegnare sia la teoria sia la pratica. Oggi non esistono corsi appropriati ed è per questo che vengono creati alcuni “pseudo incontri prolungati” che hanno la caratteristica di indottrinare ed educare giovani ragazzi alla mascalcia. Ma un corso vero e proprio deve rilasciare regolare brevetto o diploma, e oggigiorno non esistono Scuole abilitate riconosciute né finanziate da Fondi Europei; quindi allo stato attuale regna un po’ di anarchia. Oltre ai nuovi aspiranti maniscalchi, ho personalmente constatato che anche coloro che hanno imparato il “mestiere” in famiglia, vorrebbero frequentare corsi di aggiornamento, e necessitano l’approfondimento della tecnica, soprattutto per quanto riguarda la forgiatura. La differenza della ferratura da cavallo da lavoro e da cavallo sportivo è notevole, la scienza ha fatto passi da gigante e coloro che di mascalcia sono sempre vissuti ( se non peccano di presunzione) hanno il desiderio e la voglia di migliorare le loro conoscenza. Nel nostro lavoro o meglio, in questa arte, l’umiltà è una dote fondamentale, infatti chi la pratica, seppur qualificato da corsi o da tradizione famigliare, spesso sente l’esigenza di imparare cose nuove e di aggiornarsi, diversamente da coloro che dopo un corso da fine settimana si sentono addirittura in grado di insegnare.

8. In base all’impiego/disciplina del cavallo, è diversa la ferratura? Esistono dei corsi per specializzarsi in una disciplina piuttosto che in un’altra?

Ad ogni cavallo va effettuata adeguata ferratura in base alla conformazione degli zoccoli, ai difetti, alle patologie e anche in base alla disciplina sportiva per cui è destinato. Qualche esempio: per il cavallo da galoppo si utilizzano ferri intercambiabili, leggerissimi e sottilissimi per le gare, un po’ più pesanti per l’allenamento, con una rigatura tale da consentire un certo grip sul terreno; per il cavallo da monta americana si vedranno ferri sottili e piccoli perchè i cavalli sono più minuti, se poi sono impiegati nel reining, nei posteriori verranno usati ferri che facilitare la slittatura; per un cavallo da salto ostacoli, sugli anteriori si useranno ferri più ampi, più comodi e ammortizzanti per agevolare la ricezione.
Il maniscalco solitamente nasce generico (se proviene da corsi riconosciuti), e la specializzazione nel settore di cui è appassionato o interessato è una strada che sceglie successivamente.

9. Quali sono le operazioni quotidiane per mantenere gli zoccoli al meglio tra una visita del maniscalco e l’altra?

Fettone con imputridimento a causa delle scarse cure

L’operazione quotidiana è la pulizia, fatta in modo minuzioso e attento. Bisogna però evitare gli eccessi: alcuni puliscono gli zoccoli raramente, questo fa marcire il fettone, altri talmente tanto da grattare perfino le scaglie della suola rendendola sottile e troppo sensibile. C’è inoltre da considerare il discorso dei grassi. Il piede è dotato di un impermeabile naturale detto benda perioplica, pertanto non ha bisogno di molto grasso, ha solo bisogno di una pulizia regolare. Alcuni grassi sintetici seccano l’unghia rendendola friabile, altri, se messi in eccesso, possono bloccare la traspirazione del piede, o lubrificarli oltremodo indebolendo la ferratura. Personalmente suggerisco poco grasso.

10. Esistono richieste particolari fatte per il solo fine estetico? ( in vista magari di esibizioni, gare …)

Si. Sui piedi dei cavalli esistono tantissime richieste. Un esempio: sui cavalli da morfologia, per cercare di nascondere dei piccoli difetti di senso trasversale o di bilanciamento, viene applicato sulla parete dello zoccolo una sorta di grasso smaltato nero, che dipingendo i piedi, ne cela le imperfezioni alla vista dei giudici.

11. Durante le operazioni del maniscalco, c’è qualcosa che il proprietario del cavallo può fare per aiutare/agevolare il lavoro, o è meglio farsi da parte?

Ci sono vari tipologie di cavalli: cavalli viziati, per i quali la presenza dei proprietari può essere controproducente, e cavalli padronali per i quali la presenza può essere di aiuto. Ci sono poi i proprietari ansiosi che se non sono presenti è meglio perché innervosiscono sia il cavallo sia il maniscalco…esiste di tutto, la presenza a volte è utile, molte volte è superflua o invadente mettendo il maniscalco a disagio. Perciò è preferibile che sia il maniscalco a chiedere al bisogno. Il maniscalco può aiutare sé stesso usando il rispetto verso il cavallo che si accinge a ferrare. Nel passato le aggressioni verso i cavalli, che non collaboravano alla ferratura, erano costanti e questo non è un bel gesto verso l’animale né professionale agli occhi delle persone presenti. Il tempo mi ha insegnato che approcciando in maniera più dolce e rispettosa ottengo tantissimo senza andare in contrasto con l’equino con cui sto lavorando.

12. Qual è la sua posizione nei confronti del barefoot?

Non sono assolutamente contrario all’utilizzo del cavallo scalzo, anch’io pratico il barefoot tranquillamente. Bisogna però fare molta attenzione, perchè se fatto senza le necessarie competenze e conoscenze, può rivelarsi molto dannoso per la salute dell’animale e causare anche ulcere, zoppie, laminiti. Ultimamente se ne sente molto parlare, tanto da essere diventata quasi una moda; ma si tratta in realtà di un’operazione difficile, che non si limita semplicemente a togliere i ferri al cavallo, ma che comporta uno studio della consistenza, dello spessore della suola, oltre che del bilanciamento, equilibrio e forma del piede, fondamentale per non causare inutili sofferenze all’animale. Spesso si cerca di rendere il piede sensibile per cercare di creare spessore della suola, ma in realtà la suola pareggiata con cognizione diventa compatta e spessa, senza passare per la sofferenza.
Mi è stato insegnato che la ferratura è “un male indispensabile” sul cavallo che lavora e nel caso di terreni ghiaiosi o accidentati; se un cavallo deve stare in campagna può farne tranquillamente a meno.

13. Cosa rende un maniscalco un buon maniscalco?

E’ una domanda molto difficile. Una volta c’era molta ignoranza sulla mascalcia, ma mi dicevo che col tempo, l’esperienza e il progresso si sarebbe arrivati a capire con precisione cosa è giusto e sbagliato per il cavallo. Mi sbagliavo. Ancora oggi trovo che in questo mondo ci sia troppa gente che non abbia la conoscenza necessaria. Per di più la propensione a voler sempre cercare la soluzione più economica, porta molti ad affidarsi a falsi professionisti. I maniscalchi che costano poco, tante volte è perchè hanno poco da dare. Fanno apprendistato a spese del cavallo, provocando danni alla fine ben più costosi e gravi di quelli inziali. Un buon maniscalco ha la capacità di intervenire su qualsiasi tipo di patologia senza inventarsi dei grandi artifizi per curare un cavallo. E’ un mondo dove dietro c’è molto business e può capitare che vengano suggerite soluzioni che portano un maggior guadagno a chi le propone. (veterinario o maniscalco che sia) .
Io opero per il bene del cavallo nel modo più semplice possibile e ho ottenuto tantissime soddisfazioni: seguo una cavalla che compete nel dressage a livello internazionale e sebbene presenti un mancinismo importante, è ferrata in modo semplicissimo. Se si hanno le conoscenze necessarie, si possono mettere a posto le piccole e le grandi cose, senza creare spese eccessive.
Se dovessi rispondere a questa domanda in poche parole, direi che un buon maniscalco è il maniscalco dotato di professionalità. Cos’è la professionalità? Preparazione, serietà, rispetto, puntualità, conoscenza, umiltà.